Le elezioni delle Assemblee locali (all’interno dei singoli Stati) hanno in India un valore simile alle Mid-Term elections che si svolgono negli Usa esattamente a metà del mandato di una presidenza. Il senso, in entrambi i casi, è quello di cogliere l’indice di gradimento della leadership politica al governo. Se negli Usa il processo avviene a livello nazionale per il rinnovo delle Camere, in India si limita a eleggere i parlamenti locali degli Stati. Tuttavia, getta un’ombra o illumina la strada al governo per le elezioni politiche successive. Le elezioni da poco tenutesi in alcuni stati dell’India hanno fatto capire che l’umore dei cittadini, sia pure in modo assai diverso, sta cambiando in due Stati chiave come il Bengala Occidentale e il Tamil Nadu.
Nel primo – per decenni controllato dal locale Partito Comunista e, successivamente, dal Congress Trinamol (Tmc) della “tigre del Bengala”, Mamata Banerjee – si è registrata una valanga color zafferano: il giallo arancione che designa il Bjp, il partito di Narendra Modi, al potere a New Delhi dal 2014. Una vittoria storica, non solo per le proporzioni assolutamente inattese – 207 seggi al Bjp di Modi contro gli 80 al Tmc della Banerjee -, ma soprattutto perché, come ha fatto notare con tono nazionalista-populista un Modi trionfante, tutte le rive del sacro Gange sono ora accarezzate dal loto, simbolo appunto di quel Bjp che vuole ridare l’India esclusivamente agli indù. Uttarakhand, Uttar Pradesh, Bihar e ora il Bengala Occidentale, questi gli Stati che segnano il trionfo progressivo del colore zafferano che sta ridipingendo in proporzione pressoché totale il colore dell’India politica, nel centro nord ma non solo.
«L’intero cuore del Gange – ha dichiarato il primo ministro arrivato a Kolkata per celebrare il trionfo – è ora nella coalizione Bjp-Nda». Da anni Modi guardava con grande interesse al Bengala. Uno Stato fondamentale per l’intero sub-continente indiano, e non solo perché la sua capitale è Kolkata, l’antica Calcutta, già vice-capitale dell’impero britannico dopo Londra. Il Bengala è uno Stato fondamentale e di riferimento per la cultura indiana: qui, nel corso del XIX secolo, è nato e si è radicato per diffondersi in tutta l’India il neo-induismo come reazione al colonialismo soprattutto culturale dell’Occidente. Inoltre, dei 13 premi Nobel indiani ben 4 sono stati assegnati a bengalesi o a residenti in Bengala, come Madre Teresa. Ma la sua importanza investe anche l’ambito religioso e quello industriale.
Il Bengala era stato preso di mira da Modi e dal suo partito fin da subito dopo il trionfo alle elezioni del 2014. Doveva, presto o tardi diventare parte del grande regno del Bjp. Infatti, come fa notare una dettagliata analisi proposta dal settimanale indiano India Today, per l’intero partito al governo e, soprattutto, per la sua fonte ideologica, il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), lo stato di Kolkata è la patria di Syama Prasad Mookerjee, fondatore del Bharatiya Jana Sangh (Bjs), considerato da molti il precursore del Bjp, sia pure senza una ideologia così marcata come quella di Modi. Per settant’anni il Bjs ha partecipato a tutte le elezioni nello Stato, sebbene con scarso successo. Tuttavia, con la pazienza tipica di un movimento che considera la storia in un’ottica più ampia rispetto ai cicli elettorali, ha intessuto una vasta trama di rapporti sul territorio di uno Stato governato per decenni prima dalla sinistra comunista, poi da una leader accusata di praticare una “politica di accondiscendenza verso i musulmani” al fine di rimanere al potere. Per questo, appena conquistato il potere nazionale, gli uomini e le donne del Bjp bengalese hanno iniziato a impegnarsi seriamente per costruire qualcosa che sarebbe rimasto invisibile fino al suo completamento.
Alle elezioni legislative del 2016, il Bjp aveva conquistato solo tre seggi e una quota di voti pari appena al 10%. Al contrario, il Tmc della tigre del Bengala – Mamata Banerjee – aveva ottenuto la straordinaria cifra di 211 seggi e il 44,9% dei voti. Da allora, con grande pazienza, gli uomini di Modi si sono impegnati nella scalata al potere che è passata, come in tutti gli altri stati dell’India, attraverso un lento ma progressivo e inarrestabile processo di infiltrazione dei quadri delle istituzioni, anche se nelle elezioni politiche del 2024 l’ascesa dei fondamentalisti indù sembrava, nello stato di Kolkata, essersi fermata. Il partito, così, ha deciso di rinnovare la sua strategia in Bengala, dopo aver strappato, al Congresso o comunque ad altri gruppi dell’opposizione, stati importanti come l’Haryana, ai confini con la capitale Delhi, e il Maharashtra, anche se in coalizione con altri partiti della stessa tendenza. Infine, nel febbraio 2025, era arrivato l’inatteso trionfo nella capitale, un Territorio dell’Unione, ma molto significativo.
E, dopo il Bihar, stato povero ma importante per il numero della sua popolazione composta soprattutto da gruppi di origine tribale, è stata la volta del Bengala. I risultati elettorali ottenuti in Bengala dal 2021 hanno costretto la leadership centrale del Bjp a un’introspezione profonda e sincera. Al termine, Modi ha affidato l’intera campagna elettorale a Amit Shah, attuale Ministro degli Interni e leader indiscusso della Rss. Sotto la direzione di Modi e Shah, è stata introdotta la novità della strategia dei “membri attivi” – coloro che sono responsabili dell’iscrizione di almeno 100 membri – che ha creato un livello intermedio di leadership di base responsabile. Questo ha fatto in modo che l’espansione del partito non fosse solo numerica, ma strutturalmente radicata. Oggi, nello stato del Bengala, il Bjp può contare su 60 mila membri attivi che hanno portato circa 8 milioni di nuovi iscritti. Attorno a loro si è costruita una macchina elettorale capillare impegnata in ciascuno dei quasi ottantamila seggi dello Stato. Si è pianificato come ingaggiare in ognuno di questi seggi una vera battaglia e, soprattutto, si è dovuto capire come vincerla.
Inoltre, alla campagna elettorale tradizionalmente politica è stata aggiunta quella religiosa. Modi ha fatto valere tutto il suo “appeal” tra le elettrici e anche presso le caste più basse e le comunità tribali, presentandosi come il loro paladino. Infine, tenendo conto che la popolazione musulmana arriva al 30% nel Bengala e tende a crescere a causa, soprattutto, dello sconfinamento costante di famiglie e gruppi provenienti dal Bangladesh, il Bjp ha organizzato iniziative di carattere socio-religioso con la partecipazione di guru, veggenti indù, swami (sacerdoti), ecc. Tutto questo ha legittimato dal punto di vista religioso un procedimento politico come le elezioni. L’Hindutva – l’ideologia che prevede l’India come nazione indù – è diventata una questione di sopravvivenza a scapito delle minoranze, soprattutto, dei musulmani, che avevano sostenuto da sempre Mamata Banerjee. Questa politica è pienamente riuscita. Il Bengala occidentale è passato in mano a Modi.