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Cultura > Itinerari letterari

Sulla scia del battello bianco

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

La riproposta del capolavoro letterario di Čingiz Ajtmatov, il massimo scrittore kirghiso

Il parco naturale nazionale Khan Teniri in Kirghizistan (foto wikimedia commons – Di Maryliflower – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=168123112)

È una terra selvaggia e primordiale, il Kirghizistan, fatta di aspre catene montuose e di steppe sconfinate, infuocate e polverose d’estate, gelide e coperte da un manto di neve d’inverno. Una terra che ha il suo cantore in Čingiz Ajtmatov, nato nel 1928 a Seker, uno sperduto villaggio della valle del Talas, nell’area nord-occidentale del Paese, all’ombra di imponenti montagne la cui cima più alta (4484 metri), il Manas, prende nome dal mitico eroe nazionale kirghiso. Ministro di Gorbaciov durante la Perestrojka, poi ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo e in Belgio, nella veste di diplomatico Ajtmatov ha sostenuto in sedi prestigiose come l’Onu e l’Unesco cause e battaglie delle minoranze etniche. Come politico, negli anni ’50 è stato fra i pionieri dell’ambientalismo e del pacifismo. È morto nel 2008, dopo essersi imposto all’attenzione del pubblico internazionale oltre che russo.

Scrittore perfettamente bilingue (in russo e kirghiso), nei suoi romanzi impregnati delle tradizioni della propria terra, di nostalgia, lirismo e passionalità, il destino degli uomini si misura con i contrasti fra tradizione e progresso, pregiudizio e libertà, bellezza e degrado. In essi risalta l’etica del lavoro onesto, del dovere, del rispetto nei confronti dell’uomo e della natura, della solidarietà e dell’uguaglianza: valori, questi, che avrebbero dovuto permeare la società socialista, mentre erano ben lontani dal realizzarsi, come emerge nelle sue opere di maggior impegno: Il giorno che durò più di un secolo e Il patibolo.

Ma dove eccelle Ajtmatov è nel “racconto lungo” o “romanzo breve”. È il caso de Il battello bianco (Marcos y Marcos Ed.), che al suo apparire nel 1970 lo consacrò definitivamente come uno degli scrittori russi più ascoltati e autorevoli. Considerato il suo capolavoro e ambientato anch’esso in Kirghisia, tra magnifiche montagne, narra di un posto di guardia, di un pugno di case affacciate su un torrente dove abitano tre famiglie e un unico bambino rimasto senza genitori, affidato alle cure di nonno Momun: la bontà personificata e ineguagliabile narratore di antiche leggende, come quella di una grande cerva bianca dalle ramose corna, che raccoglie due bambini smarriti e li porta lontano per fondare una nuova stirpe.

Protagonista del racconto è proprio il piccolo orfano, al quale volutamente l’autore non dà un nome perché chiunque possa identificarsi in lui. Ogni cosa, ogni evento è visto e attraverso i suoi occhi puri. Egli parla con i sassi, le cose, la cartella di cui va fiero, il binocolo col quale, dall’alto del Monte Sentinella, assiste al passaggio, ogni sera, di un battello bianco. E sogna di tuffarsi e di trasformarsi in pesce per andargli incontro.

A turbare l’armonia di questo mondo semplice e fiabesco è il rozzo Orozkul, la guardia forestale, che quando beve diventa violento e infierisce sulla moglie, la sventurata figlia di Momun colpevole di non avergli dato dei figli. Sarà Orozkul la causa della morte non solo della mitica cerva bianca, tornata ad abitare quelle selve quasi a portarvi un messaggio di salvezza, ma anche del bambino, che per sfuggire alla cruda realtà introdotta dagli adulti in quello che era stato il suo Eden selvaggio si getta in acqua sulla scia del battello bianco, sul quale immagina di trovare il padre tanto atteso.

Conclude l’autore stesso, indirizzandosi al piccolo scomparso: «Hai respinto quello che il tuo animo di bambino non poteva accettare. È questa la mia consolazione. Hai vissuto come un lampo che brilla un’unica volta e poi si spegne. Ma i lampi sferzano il cielo…E anche mi consola che per l’umanità la coscienza dei bambini è come il germe di grano – senza germe, il grano non spunta».

Con l’impeto e la visione di un grande narratore, Ajtmatov ha messo in scena il tragico scontro tra slancio vitale limpido, gioioso e meschinità greve, cieca, disperante. Romanzo in cui il dolore si trasfigura in poesia, Il battello bianco è condanna senza appello di tutto ciò che è compromesso, volgarità e, in definitiva, travestimento del male, e al tempo stesso è sforzo appassionato di salvare tutto il bene possibile.

Riproduzione riservata ©

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