In questo mese di maggio 2026, quando l’inverno se n’è andato e le battaglie non hanno la variabile meteorologica da temere, la situazione militare in Ucraina è caratterizzata da una fase di logoramento estremo e di stallo tattico lungo gran parte della zona di frizione. Entrambi i fronti, quello russo e quello ucraino, debbono fare i conti con una situazione bloccata.
Dopo oltre quattro anni di conflitto, le forze russe continuano a esercitare una pressione costante nel settore orientale, puntando in particolare su snodi strategici come Pokrovsk, pur incontrando linee difensive ucraine fortificate che rendono le avanzate lente ed estremamente dispendiose in termini di vite umane. L’Ucraina, dal canto suo, ha adottato la cosiddetta “strategia del porcospino”, puntando su una difesa attiva e su una protezione delle infrastrutture energetiche critiche, colpite ciclicamente da ondate di droni e missili russi. Gli aculei del porcospino colpiscono improvvisamente, anche in profondità, arrivando sul territorio russo, spesso causando danni di non poco conto.
Sebbene Kyiv abbia sviluppato un’eccellente capacità di intercettazione (fino al novanta per cento dei droni), la carenza di munizioni per la contraerea rimane un punto di vulnerabilità costante. A questo proposito, sul piano tecnologico il conflitto ha visto un’evoluzione massiccia nell’uso di droni a guida remota e sistemi in fibra ottica, trasformando il campo di battaglia in un ambiente ad alta trasparenza dove ogni movimento è monitorato. Nonostante la stanchezza e le perdite elevate, il morale ucraino e la determinazione russa suggeriscono una prosecuzione delle ostilità senza che nessuna delle due parti riesca, al momento, a infliggere un colpo decisivo all’altra. In altre parole, stallo su tutto il fronte.
Le notizie riguardanti riconquiste territoriali da parte ucraina che circolano in questi giorni vanno analizzate con cautela. Spesso si tratta di contrattacchi locali, appunto secondo la logica del porcospino, piuttosto che di grandi manovre strategiche. In particolare si notano alcune costanti: in primo luogo, Kyiv lancia spesso controffensive mirate (operazioni “chirurgiche” per riprendere posizioni tattiche dominanti come alture o piccoli centri logistici); in secondo luogo, nel settore nordest, vicino a Kharkiv, Kyiv cerca di respingere le incursioni russe per creare una “zona cuscinetto” e proteggere le aree civili dai tiri d’artiglieria; in terzo luogo, bisogna capire che siamo di fronte a una “guerra di attrito”, cioè anche quando l’Ucraina recupera terreno, il successo viene spesso misurato non in chilometri quadrati, ma nella capacità di degradare le risorse nemiche; in quarto e ultimo luogo va sottolineata una certa “sfida delle fortificazioni”, cioè ogni avanzata ucraina deve scontrarsi con le imponenti linee difensive russe, dai campi minati alle trincee stratificate, costruite negli ultimi anni, il che rende ogni metro riconquistato un successo ottenuto a carissimo prezzo.
Sul piano politico, è evidente come la Seconda guerra del Donbass debba pagare pegno alla più mediatizzata e imponente Guerra d’Iran, e alle tre sotto-guerre d’Israele, Libano, Gaza e Cisgiordania. Gli Stati Uniti non hanno certo più come priorità le battaglie sul territorio ucraino. I mediatori, Rubio e Witkoff in primis, hanno ottenuto qualche successo, come la tregua del Victory Day di 72 ore e lo scambio di circa mille prigionieri. Lo scopo vero è quello di raggiungere un accordo per una road map entro l’estate 2026. Ma i muri diplomatici sono ancora insormontabili: la questione territoriale, il grado di ancoramento di Kyiv in Europa, il clima di sfiducia generalizzato, anche perché Zelensky e i suoi temono che la mediazione statunitense possa spingere verso concessioni eccessive.
Appare sempre più evidente che i timori espressi da più parti in seguito all’inizio delle violenze nel febbraio di quattro anni fa erano giustificati: non ci sarebbe stato un vincitore della Seconda guerra del Donbass. Solo perdenti: civili, diplomatici e militari. Chi può dire il contrario?
