Dario Bossi è un missionario comboniano originario della provincia di Varese, che è rientrato da poco tempo in Italia dopo anni vissuti in Brasile; dove si è speso fortemente per la difesa dell’ambiente e della popolazione dalla pervasività dell’attività mineraria, diventando perciò il coordinatore della Red Iglesias y Minería (Rete Chiese e Miniere).
Il 20 marzo ha presentato in Vaticano la Piattaforma di Disinvestimento nell’Ambito Minerario assieme a Yolanda Flores, rappresentante del popolo Aymara in Perù, e molti altri esponenti della Chiesa cattolica di diverse parti del globo, compresi due cardinali e un vescovo.

Rete Chiesa e miniere (foto Comboni press)
Di cosa si tratta? Ogni volta che sfioriamo lo schermo di uno smartphone o carichiamo un’auto elettrica in una scintillante città europea, attiviamo una catena globale invisibile che gronda sangue e ingiustizia. È il paradosso della modernità: la nostra tecnologia “pulita” e il nostro progresso dipendono da un sistema di estrazione predatorio che sta trasformando vasti territori in quelle che padre Dario Bossi definisce “zone di sacrificio“. In queste aree, l’ambiente e la vita umana vengono letteralmente immolati per alimentare i livelli di consumo e scarto del Nord globale.
Analisi lucida e impietosa espressa con una mitezza disarmante da padre Bossi che abbiamo intervistato.
Si parla spesso dell’estrazione mineraria non solo come un settore industriale, ma come un vero e proprio paradigma. Cosa vuol dire?
In sostanza vuol dire che l’estrattivismo è la spina dorsale che tiene in piedi l’attuale sistema capitalista. Segue cioè quella sequenza che papa Francesco ha definito come “estrarre, consumare e scartare”, un modello che si applica tanto ai materiali quanto alle persone. In America Latina e in Africa, territori interi vengono ridotti a “zone di sacrificio”: aree devastate per garantire alti livelli di consumo a piccole élite di potere economico e politico. In questo sistema i profitti vengono privatizzati, mentre gli impatti devastanti ricadono interamente sulle popolazioni e sull’ambiente.
La Chiesa è stata molto colpita da questa realtà, pagando anche un prezzo di sangue. Qual è stato l’impatto sulla comunità ecclesiale?
Negli ultimi decenni la Chiesa è stata provocata da una violenza crescente. Abbiamo visto minacce ed eliminazioni di tante persone, catechisti e religiosi; basti pensare al sacrificio di Ezechiele Ramin (missionario comboniano di Padova ucciso dai latifondisti brasiliani nel 1985, ndr) che rimane un punto di riferimento per chi dà la vita per il proprio popolo. Tuttavia, abbiamo vissuto anche una crisi interna: tra gli anni ’80 e ’90 la Chiesa era capillarmente presente nelle periferie con le comunità di base. Successivamente, però, abbiamo abbandonato questi spazi privilegiando grandi celebrazioni e l’immagine di una “Chiesa di massa”, che ha perso il protagonismo dei poveri. Questo ci ha fatto perdere il contatto fisico con il territorio, lasciando spazio alla crescita dei movimenti evangelicali e del “Vangelo della prosperità” di stampo statunitense nella versione trumpiana. Inoltre, per timore di derive ideologiche, la profezia di diversi pastori e religiosi è stata ridimensionata e lo slancio del Concilio Vaticano II ricondotto alla tradizione. Tuttavia, il Sinodo dell’Amazzonia ha riacceso la fiamma della resistenza territoriale. Oggi, la Chiesa riscopre che la difesa dei beni comuni non è un’opzione ideologica, ma un imperativo teologico.
Il 20 marzo a Roma avete presentato un’iniziativa significativa riguardante il finanziamento di queste attività. Di cosa si tratta?
