Prendo a prestito il titolo ironico della canzone arrivata terza a Sanremo, Che Fastidio!, per introdurre un tema su cui si dibatte poco: il pluralismo di opinioni all’interno delle associazioni e movimenti ecclesiali.
Un aspetto poco sottolineato della recente campagna elettorale referendaria è stato a mio avviso proprio lo “sdoganamento” di un certo pluralismo che esiste e di cui negli ultimi anni mi sembra si sia acquisita maggiore consapevolezza.
È apparso infatti evidente che all’interno dell’area cattolica convivessero in questo caso posizioni diverse ed evidentemente inconciliabili: quindi c’è stato un positivo, oserei dire quasi eccessivo, pullulare di dibattiti, conferenze e sessioni video per esprimere le ragioni del sì e quelle del no.
Osservando questo mondo dall’interno, posso testimoniare che anni fa non c’era tutta questa apertura al pluralismo ed anche oggi sopravvivono corpose sacche di resistenza soprattutto su alcuni temi “eticamente sensibili”.
Ho vissuto più volte sulla mia pelle il fatto che chi non votasse in un certo modo dovesse quasi nasconderlo, o non entrare in argomento per non essere commiserato come un fratello che sbaglia, o come qualcuno che ha preso una brutta piega e, poverino, bisogna aiutarlo.
In un movimento ecclesiale, dove a maggior ragione siamo tutti fratelli, come può essere che sui poveri, sui migranti, sulla pace non siamo tutti d’accordo e allineati? Questo per molti è motivo di grande sofferenza, è proprio un peso dell’anima o quantomeno, come dice la canzone, un fastidio.
Per me invece la “biodiversità”, anche in politica, è una ricchezza. Perché dietro a ciascuno di noi c’è una storia, che non è solo la nostra ma anche quella delle generazioni che ci hanno preceduto: per fare un esempio, dalle mie parti che stanno sulla ex “Linea Gotica” della seconda guerra mondiale, ci portiamo dietro le ferite di quel tempo per cui se avevi un nonno partigiano, o un nonno ucciso dai partigiani la tua visione può essere diversa. Se sei figlio di imprenditori, di commercianti o di operai puoi avere sensibilità diverse, se sei un dipendente pubblico o in una azienda privata puoi avere percezioni diverse.
La verità è che anche questi temi in apparenza semplici e in qualche modo “manichei”, cioè presentabili come una scelta tra il bene e il male, poi andando a declinarli in scelte politiche risultano complessi: la pace sì, ma è lecito difendersi da una aggressione? È lecito produrre e fornire armi ad un Paese aggredito? Per aiutare i poveri bisogna tassare i ricchi e fornire sussidi? O promuovere lo sviluppo economico per quanto sempre diseguale? Per le migrazioni il principio umanitario prevale su tutto o ci devono essere limiti e regole? E così via….
Quindi il fatto che “se sei cristiano devi pensarla così” personalmente non l’ho mai gradito, e credo non sia l’atteggiamento giusto; anche se comprendo molti fratelli, ed anche sacerdoti e vescovi che, avendo speso la vita su alcune battaglie, si ritengono in dovere di indicare una strada politica identificandola come l’unica salvifica. Ma ottenendo come effetto un certo allontanamento di quanti non sentono la propria sensibilità accolta in questa “linea politica”, e forse preferirebbero cercarsi in altri luoghi la linea politica da seguire.
In questo senso trovo il richiamo del Santo Padre ai partecipanti all’Assemblea del Movimento dei Focolari a intendere l’unità non come uniformità di pensiero e di opinione, ma come un cammino di fraternità in cui con franchezza, sincerità e umiltà si cerca assieme di discernere la volontà di Dio, particolarmente significativo.
Quindi vanno bene tutte le opinioni e siamo, come movimenti ecclesiali, di fatto senza alcuna opinione? Direi di no, l’importante è a mio avviso ribadire che non su tutto si potrà arrivare ad una posizione unitaria, vedi referendum sulla giustizia.
Poi sulla politica è necessario un percorso di dialogo, soprattutto tra posizioni diverse, che possa portare anche a temi di impegno comune, ma solo se arriva dall’unità vissuta e non da singole prese di posizione dei vertici o di personalità anche autorevoli.
Vorrei sfatare anche il mito della “vecchia DC” che era sì un luogo di impegno unitario dei cattolici con un richiamo esplicito alla dottrina sociale della Chiesa, ma per chi l’ha vissuto anche un luogo dove giravano molti più coltelli (figurati) che caramelle al miele, e a cui don Sturzo, tanto per fare un nome, non volle mai aderire.
Se non l’impegno unitario c’è però un ruolo specifico per le associazioni ecclesiali, da cui si cerca di fuggire come la peste per non litigare ma che rimane lì, davanti a noi: dare un’anima all’impegno politico, sostenere le persone che molte volte con coraggio, rimettendoci soldi e sacrificando tempo alla famiglia, decidono di dedicarsi al proprio territorio.
Ecco che anche il nome della cantante di Sanremo, Ditonellapiaga, involontariamente ci ricorda il percorso.
