Il cosiddetto “Hondurasgate” è entrato nel dibattito pubblico latinoamericano con tutti gli ingredienti di uno scandalo regionale: intercettazioni, accuse di ingerenza straniera, campagne di disinformazione, leader politici di primo piano e una domanda che, finora, non ha ancora trovato una risposta definitiva: le registrazioni sono autentiche?
L’inchiesta è stata pubblicata da Diario Red, media digitale fondato dallo spagnolo Pablo Iglesias, fondatore ed ex segretario generale del partito populista di sinistra Podemos, e dal portale Hondurasgate.ch. Secondo queste pubblicazioni, gli audio rivelerebbero una presunta rete di influenza composta da attori politici dell’Honduras, degli Stati Uniti, di Israele, dell’Argentina e da settori conservatori della regione, orientata ad attaccare o destabilizzare governi progressisti dell’America Latina, in particolare quelli di Messico e Colombia.

Un manifestante espone un cartello contro la grazia concessa a Juan Orlando Hernández durante una protesta davanti all’ambasciata Usa a Tegucigalpa, 4 dicembre 2025.
Credit: ANSA/EPA/Gustavo Amador.
Il caso ha suscitato interesse per diverse ragioni. La prima è il nome di Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per narcotraffico e successivamente graziato da Donald Trump. La seconda riguarda la portata geopolitica della denuncia: gli audio non si limiterebbero a dispute interne honduregne, ma indicherebbero una presunta operazione regionale contro Claudia Sheinbaum e Gustavo Petro, presidenti rispettivamente di Messico e Colombia. La terza è il ruolo attribuito alla comunicazione politica: non si tratterebbe soltanto di lobbying, ma di una possibile architettura di propaganda, finanziamento e fabbricazione di notizie.
In uno dei frammenti diffusi, un uomo identificato dai media come Hernández afferma che Israele avrebbe avuto un ruolo nella sua liberazione. In un altro, si menziona la necessità di risorse per costruire una struttura informativa negli Stati Uniti. Compare anche il nome dell’attuale presidente dell’Argentina Javier Milei, al quale viene attribuito un presunto contributo di 350 mila dollari per il progetto. L’agenzia Efe ha inoltre riportato che, secondo gli audio, Hernández avrebbe chiesto 150 mila dollari per aprire un ufficio dal quale avrebbe operato questa unità di comunicazione.
Finora, tuttavia, l’autenticità degli audio non è stata confermata né da un’istituzione indipendente né da un’agenzia internazionale. Diario Red e Hondurasgate.ch sostengono che i file siano stati sottoposti al software Phonexia Voice Inspector e che non si tratterebbe di audio generati dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, Deutsche Welle (DW) sottolinea che molte delle affermazioni restano prive di una verifica indipendente. Questa avvertenza cambia la natura stessa del caso: Hondurasgate non può essere letto come una prova conclusiva, ma come una denuncia ancora controversa.

La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, Ansa EPA/Mario Guzman
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha scritto su X: «Così si muovono le reti dell’estrema destra della comunicazione. Il denaro viene dalla cocaina e da Israele». Claudia Sheinbaum ha attribuito la presunta trama alla “destra internazionale” e ha sostenuto che non le avrebbe fatto “alcun danno”. Dal lato dei chiamati in causa, Hernández ha replicato: «Chiaramente non è la mia voce». Tomás Zambrano, presidente del Parlamento honduregno, ha parlato di “audio falsi” e di una “grossolana fabbricazione”. In altre parole, il caso produce già effetti politici prima ancora di aver prodotto certezze tecniche.
È qui che si colloca il dilemma. Se gli audio fossero autentici, ci troveremmo davanti a un segnale grave sull’uso della disinformazione come strumento di intervento politico regionale. Se non lo fossero, saremmo di fronte a un problema altrettanto serio: la capacità di una insinuazione non verificata di condizionare le agende pubbliche, alimentare polarizzazioni e provocare danni reputazionali irreversibili. In entrambi gli scenari, la democrazia viene esposta a una zona d’ombra, nella quale il confine tra inchiesta giornalistica, operazione politica e guerra informativa diventa sempre più fragile.
Per questo, l’Hondurasgate non interpella soltanto i governi menzionati. Interroga anche i media. Come informare su materiali esplosivi la cui autenticità non è stata accertata? Come evitare che la prudenza si trasformi in censura, ma anche che lo scoop prenda il posto della prova? Il giornalismo ha il diritto di indagare le insinuazioni, ma ha anche il dovere di chiamarle con il loro nome finché non ci sia una verifica conclusiva: indizi, denunce, ipotesi aperte. In un tempo segnato da audio, deepfake e guerre narrative, la responsabilità non consiste nel tacere; consiste nel non confondere lo scoop con la verità.
