Che cosa ci ha detto dell’Europa, quest’ennesimo e sostanzialmente inutile Eurofestival (per usare la dicitura dei suoi anni belli)? Quasi nulla di nuovo e molto di assolutamente datato. Da tempo questo baraccone tutto luci e lustrini non consacra nuove stelle, ma regala un attimo di notorietà a volenterosi carneadi e scimmiottatori di modesto talento. Certo, la storia di questo evento ha mostrato qualche eccezione – dagli Abba a Sandie Shaw, da Celine Dion ai Maneskin –, ma se si arriva da sconosciuti tali si resta, se non per qualche successo stagionale, come accadde alla svedese Loreen e alla sua Euphoria nel 2014.
Il fatto è che questo evento resta un ibrido a mezza via tra un’anima rustica che ricorda tanto i teneri Giochi senza frontiere degli anni belli della tivù, e un corpo che invece strizza un occhio allupato alle magniloquenze pop degli show di Las Vegas o di un Superbowl.
Le 30 nazioni partecipanti (Spagna, Irlanda, Islanda, Slovenia e Paesi Bassi hanno rinunciato per protesta contro la partecipazione di Israele) hanno messo in pista canzoni mediamente scadenti (personalmente salverei quelle offerte da Danimarca, Ucraina e Polonia), e la vetrina complessiva è risultata appesantita dal cattivo gusto di molte performance. In generale il menù ha offerto dose massicce di pop danzereccio di marca statunitense, tanta elettronica demodé – tipo Kraftwerk –, poco etno-folk di qualità e mancanza quasi assoluta di canzoni d’autore degne di tale nome.
In questa fiera del glocal-pop ad ugole spiegate, l’ha spuntata una stellina balcanica praticamente sconosciuta al di fuori dei patri confini. E l’ha fatto grazie a un tormentino di modesta fattura ma sufficientemente piacione per catturare l’audience più eterogenea tra tutte quelle che convivono in quest’ Europa sempre più piccolina, orfana dei propri gioielli – sia culturali che artistici –, immotivatamente festaiola, ed annaspante in un’opulenza ormai più apparente che reale. Per molti è proprio in manifestazioni come queste che se ne coglie l’inconsistenza, e anche una decadenza che pare la versione postmoderna di quella che caratterizzò la fine della Roma imperiale o quella dell’età barocca spazzata via dall’Illuminismo e poi dalla Rivoluzione Francese: sexytudini sbrilluccicanti, totale scollamento da una realtà piena di problemi e d’inquietudini, stereotipi insopportabili tipo quelli messi in mostra dal nostro Sal Da Vinci.
Dal punto di vista sonoro gran parte dell’offerta era basata su deja-vu vecchi di almeno mezzo secolo, e non meno desolante è risultata la qualità dei testi, banali nella scrittura tanto quanto nei contenuti dove hanno dominato gli amori tossici o impraticabili; e anche in questo l’eroe dell’ultimo Sanremo è parso piuttosto estraneo al contesto (a votarlo, suppongo, sia stata l’immensa diaspora dei nostri italiani all’estero o gli irriducibili del neomelodismo).
Che altro dire? Se l’obiettivo di questo tipo di eventi è ricompattare il popolo europeo o almeno il piacere di ritrovarsi insieme una tantum, lascerei perdere la musica e riproverei con Giochi senza frontiere…
