«Mi adatto a quello che voi desiderate!». Questo potrebbe essere un buono slogan per sintetizzare quello che la collega spagnola Marta Martìn Novoa chiama: “sindrome della brava ragazza“. Parliamo al femminile perché nella cultura occidentale è più frequente, ma nella mia esperienza clinica non ha distinzione di sesso; ho incontrato tanti bravi uomini.
Questa sindrome si basa su un assunto: «se inibisco la mia spontaneità e attuo quello che gli altri vogliono che io sia, mi vorranno bene». Sembra funzionare o almeno da piccoli si ha l’illusione che questo avvenga. Col passare degli anni è impossibile essere quello che gli altri si aspettano da noi. E se talvolta questa maschera funziona, porta con sé un un grosso conto da pagare. Ogni persona si aspetterà qualcosa di diverso, qualcosa che sarà modellato dal suo sistema di valori e di esperienze, dalle stesse ferite emotive che cerca di riparare.
Essere ciò che non si è ha un prezzo altissimo: si reprimono emozioni sgradevoli, si hanno somatizzazioni fisiche, problemi gastrointestinali o cefalee, relazioni asimmetriche in cui si resta invisibili. Vale veramente la pena di vivere rinunciando a se stessi?
Partiamo dalla premessa che l’obiettivo è quello di creare relazioni in cui “esserci”, con uno scambio reciproco vero e profondo, in cui vi è un abbraccio che accoglie l’io e il tu, costruendo un noi. La sindrome della brava ragazza non è stata coniata dalla collega Novoa, lei stessa l’ha riutilizzata ispirata dalla psicologa statunitense Frankel, la quale affermava che le brave ragazze non fanno carriera. Poiché le donne che tendono a compiacere possono essere più facilmente sottomesse, evitando i conflitti non vengono riconosciute professionalmente in ciò che meritano, nel momento in cui ambiscono chiaramente a lavori migliori o ai ruoli più prestigiosi.
La brava ragazza nasce dal fatto di imparare a rimanere “salva” essendo simpatica, gentile e compiacente. In questa dinamica in cui si è sempre a disposizione si antepongono i bisogni degli altri ai propri. È un meccanismo che porta con sé uno sforzo fin da bambini ad essere iper-responsabili, al perfezionismo (che non esiste), per cui: se io valgo mi vorranno bene, se non valgo non mi vorranno bene. I bisogni vanno in secondo piano, “la brava” investe le proprie energie verso l’esterno ignorando soprattutto i propri bisogni emotivi. Quando parliamo di questi ultimi ci riferiamo per esempio al sentirsi ascoltata e sostenuta. Chiediti se quando sei in una relazione vivi una posizione di ascoltatrice o vieni anche ascoltata profondamente dall’altro.
Come bisogno emotivo possiamo individuare anche il sentirsi al sicuro con altre persone. Quando puoi stare a tuo agio con la certezza che nessuno ti faccia del male intenzionalmente. Sono bisogni emotivi anche il sentirsi amati, sentirsi parte di un gruppo, quell’appartenenza in cui vi è cura l’uno dell’altro. Sentirsi riconosciuti e apprezzati (gli altri si accorgono di cosa ti rende unico). Sentirsi competente, quando sai che puoi fare cose per te e per gli altri.
Le brave ragazze riconoscono questi bisogni, ma li reprimono, credendo che se li esprimeranno liberamente non saranno più amate e apprezzate. In questo assetto è impensabile esprimere la rabbia, un’idea differente, una volontà diversa da chi si ha accanto. Solo in alcuni casi, dopo tanta sopportazione, potrebbero anche esplodere con una reazione impulsiva poiché c’è una goccia che fa traboccare il vaso.
La brava ragazza inoltre ha difficoltà a prendere delle decisioni poiché ha paura di sbagliarsi, di non essere perfetta, quindi tende a procrastinare ed è fortemente sensibile al giudizio altrui. È chiaro e intuibile a tutti che la vita della brava ragazza è fortemente stressante e a lungo andare può provocare anche delle somatizzazioni. Poiché quando non siamo collegati a noi stessi ci perdiamo e questo ha degli effetti anche sulla nostra salute fisica.
Spesso le brave ragazze si ritrovano in relazioni definite da loro stesse “sbagliate” con persone emotivamente distanti. Avere delle persone di riferimento assenti o emotivamente non disponibili durante l’infanzia si ripropone nel presente. Anche l’aver avuto una forte delusione in una relazione importante può portare a non volersi ritrovare in relazioni intime. Il cervello capisce che se non si va in profondità non ci si può far male. Aver vissuto una relazione di dipendenza affettiva fa sì che l’amore e l’amicizia possono essere sinonimi di perdita di sé e si finisce per scegliere di non volere più essere emotivamente coinvolti.
Le brave ragazze quindi interpretano le relazioni profonde con una possibile minaccia. La soluzione a tutto questo non è di certo diventare una “cattiva” ragazza, ma iniziare un percorso di autoconoscenza che implichi una presa in carico dei propri bisogni, per avvicinarci agli altri in modo più paritario, costruire relazioni di scambio, poter avere una voce libera e godere di relazioni intime. Può essere l’inizio di una vita… diversa.
