All’interno della Fiera Fa la cosa giusta!, in programma a Milano, tra i numerosi incontri in programma è previsto domenica 15 marzo 2026 alle ore 15.30 un dialogo aperto tra i rappresentanti di due realtà della cooperazione internazionale, a proposito della progressiva prevalenza della prepotenza sullo scenario mondiale. Un dato di fatto che non è, tra l’altro, un’esclusiva del nostro tempo. Il titolo evoca infatti “la politica del bastone”, immagine usata dal presidente Theodore Roosevelt (1858-1919) per indicare la strategia di accompagnare sempre l’approccio diplomatico con la minaccia dell’uso della violenza più esplicita e brutale.
Assieme a Stefano Comazzi di Azione Mondo Unito, interverrà all’incontro nell’area espositiva di Economia di Comunione e Città Nuova anche Andrea Avveduto dell’associazione Pro Terra Sancta, che abbiamo intervistato per parlare in maniera particolare della situazione in Medio Oriente.

Foto Pro Terra Sancta
Quando parliamo di Terra Santa, a cosa ci riferiamo esattamente? Molti pensano solo a Israele e Palestina…
Certamente intendiamo i luoghi santificati dal passaggio di Gesù, quindi Israele e Palestina, ma per noi la visione è molto più ampia. Tradizionalmente la Terra Santa include altri Paesi del Medio Oriente: l’Egitto per la fuga della Sacra Famiglia, il Libano, la Siria con Damasco dove si è convertito San Paolo, la Giordania con il Monte Nebo, ma anche Rodi, Cipro e Antiochia in Turchia, dove i cristiani furono chiamati così per la prima volta.
Il termine “Terra Santa” però non è sempre ben visto, ad esempio da una parte della comunità ebraica in Israele. Tu percepisci questo conflitto sul campo?
Assolutamente sì, quotidianamente. Molti preferiscono il termine Eretz Israel, la terra della promessa, e vedono ogni altra presenza come un’intrusione. Anche se il conflitto è politico, l’aspetto religioso e certe forme di messianismo hanno inquinato il dibattito, portando a scontri continui per gli spazi, specialmente nella città vecchia di Gerusalemme. C’è un forte scontro ideologico tra chi la considera “terra promessa” e i movimenti islamisti che la proclamano “terra santa” preclusa agli ebrei.
Gerusalemme è stata descritta da Paola Caridi in un suo intenso libro come una “città crudele” e “senza Dio”. Qual è il tuo rapporto con questa città così martoriata?
È un rapporto complicato e pieno di contraddizioni. Per un credente è quasi scandaloso che la città dove è nata la pace sia oggi così colpita dalla violenza. Credo che l’espressione “senza Dio” significhi che l’uomo, quando si allontana da Dio, è capace di compiere il male più profondo, e lo abbiamo visto accadere in modo importante proprio a Gerusalemme.

Chiesa del Santo sepolcro a Gerusalemme Ansa EPA/ABIR SULTAN
Come nasce l’impegno di Pro Terra Sancta e qual è la vostra struttura attuale?
L’organizzazione nasce nel 2002 dall’intuizione di padre Michele Piccirillo, un frate archeologo, inizialmente per sostenere i progetti di conservazione della Custodia di Terra Santa. Fu poi l’allora custode padre Pierbattista Pizzaballa a intuirne il potenziale come risorsa per tutto il Medio Oriente, affidandone la direzione a un laico. Oggi abbiamo una sede centrale a Milano con circa venti persone, che ci permette di raccogliere fondi e agire liberamente anche in Paesi come la Siria, con cui Israele non ha relazioni diplomatiche. In totale, tra tutto il Medio Oriente contiamo circa 250 collaboratori. Siamo presenti anche in Gran Bretagna per avvicinarci ai donatori anglofoni e beneficiare di una diversa tassazione fiscale.
Quali sono le sfide operative in Palestina, in particolare a Betlemme?
La sede in Palestina è a Betlemme, ma i problemi di mobilità sono enormi. I numerosi posti di blocco e il muro di divisione rendono difficilissimo spostarsi verso Gerusalemme o Betania. C’è una radicalizzazione crescente delle due società che complica ogni aspetto burocratico e amministrativo. Resistiamo grazie al legame con la Custodia di Terra Santa, che ci agevola perché non siamo visti come un pericolo.
Ma recentemente il cardinale Pizzaballa ha preso posizioni molto nette sulla situazione a Gaza e sull’occupazione. Questo ha avuto ripercussioni sul vostro lavoro?
Pizzaballa ha esposto verità profonde e inoppugnabili, come il fatto che i palestinesi debbano diventare soggetto della ricostruzione e non solo oggetto. Mettere al centro l’uomo e la sua dignità non significa entrare nel dibattito politico, ma dire la semplice verità dei fatti. Non si può restare neutrali davanti a un progetto colonialista che punta a far fuori l’altro.

