Sono giorni di grande confusione per la situazione mondiale che suscita non solo insicurezza a tutti i livelli, ma anche un clima di paura per quanto potrebbe accadere: una crisi economico-finanziaria globale o, addirittura, una conflagrazione atomica. Il linguaggio della guerra che negli ultimi anni è sempre più entrato a far parte del quotidiano, è oggi parte del dizionario spicciolo usato nelle conversazioni comuni. A questo si associa il delirio di minacciare la distruzione degli altri e, pure, le loro culture e civiltà. Quello che più spaventa è come, contemporaneamente, si associ a tutto questo la dimensione spirituale, e Dio in modo particolare. Sembra davvero di essere tornati al linguaggio del mondo al tempo delle crociate, perché l’idea che si vuole sdoganare è proprio quella che “Dio lo vuole”: agenda perversa perché l’odio e la distruzione che si stanno moltiplicando nulla hanno a che fare con Dio. Leone XIV è stato categorico su questo in più occasioni, ultima – assai significativa – quella della sua riflessione al termine della Veglia di preghiera per la pace di sabato scorso a San Pietro. Papa Prevost ha parlato di «quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo», al quale tutti, in qualche modo, ci stiamo abituando senza renderci conto, nonostante le reazioni che si avvertono, che, come ancora ha sottolineato Leone XIV, «gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati». Soprattutto – ed è l’aspetto più preoccupante perché evidentemente più subdolo – in questo clima «viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». E questo da parte di leader mondiali di nazioni tradizionalmente cristiane e loro stessi dichiaratamente tali. Alle scene di distruzione e alle tensioni belliche si alternano non solo i proclami, ma anche le immagini – come quella della Sala Ovale della Casa Bianca – in cui il presidente americano è attorniato da ministri cristiani che lo benedicono come l’inviato, l’uomo del destino. Anche se sta crescendo a dismisura la reazione contro la guerra e in favore della pace, e si stanno moltiplicando manifestazioni sempre più numerose – quasi oceaniche – in favore della non-violenza, la commistura di Dio e guerra sta diventando sempre più parte della narrativa comune, fonte di confusione e, soprattutto, di falsità ingiustificabile e imperdonabile.

Papa Leone XIV presiede la Veglia del Santo Rosario per la Pace nella Basilica di San Pietro in Vaticano, l’11 aprile 2026. ANSA/VATICAN MEDIA + UFFICIO STAMPA
È impressionante riflettere su come sia cambiato il mondo nel giro di questi pochi decenni. Durante la resistenza dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni ’80 del secolo scorso erano stati autorevoli rappresentanti dell’amministrazione americana a ispirare la Jihad – fra l’altro assai mal interpretata – a coloro che sarebbero, poi, diventati gli esecutori di quel terrorismo islamico (che niente aveva a che fare con l’Islam come fede religiosa professata da milioni di persone) che sarebbe stato un boomerang cruento nei confronti degli USA e dell’Occidente, in genere. Con grande ipocrisia, l’occidente ha sempre considerato la commistione fra religione e politica un barbaro ritorno al Medio Evo e oggi, proprio da questa parte di mondo si predica una guerra che si vorrebbe pretendere santa. Il millenarismo che, sempre più, penetra nelle pieghe del pensiero e della vita quotidiana di numerosi ambienti negli USA e in Europa – e pure in altre parti del mondo fra cui Israele – sta trasformando il modo di guardare alla possibilità della guerra. Quasi la santifica! In effetti, qui sta la grande tentazione di oggi che rischiamo di sottovalutare e che, invece, Leone XIV inquadra con efficacia e puntualità: l’idolatria del proprio io, non solo personale, ma anche ideologico. Prevost non fa sconti a chi «alla morte è asservito [perché] ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.»
Tuttavia, in questo contesto di grande confusione e tensione globale, ciò che fa veramente la differenza è il rapporto personale che ciascuno può aver costruito con persone di diverse fedi e culture. O anche la conoscenza dei posti che oggi sono bombardati, dove personalmente sono stato negli anni scorsi, sia in Libano che in Iran, come pure in Israele e in Palestina. Questo, inevitabilmente, cambia il panorama e la prospettiva. In questi giorni, da quando l’Iran e il Libano sono stati attaccati, non ho potuto non pensare ogni giorno ad amici e amiche, e agli studenti che ho avuto in questi anni, ospiti della nostra università. Siamo in contatto, dal primo momento in cui è scoppiato il conflitto e si può condividere il dramma di innocenti uccisi gratuitamente e quello di due Paesi che vengono distrutti proprio in quanto è indispensabile alla vita: centrali energetiche, scuole, ospedali e case private. Non è un anonimo conflitto fra Paesi o eserciti, ma una sofferenza immensa di persone che hanno incrociato la mia vita e che non posso dimenticare, e con le quali non posso non condividere le sofferenze e l’impossibilità di fare qualsiasi cosa. Con queste persone, stiamo vivendo questi giorni – come suggerisce il papa americano – unendo «le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati dalla follia della guerra». Il rapporto personale cambia, dunque, la prospettiva, come sottolineava ancora sabato scorso papa Leone, riferendosi ai bambini che vivono in zone di conflitto: «Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!».
