Il Veneto è la regione dove la produzione industriale ha provocato la più grande contaminazione al mondo da sostanze Pfas, definite “inquinanti eterni”, che impatta sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa. Le responsabilità penali sono state accertate finora da una sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise di Vicenza il 26 giugno 2025.
Il disastro ambientale interessa una popolazione di 350 mila persone tra le province di Vicenza, Verona e Padova, ma gli effetti delle sostanze inquinanti non si fermano ovviamente ai confini amministrativi di una Regione investita nel secondo dopoguerra dagli effetti del miracolo economico raggiungendo livelli di reddito tra i più alti del Continente, dopo che per secoli ha conosciuto ristrettezze ed è stata terra di emigrazione.
Non parliamo perciò di un’area periferica e degradata, destinata a diventare zona di sacrificio come altri territori su cui si scaricano le contraddizioni e gli effetti negativi di un certo modello di sviluppo predatorio.
Come è potuto accadere? È quanto abbiamo chiesto in questa intervista a Claudia Marcolungo, docente di diritto ambientale presso l’Università di Padova.
Cosa ci dice il caso Pfas in uno scenario internazionale che vede l’Europa in affanno nell’attuazione del Green deal e sotto pressione per “trasformare l’economia in assetto di guerra”?
Siamo davanti al “canto del cigno” dell’attuale paradigma economico globale. Cioè di un sistema pienamente consapevole della propria insostenibilità strutturale, ma arroccato nel tentativo di preservare rendite di posizione. La crisi non è un incidente di percorso, ma l’esito naturale di una “razionalità economica” che ha sistematicamente subordinato le matrici vitali del pianeta e la salute dei cittadini al dogma della crescita infinita.
Eppure, parliamo di una Regione ricca e prospera…
Non è tutto oro quello che luccica. Ad esempio, nonostante un PIL pro-capite tra i più alti d’Europa, il bilancio ecologico della regione è fallimentare. La ricchezza finanziaria è stata accumulata a scapito del capitale naturale, portando a criticità sistemiche.
Che tipo di criticità?
Oltre ad una cementificazione selvaggia che ha eroso la resilienza idrogeologica, le emissioni industriali e agricole posizionano purtroppo il bacino padano ai vertici delle classifiche per tossicità ambientale. In questo quadro la gestione dell’emergenza PFAS ha rivelato la tendenza istituzionale alla negazione sistematica del danno per non intaccare l’identità produttiva del territorio. La prevalenza della figura del datore di lavoro inteso come “padrone” (paron) della terra e del destino dei lavoratori ha alimentato un individualismo economico che ha eroso i legami di solidarietà sociale.
Vede segnali di discontinuità da tale modello?
Il dibattito economico attuale, alimentato dal rapporto Draghi sulla competitività, propone un approccio che definire “antico” è un eufemismo. Dobbiamo ribadire, invece, che le regole non sono intralci, ma tutele per la collettività.
Il sistema industriale, in particolare la chimica e la farmaceutica, difende invece l’uso dei Pfas considerandoli necessari per lo sviluppo. Siamo davanti ad un mercato falsato dove la “semplificazione” normativa diventa in realtà deregolamentazione, lasciando le scelte ambientali e politiche in mano alle multinazionali. C’è da dire ad ogni modo che distretti come quello di Prato in Toscana, o alcune analisi del Sole 24 Ore, dimostrano che segmenti avanzati del mondo industriale hanno compreso la necessità di rivolgersi a prodotti Pfas-free per non restare esclusi dalle catene del valore globali.
Che tipo di risposta istituzionale è in atto?
Abbiamo i sindaci che sono lasciati soli e ridotti “allo stremo” perché costretti a fare da parafulmine alle emergenze chimiche, senza avere né le risorse né le competenze tecniche per gestirle. Il governo nazionale diserta invece i tavoli internazionali ed europei dove si decidono le strategie cruciali, come la Nature Restoration Law (una legge approvata nel 2024 dal Parlamento europeo che obbliga i Paesi membri a ripristinare almeno il 20% delle aree terrestri e marittime dell’Europa entro il 2030, con l’obiettivo di raggiungere tutti gli ecosistemi danneggiati entro il 2050, ndr)
Il Ministero dell’Ambiente non riesce a svolgere compiti minimi come stabilire le Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) necessarie per definire legalmente un sito come inquinato. Mentre l’emergenza PFAS esplodeva, in Arpa Veneto si è assistito al paradosso della riduzione del personale competente e delle risorse tecniche, proprio quando il monitoraggio doveva essere potenziato.
In assenza di una visione nazionale, le direttive europee (Nature Restoration Law, Soil Monitoring Law, Direttive sulle Acque Sotterranee e Superficiali, e molte altre disposizioni che stanno entrando a regime) rappresentano l’unico argine all’inerzia ministeriale italiana sulla quale occorre concentrarsi.
Non manca certo una vivacità di soggetti attivi della società civile …
Una risposta importante è infatti giunta dalle “Mamme No Pfas”. Il loro attivismo non è nato da un’ideologia astratta, ma dalla constatazione del danno biologico nei corpi dei propri figli. Esse rappresentano una forma di “fiducia critica” nelle istituzioni: chiedono conto della responsabilità pubblica in un contesto dove il silenzio dei vertici industriali e politici è spesso assordante. Per questo motivo occorre rafforzare la costruzione di una rete che unisca la società civile, i movimenti come appunto le “Mamme No Pfas”, le realtà ambientaliste consolidate, i sindacati e la ricerca scientifica. In questo scenario, l’Università ha il dovere morale di abbattere i propri “orticelli” accademici per agire da supporto diretto alla pubblica amministrazione per la gestione dei rischi complessi. Occorre una interdisciplinarità reale per generare circuiti di conoscenza che informino le politiche territoriali a favore di una riconversione industriale.