Il 20 marzo a Roma la Chiesa ha segnato un punto di svolta, passando dall’esortazione morale all’azione finanziaria diretta. Spesso le popolazioni colpite ci chiedono: chi sta pagando queste imprese? L’obiettivo è colpire il modello estrattivista alla radice: il capitale. Attraverso un vero e proprio lavoro investigativo, si sta compiendo un “cammino all’inverso” per risalire dai territori violati ai centri di potere finanziario. La campagna di disinvestimento invita istituzioni religiose e privati a mappare la filiera della morte. Occorre documentare la distruzione concreta delle comunità. Identificare poi le multinazionali che gestiscono l’estrazione e smascherare gli istituti che forniscono ossigeno finanziario a tali imprese. Dall’analisi dei fondi pensione e di altri investitori è possibile tracciare i capitali che, spesso all’insaputa dei risparmiatori, alimentano i “progetti di morte”. Disinvestire significa smettere di essere complici silenziosi del saccheggio dei beni comuni.
Molti obiettano che i minerali siano indispensabili per la “transizione energetica” verde. Come risponde a questa critica?
È un’obiezione che ha un senso, ma bisogna stare attenti. Se la transizione è solo una banale sostituzione tecnologica — dai fossili ai minerali come litio, rame e cobalto — senza cambiare il modello di consumo, non ne usciremo mai. Dobbiamo guardare con estremo sospetto alla cosiddetta “E” denunciata nell’esortazione Laudato Si’. Sostituire i combustibili fossili con i minerali senza cambiare il modello di consumo non è una soluzione, ma una traslazione del danno. Se la transizione energetica si riduce a una banale sostituzione tecnologica per mantenere intatti gli attuali colossi di potere economico, rischiamo un collasso planetario senza precedenti. Le proiezioni sono brutali: entro il 2050 si prevede un aumento del 500% dell’estrazione di litio, in proporzioni di poco minori rame e cobalto. Una domanda simile supera i limiti fisici del pianeta e dei giacimenti noti. La vera sfida non è trovare nuove miniere, ma passare a un’economia del “post-estrattivismo” basata sulla proposta di economie circolari e diversificate, sul riciclo, sulla riduzione drastica del consumo energetico e sull’essenzialità
Un nuovo attore fondamentale in questo scenario è la Cina. Che ruolo gioca nel Sud del mondo?
Accanto all’imperialismo tradizionale, emerge oggi la Cina come forza “silenziosa” ma estremamente invasiva. Questo soft power agisce attraverso investimenti massicci in infrastrutture — porti, strade e ferrovie — spesso concessi a fondo perduto in cambio di accordi politici che facilitano l’esportazione di materie prime verso Pechino. Il Brasile vive un paradosso drammatico: esporta ferro grezzo in Cina per poi reimportarlo sotto forma di acciaio, subendo una de-industrializzazione forzata. Un simbolo di questa pressione è il progetto della ferrovia transoceanica attraverso l’Amazzonia, concepita per facilitare l’esportazione massiccia di soia. A differenza degli interlocutori occidentali, con gli attori cinesi il dialogo sui diritti umani è quasi impossibile, poiché sfuggono ai meccanismi di pressione basati sui trattati internazionali e sulle Nazioni Unite. È una nuova tappa del processo coloniale.
Infine, uno sguardo al Brasile. Come valuti l’attuale governo Lula rispetto al passato di Bolsonaro?
Il terzo governo Lula è un laboratorio di speranze e ambiguità. Se da un lato ci sono segnali forti come la nomina di Marina Silva all’Ambiente e l’istituzione del ministero dei Popoli Indigeni, dall’altro il governo deve operare sulle “macerie” lasciate da quattro anni di estrema destra della presidenza Bolsonaro, che ha smantellato sistematicamente le agenzie di controllo. Tuttavia, Lula deve guardarsi dal “neo-sviluppismo” (neo-developmentalism): l’illusione che un governo progressista possa finanziare le riforme sociali continuando a basarsi esclusivamente sull’esportazione selvaggia di commodities. La timidezza sulla riforma agraria resta una ferita aperta. La vera svolta climatica non avverrà nei salotti diplomatici, ma attraverso il riconoscimento della sovranità dei territori indigeni e afrodiscendenti e dell’agricoltura familiare , unici veri baluardi contro il riscaldamento globale. Le prossime elezioni presidenziali del 4 ottobre 2026 saranno decisive per capire se il Brasile continuerà questo cammino graduale di riforme o cadrà di nuovo nel baratro del liberismo sfrenato che promuove l’estrattivismo più violento.
