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Mondo > Dibattiti

Che ne sarà di Cuba?

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

L’isola caraibica, con il controllo del petrolio venezuelano da parte degli Usa dopo l’aggressione di Caracas e il rapimento di Maduro, sembra ad un passo dall’auto implosione a meno che la strategia imprevedibile di Trump non arrivi all’invasione militare, vendicando il fallimento dell’operazione della Baia dei porci del lontano 1961. Intervista a Salvatore Izzo, direttore de Il Faro di Roma

Foto dal convoglio globale Nuestra America, un’iniziativa di solidarietà a sostegno di Cuba sotto embargo ANSA EPA/ERNESTO MASTRASCUSA / POOL

La strategia del presidente Donald Trump sembra quella di aprire sempre più nuovi fronti per poter affermare l’imperativo del Make American great again che porta a considerare l’America Latina come il proprio giardino di casa, dove non sono ammessi intrusi o governi considerati ostili ai suoi interessi.

A partire dalla rivoluzione socialista del 1959, Cuba rappresenta una spina nel fianco per gli Usa che fino ad allora avevano usato l’isola, formalmente indipendente dal 1898, come un luogo di villeggiatura esotica costellata di casinò controllati dalla mafia.

Non sorprenderebbe ora un’operazione diretta delle truppe statunitensi contro un Paese indebolito da ristrettezze economiche e isolamento commerciale subito da decenni, e che senza il petrolio del Venezuela si trova in condizioni di estrema fragilità tanto che delegazioni di volontari da più parti del mondo, in particolare dall’Italia, stanno recandosi a Cuba per portare la solidarietà concreta alla popolazione.

ANSA EPA/ERNESTO MASTRASCUSA

In un recente editoriale de Il Faro di Roma, testata online molto attenta alle notizie dell’America Latina, il professor Luciano Vasapollo, docente di di Economia presso La Sapienza di Roma, afferma che «Cuba oggi non è soltanto un Paese sotto pressione. È un laboratorio vivente di resistenza, un luogo dove la storia non è finita e dove, nonostante tutto, milioni di persone continuano a scegliere – ogni giorno – di non arrendersi». Abbiamo perciò sentito il direttore de Il Faro di Roma, Salvatore Izzo.

L’epopea rivoluzionaria dei barbudos (definizione dell’esercito di liberazione guidato da Fidel Castro) ha segnato intere generazioni animate da un desiderio di cambiamento nel segno della giustizia sociale, ma il regime castrista legato all’Unione sovietica non è stato certo un esempio di rispetto dei diritti umani e della democrazia. Come si spiega tale involuzione? Una scelta obbligata dall’isolamento deciso dagli Usa dove gli esuli anticastristi sembrano avere sempre più spazio?
L’epopea dei barbudos non può essere separata dal contesto di assedio permanente in cui Cuba si è trovata sin dai primi anni della rivoluzione. L’embargo statunitense, i tentativi di invasione e destabilizzazione, l’isolamento internazionale hanno imposto scelte spesso difensive. In questo quadro, l’alleanza con l’URSS non fu solo ideologica ma una necessità di sopravvivenza. È vero che il sistema politico ha limitato gli spazi di pluralismo, ma è altrettanto vero che questa rigidità si è sviluppata dentro una logica di resistenza. Il popolo cubano ha pagato un prezzo alto, ma ha anche mostrato una straordinaria capacità di difendere la propria sovranità e le conquiste sociali della rivoluzione, dalla sanità all’istruzione.

Sappiamo poi che esiste una netta distinzione  tra le concessioni delle aree destinate al turismo di massa e le rigide regole riguardanti il resto della popolazione. Un compromesso necessario o un cedimento della purezza originaria che ha finito per indebolire la tenuta sociale?
L’apertura al turismo internazionale è stata una risposta obbligata alla crisi degli anni ’90 dopo la fine dell’URSS. Cuba ha dovuto reinventarsi per sopravvivere economicamente, accettando compromessi difficili. La creazione di circuiti turistici separati ha introdotto disuguaglianze visibili, ma ha anche permesso al Paese di evitare un collasso totale. È una contraddizione reale, ma vissuta con consapevolezza: molti cubani la interpretano come un sacrificio temporaneo per difendere un modello sociale che, pur sotto pressione, continua a garantire diritti fondamentali. La sfida resta quella di non perdere l’orizzonte egualitario originario.

