Benché le preoccupazioni non manchino, l’Hantavirus scoperto sulla nave da crociera MV Hondius, in viaggio dall’Argentina a Capoverde, per l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha un rischio basso per la salute pubblica, non è come il Sars -CoV-2. Dello stesso parere è l’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Tuttavia, occorre mantenere un atteggiamento prudente e di attenzione. Siamo, insomma, di fronte ad una nuova minaccia, ma non a una novità scientifica: gli hantavirus si conoscono da tempo. Si tratta, dice Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, intervistato dal Servizio di informazione religiosa, «di una famiglia di virus che comprende 38 ceppi diversi». Quello che ha colpito alcuni crocieristi, il ceppo Andes, «è l’unico di cui sappiamo che si può trasmettere da persona a persona». Non è comune alle nostre latitudini, «si trova – dice ancora l’epidemiologo – in una zona abbastanza confinata, nella parte del sud America, in Perù e Argentina».
I virus sono piccole particelle infettive costituite da un acido nucleico, Dna o Rna, circondato da proteine. «Non hanno una struttura cellulare e non possono svolgere autonome attività metaboliche», spiegano nel loro manuale di biologia, Eldra Solomon, Linda Berg e Diana Martin. Hanno bisogno, quindi, di colonizzare una cellula ospite per sopravvivere e proliferare. Tuttavia, ricordano le biologhe americane, «hanno sufficienti informazioni genetiche per costringere la cellula ospite a replicare il loro stesso acido nucleico». Insomma, i virus entrano come ladri e condizionano la cellula a lavorare per essi.
Gli hantavirus hanno il genoma a Rna, sono più soggetti a mutazioni e, di conseguenza, più adattabili alle nuove condizioni. I loro serbatoi naturali sono i roditori selvatici, topi di campagna, arvicole, ratti, ma non disdegnano pipistrelli, talpe e toporagno. Il salto di un ceppo virale dall’animale all’uomo dice che siamo in presenza di una zoonosi. Secondo Ciccozzi non è semplice infettarsi, «è necessario un contatto con escrementi o urine infette di topo». Quindi è questo che è accaduto ai crocieristi infettati o almeno ad uno di essi? È plausibile. Dove è successo e quando? È la domanda a cui devono rispondere gli epidemiologi per comprendere la dinamica dell’infezione.
Il virus ha una incubazione da una a otto settimane. È possibile, quindi, che una persona asintomatica possa infettare senza saperlo? Non è semplice dirlo, occorre capire quando il virus diventa aggressivo. L’Oms è stato categorico e rassicurante. Sostiene, infatti, che il contagio si ha solo per contatto stretto e prolungato con la persona infetta. Quindi non per via aerea come il Covid. L’Ecdc e i Centers for disease control and prevention statunitensi confermano. Tuttavia la questione non sembra archiviata. In un articolo pubblicato da Quotidianosanità.it, l’8 maggio, Giovanni Rodriguez analizza la situazione in dettaglio e evidenzia qualche perplessità. Resta però il fatto che, sia pur di difficile trasmissione tra persone, il virus ha una letalità piuttosto alta. «Oscilla tra il 30 e il 50%», conferma Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico san Martino di Genova. È un dato che allarma e che dovrebbe far riflettere sulle nuove malattie che possono coinvolgere l’uomo.
David Quammen nel libro Spillover indica le zoonosi come malattie del futuro. In 60 anni ne sono comparse una quindicina tutte di notevole gravità. Come mai? «Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria − scrive Quammen nella sua opera −. Sommandosi le loro conseguenze si mostrano sotto forma di una sequenza di malattie nuove, strane e terribili, che emergono da ospiti inaspettati e che creano serissime preoccupazioni e timori per il futuro negli scienziati che le studiano».
«Come fanno questi patogeni a compiere il salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi? − si chiede Quammen −. Per metterla nel modo più piano possibile: perché da un lato la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato».
Un ruolo rivestono anche i cambiamenti climatici e, soprattutto, gli scambi commerciali su scala internazionale. «Integrando oltre 40 anni di dati sul commercio, legale e illegale, con il database Clover sui patogeni associati alle specie animali – scrive Francesca Radicioni sulla testata scientifica online Scienze in rete – si nota un pattern chiaro: il 41% delle 2079 specie di mammiferi coinvolte nel commercio condivide almeno un patogeno trasmissibile con l’essere umano e il numero di patogeni aumenta con la durata della permanenza delle specie nei circuiti commerciali». Lo studio è stato coordinato da Jérôme Gippet, ecologo dell’Università di Friburgo, in Svizzera.
Le zoonosi pongono problemi nuovi e la questione riguarda il rapporto dell’uomo con la natura. «C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra – scrive David Quammen –. Non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni». L’uomo è la causa, ma spesso non ricorda che è parte della natura.
