Desidero riprendere le considerazioni del collega Zanzucchi che ha offerto una lettura assai realistica della visita del presidente americano Trump a Pechino. Già la composizione della delegazione arrivata da Washington faceva presagire, come del resto Trump ci ha abituato, che la partita si sarebbe giocata su interessi e accordi economici.
E la soddisfazione espressa dal magnate americano – anche questa volta più tale che un vero presidente – per i buoni affari conclusi, ha confermato l’impressione iniziale ricevuta vedendo chi scendeva la scaletta dell’Air Force One. Ovviamente, dall’altra parte si sono aggiunti i grandi sorrisi cinesi, il perfetto protocollo quasi rituale e la disinvoltura tutt’altro che orientale di Donald. Difficile comprendere fino a che punto i due presidenti dei paesi più potenti al mondo, in questo momento, si siano veramente capiti.
Certo, in oriente si dice che “le cose più importanti sono quelle che non si dicono”. Chissà se Trump le ha intuite… Perché gli affari erano importanti per rimpinguare i profitti personali, oltre o forse anche più che rendere l’America di nuovo grande.
D’altro canto, al pragmatismo cinese e personale di Xi la crescita economica non dispiace affatto, anzi la sta perseguendo con costanza encomiabile. Eppure, ci sono state frasi sibilline per mandare messaggi chiari su Taiwan, che Pechino continua a vedere come sua provincia e che, dunque, presto tornerà – con l’aiuto della Grande Cina – a casa.
Dopo quanto Putin ha fatto con l’Ucraina e Trump con Venezuela e Iran (con l’aiuto o, forse meglio, la spinta di Netanyau), Pechino ha già in mano tutte le carte per giustificare una prossima annessione dell’isola. Da Xi, inoltre, non ci sono stati sbilanciamenti sulla questione iraniana. Da parte cinese molto è rimasto relegato al “non detto”, dietro sorrisi e silenzi che noi occidentali fatichiamo da sempre a decifrare. Quindi, come sono andate veramente le cose lo si vedrà nei prossimi mesi.
Resta, tuttavia, il fatto che in questi giorni nella capitale dell’Impero di mezzo si è giocata una partita fra due sistemi filosofici e ideologici. Da una parte, quello che resta del liberalismo occidentale e di quella democrazia che dovrebbe esprimerlo, ma che appare sempre più in difficoltà, con esempi tutt’altro che credibili, proprio a cominciare dal presidente americano, che sta sovvertendo l’ordine mondiale e gli equilibri faticosamente raggiunti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Dall’altra, il mondo confuciano, più o meno coevo della democrazia greco-ateniese, che esprime una logica e meccanismi profondamente diversi. Eppure, i due sistemi nel corso della storia hanno dimostrato che raramente – forse mai – stati veramente democratici sono scesi in guerra l’uno contro l’altro.
E, cosa assai interessante, lo stesso si potrebbe dire per quelli che si ispirano alla prospettiva confuciana. Se questi ultimi lo hanno fatto, è stato solo per brevi periodi durante la storia. Un interessante articolo della rivista di politologia Foreign Affairs fa notare, infatti, che Cina, Giappone, Regno delle Ryukyu (fra XV e XIX secolo), Corea e Vietnam, nel corso dei secoli, hanno vissuto brevi conflitti, ben presto ricomposti in nome dell’armonia, vero valore assoluto della logica confuciana.
Se nel secolo scorso, il Giappone ha invaso Formosa (l’attuale Taiwan), la Cina e la Corea non si può non ricordare che il Paese del Sol Levante aveva fatto una scelta precisa: scegliere e investire anche militarmente nel modello occidentale. Infatti, dopo duecento anni di assoluto isolamento, il Giappone accettò armi e modalità belliche di provenienza europea e americana. Il risultato fu la fine della pace confuciana.
In occidente, pur con tutti i problemi e scontri paventati, soprattutto per interessi economici, i Paesi democratici “veri”, o che almeno sono impegnati nel costruire e/o mantenere un sistema democratico, da tempo non si fanno guerra. Clinton stesso lo notava nel 1994: «Non esiste un chiaro caso di un Paese democratico che ha scatenato una guerra contro un altro Paese democratico»
Tuttavia, sottolineano gli autori dell’articolo, entrambi i sistemi – confuciano e democratico liberale – hanno resistito in clima di pace perché costruiti e rassicurati da due rispettive potenze egemoni: la Cina da una parte, e gli Stati Uniti dall’altra.
Proprio gli Stati Uniti sono oggi chiaramente orientati a smantellare ciò che li ha resi il Paese egemone di riferimento democratico, basti pensare alle distanze prese da Trump nei confronti dell’Europa e della sua intenzione di lasciare la Nato. Questo, unitamente al crollo di autorità e di senso del diritto internazionale, avrà sicuramente delle conseguenze e non solo fra Paesi democratici – o cosiddetti tali – ma anche con quelli del blocco confuciano, all’interno del quale qualcosa si sta nuovamente incrinando con la nuova direzione presa dal Giappone.
Dunque, le cose non sono così semplici come potrebbe sembrare. Infatti, Xi si è lasciato scappare – usiamo questo eufemismo in luogo di un commento puntuale – che la situazione Taiwan se non affrontata con attenzione potrebbe portare alla guerra. E sull’Iran? Trump parla già di tornare a soluzioni di forza verso Teheran: avrebbe intascato un via libera da Pechino in cambio, forse, di quello per l’annessione alla Cina di Taiwan?
Oppure dà tutto per scontato? Insomma, nel caos mondiale è sempre più difficile trovare risposte chiare anche dopo questo viaggio. D’altra parte, una cultura democratica in crisi di identità fatica a comprendere un mondo come quello confuciano che Xi ha riabilitato da quando è arrivato al potere: soprattutto per combattere gli avversari, ma anche per porsi di nuovo come Paese egemone al centro di quella cultura che rappresenta la grande alternativa – non solo culturale – al futuro del mondo. E direi non solo al futuro, ma già al presente!