La rivoluzione, infiammata dall’icona guevarista, aveva davanti una dittatura prona agli interessi statunitensi che avevano trasformato l’isola in un postribolo e nel tempio dei casinò gestiti dalla mafia. Come ha gestito il comunismo cubano la piaga della prostituzione? 
Uno degli elementi meno ricordati è che la rivoluzione cubana aveva praticamente sradicato la prostituzione, che sotto il regime di Batista era diffusa e strettamente legata al turismo sessuale e agli interessi statunitensi. Con l’accesso universale all’istruzione e al lavoro, migliaia di donne uscirono da quella condizione. Il fenomeno è riemerso negli anni ’90 con la crisi economica, ma oggi va letto in modo diverso: non come una “scelta culturale” interna, bensì come l’effetto di un capitalismo predatorio che penetra attraverso il turismo e le disuguaglianze globali. Queste ragazze sono vittime di un sistema economico internazionale che sfrutta fragilità e bisogno. In questo senso, la questione non riguarda solo Cuba, ma un modello globale che tenta di reintrodurre logiche di sfruttamento che la rivoluzione aveva combattuto.

Esiste a Cuba una qualche forma di società civile indipendente dal potere statale e dal partito al governo, ma lontana da ogni nostalgia della dittatura filo Usa?
La società cubana è spesso descritta in modo semplificato, ma in realtà è più articolata. Accanto alle organizzazioni istituzionali esistono spazi di partecipazione reale, soprattutto a livello comunitario, culturale e religioso. Negli ultimi anni sono emerse anche forme di espressione autonoma che non si identificano né con il governo né con posizioni filo-statunitensi. È una società civile che cresce lentamente, cercando equilibrio tra autonomia e contesto politico. Anche qui emerge un tratto tipico della realtà cubana: la capacità di adattarsi senza rinunciare a una forte identità nazionale.

Manifestazione di solidarietà con Cuba davanti l’ambasciata Usa a Città del Messico ANSA EPA/SASHENKA GUTIERREZ

Qual è stato a vostro parere il rapporto con la Chiesa cattolica? I papi, anche Giovanni Paolo II, hanno manifestato interesse e rispetto per l’esperimento cubano. Esiste libertà religiosa nell’isola e una capacità dei cattolici e di altre confessioni cristiane di agire in capo politico ed economico?
Dopo una fase iniziale di tensione, il rapporto tra Stato e Chiesa si è evoluto in senso positivo. Le visite di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco (che in più occasioni ha definito Raul Castro uno dei suoi migliori amici) hanno segnato passaggi fondamentali. Oggi a Cuba esiste libertà religiosa e la Chiesa svolge un ruolo importante nel tessuto sociale, soprattutto nel sostegno alle fasce più fragili. Pur senza intervenire direttamente nella politica, le comunità religiose rappresentano uno spazio di dialogo e mediazione. Questo dimostra come il sistema cubano, pur con i suoi limiti, abbia saputo evolversi e aprirsi su alcuni fronti.

Esiste a vostro giudizio il rischio reale di invasione da parte di Washington? Come potrà resistere il governo cubano? Esiste una qualche forma di solidarietà reale dai Paesi latinoamericani?
Il rischio di un intervento diretto da parte degli Stati Uniti non può purtroppo essere del tutto escluso, soprattutto in un contesto internazionale instabile, nel quale non sono mancate gravissime violazioni del diritto internazionale proprio da parte degli Usa, basti pensare all’attacco criminale del 3 gennaio al Venezuela per sequestrare il legittimo presidente Maduro e la moglie Cilia Flores e più recentemente all’Iran, con la strage anche di oltre 170 ragazzine in una scuola. Tuttavia, la vera pressione resta quella economica e politica. La forza di Cuba, ancora una volta, è nella sua popolazione: una società che ha sviluppato negli anni una resilienza straordinaria, abituata a resistere e a reinventarsi. La rivoluzione continua a vivere anche in questo spirito di resistenza quotidiana. In America Latina esistono forme di solidarietà, soprattutto da parte di governi e movimenti popolari, ma il quadro è variabile. Ciò che resta costante è il coraggio del popolo cubano, che continua a difendere la propria indipendenza in condizioni difficili, mantenendo viva l’idea di giustizia sociale che ha animato la rivoluzione fin dall’inizio.

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