Bombardamenti su Gaza Ansa EPA/HAITHAM IMAD
Conosciamo, basti pensare al quotidiano Haaretz, le voci israeliane di dissenso verso il governo di Netanyahu. C’è ancora spazio per voci critiche della società civile anche tra i palestinesi dei territori occupati?
Dal lato palestinese è difficile: l’Autorità nazionale palestinese è diventata autocratica e non ci sono elezioni da 16 anni. Il 7 ottobre 2023 [giorno dell’eccidio perpetrato da Hamas, ndr] è stato un punto di non ritorno nei rapporti tra le due comunità e al loro interno. Tuttavia, esistono realtà bellissime di perdono e incontro da parte palestinese o come i medici israeliani che curano palestinesi. Tra i palestinesi c’è chi studia l’ebraico per dialogare. Queste storie non creano una pace politica immediata, ma coltivano la speranza che il male non abbia l’ultima parola.
Come chiesto da un vasto comitato internazionale, la liberazione di Marwān Barghūthī, in carcere in Israele dal 2002, non potrebbe essere un segnale di unificazione dei palestinesi e una via per arrivare alla pace?
Barghūthī potrebbe essere una figura accettata sia da Al-Fatah che da Hamas, poiché ha sempre mantenuto ottimi rapporti con entrambe le fazioni. Ma proprio per tale motivo credo che non gli sarà mai permesso di uscire di prigione, soprattutto con l’attuale ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Ben Gvir. Israele sta applicando il principio del divide et impera. Liberare Barghūthī avrebbe senso solo se ci fosse la volontà di riproporre l’idea “due popoli, due Stati”. Ma la volontà politica attuale del governo israeliano è orientata verso l’annessione della Cisgiordania, e figure come Barghūthī non vengono rilasciate proprio per impedire il disegno di un’unità nazionale palestinese.
Qual è la situazione attuale nella Striscia di Gaza dal vostro osservatorio?
È drammatica. La ricostruzione è stimata in 93 bilioni di dollari, una cifra che fa pensare che Gaza non verrà mai davvero ricostruita. Il 90% delle infrastrutture è distrutto e i bambini sono al terzo anno senza scuola. Mentre il cibo arriva, c’è un blocco rigoroso sui medicinali ritenuti pericolosi per la sicurezza. Al contempo, sembra venga fatta passare droga con complicità israeliana, rischiando di far implodere il tessuto sociale.
Hamas è stata davvero sconfitta ed intenzionata a disarmarsi?
Hamas non è stata distrutta né disarmata, e non è l’unico pericolo: ci sono anche la jihad islamica e i salafiti. Ma soprattutto Hamas è un’ideologia che cresce dove c’è frustrazione, miseria e odio. Questa guerra ha fornito un pretesto enorme perché il desiderio di vendetta rinasca potentemente nella popolazione.
Quale futuro si può intravedere per la presenza dei cristiani in Terra Santa?
Siamo molto preoccupati per Gaza, dove sono rimasti solo tra i 200 e i 300 cristiani. In Israele i numeri reggono grazie agli immigrati da India e Filippine che stanno sostituendo i palestinesi nei lavori pesanti, ma le “pietre vive”, ovvero i cristiani arabi, fanno molta fatica. Come Pro Terra Santa e come Chiesa cerchiamo di garantire loro casa, scuola, educazione e lavoro. È fondamentale dare loro la possibilità di avere una dignità e un futuro laddove sono nati, garantendo il loro diritto a restare.
Come si fa ad agire nonostante questo scenario così cupo?
Occorre saper coltivare il “grano” anche dove abbonda la “zizzania”. In Terra Santa questo significa costruire spazi di dignità e lavoro dove la logica del male sembra aver vinto, partendo dalla convinzione che il gesto della cura sia l’unico antidoto alla distruzione del nemico come unica prospettiva.
