La notizia aveva suscitato scalpore a metà febbraio, con l’inizio – quest’anno coincidente – della Quaresima e del Ramadan: nei dintorni di Monfalcone, cittadina del goriziano che conta oltre 9 mila immigrati (per la maggior parte bengalesi, impiegati alla Fincantieri), alcuni parroci avevano accolto la richiesta della comunità musulmana di concedere spazi per la preghiera. La città, infatti, vede da anni una sorta di “tira e molla” tra questa comunità e l’amministrazione comunale per l’individuazione di uno spazio di preghiera a norma, con tanto di contenziosi in sede legale; nonché polemiche politiche, date le posizioni intransigenti della ex sindaca ed ora europarlamentare leghista Anna Maria Cisint.
Sia come sia, monsignor Paolo Zuttion ha messo a disposizione uno spazio nella vicina Staranzano, e don Flavio Zanetti l’oratorio di San Michele. Ora, con l’avvicinarsi della fine del mese sacro – probabilmente venerdì 20, dipenderà dal momento esatto dell’avvistamento della luna – è arrivata anche la necessità di uno spazio più grande per la tradizionale festa della fine del digiuno: e don Flavio ha così messo a disposizione lo spazio della Marcelliana. Una mossa che sulla stampa locale è stata definita come qualcosa che ha “spiazzato tutti”, ipotizzando fino a tre turni da 1500 persone per riuscire ad ospitare tutta la comunità dei fedeli.
Chi invece appare assai meno spiazzato è appunto don Flavio, che in una cordiale chiacchierata telefonica ci ha raccontato quelli che sono i rapporti tra la comunità cattolica, immigrati e società civile. «Sono anni che apriamo i nostri spazi a tante realtà, sia religiose che laiche, quando ce ne fanno richiesta – assicura –: ad esempio associazioni sportive e culturali, o la comunità ortodossa ucraina, che ogni domenica celebra la messa. Parliamo con tutti, e quindi anche con la comunità musulmana, con cui i rapporti vanno avanti da tempo: e così, quando ci è stata chiesta la disponibilità, l’abbiamo data compatibilmente con quello che è il calendario delle nostre attività. Peraltro abbiamo già ospitato la comunità bengalese anche per incontri diversi da quelli religiosi. Non si tratta peraltro di disponibilità date a tempo indefinito, come qualcuno ha paventato, ma concordate di volta in volta». Anche sui numeri previsti – 4500 persone totali – don Flavio invita alla cautela, trattandosi di stime, e rimarcando il fatto che tutto si svolgerà comunque nel rispetto della capienza massima prevista per gli spazi in questione.
Don Flavio assicura che questi incontri, compresi quelli di preghiera avvenuti nel corso di questo Ramadan, si sono sempre svolti senza criticità e nel rispetto reciproco, con cordialità e gratitudine; con tanto di momenti in cui i cristiani hanno ricordato la comunità musulmana nelle loro preghiere, e viceversa. Anche se non sono mancati i punti di disaccordo: «Naturalmente ci sono anche parrocchiani che sono fermamente contrari a queste aperture – ammette –, ed effettivamente non possiamo ignorare che per diversi monfalconesi, specie i più anziani, la presenza di una comunità immigrata così numerosa è motivo di disagio: erano abituati ad un paesotto in cui ci si conosceva tutti e c’erano molte relazioni, e ora invece si trovano destabilizzati, in una città che non riconoscono più. Altri parrocchiani, viceversa, sono d’accordo. Ciò che tengo sempre a dire però è che, al di là delle legittime opinioni personali, per noi cristiani la guida deve essere una sola, il Vangelo: e seguirlo ci porta ad essere tutti fratelli, non solo tra cristiani cattolici. A chi mi dice di temere che i musulmani vogliano convertirci tutti, rispondo che mi preoccupano molto di più i battezzati che non vogliono vivere da cristiani».
Da ultimo, don Flavio rassicura sulle buone relazioni con l’amministrazione comunale: «Certo, abbiamo approcci diversi alla questione dell’immigrazione, ma ciò non toglie che ci si confronti e che si possa lavorare insieme sull’argomento, né che abbiamo ottime collaborazioni su altri fronti».
L’auspicio è, quindi, che queste aperture possano portare un contributo costruttivo ad una città che cerca a fatica un suo equilibrio. La stampa locale riporta spesso testimonianze di monfalconesi che, pur non necessariamente contrari all’immigrazione, lamentano difficoltà ad accedere ai servizi e criticità nel mercato immobiliare a causa della pressione migratoria; insegnanti che denunciano la mancanza di mezzi per fare un vero lavoro di integrazione in classi dove la maggior parte degli studenti sono figli di immigrati; né mancano le inchieste sulle condizioni lavorative e abitative ai limiti della dignità e della legalità – con tanto di casi di caporalato o altre forme di sfruttamento illegale della manodopera –, in cui una parte di questi lavoratori arrivati dall’estero finisce per ritrovarsi. Il dialogo interreligioso, dunque, si pone come tassello di un necessario sforzo collettivo più ampio.
