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Oltre Putin, la Russia che si ribella alla guerra

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Occorre conoscere e sostenere una rete diffusa e sommersa di dissidenti che, in questi 4 anni, hanno pagato duramente la propria contrarietà alla logica bellica del regime putinista. Il lavoro di documentazione di Raffaella Chiodo Karpinski

Russia. Cartelloni pubblicitari del servizio militare a Mosca 17 febbraio 2026. EPA/MAXIM ANSA SHIPENKOV

A 4 anni dall’invasione russa dell’Ucraina, l’evento che ha segnato un cambiamento epocale di cui siamo testimoni diretti, non si smettono di contare le vittime, anche se il loro numero effettivo è ancora secretato per l’enormità della tragedia in atto.

In tale scenario la narrazione prevalente riguarda il cambiamento radicale di strategia operato dalla presidenza statunitense con Trump che non smette di accusare Joe Biden di essere stato la causa di una guerra che si poteva evitare e che invece la nuova amministrazione della Casa Bianca, permeata dall’ideologia Maga, ha promesso, finora invano, di far cessare trattando direttamente con Putin.

Della Russia si parla esclusivamente in Occidente concentrando l’attenzione su Putin e sul sistema di potere che lo sostiene, alternando valutazioni che vanno dal crollo imminente del regime ad una sua rinnovata capacità offensiva, e sostegno internazionale, che rende inevitabile entro il 2030 l’allargamento dello scontro armato con i Paesi dell’Unione Europea e della Nato. Ragione che spinge i vertici della Commissione europea a richiedere di trasformare la nostra economia in assetto di guerra e la Nato a richiedere un impegno di spesa per il settore della Difesa pari al 5% del Pil.

È molto carente, invece, l’informazione sulla società civile russa, che appare schierata massicciamente a favore della guerra mentre, in realtà, esiste un numero sommerso di dissidenti che pagano la loro coerenza fino a subire il carcere e altre persecuzioni.  Ne abbiamo già parlato su cittanuova.it intervistando Marta Dall’Asta, direttrice del portale web La Nuova Europa e  Olga Karatch, pacifista bielorussa che si è rifugiata in Lituania per sottrarsi alla persecuzione ordita nei suoi confronti dal governo autocratico di Lukashenko, stretto alleato di Putin.

Per sopperire alla ingiustificata carenza di informazioni reali sulla dissidenza russa, occorre far ricorso al grande lavoro che porta avanti Raffaella Chiodo Karpinski, giornalista freelance che collabora con alcune radio e riviste oltre che con il quotidiano Avvenire. Chiodo Karpinski è stata, tra l’altro, osservatrice per l’Awepa (L’Associazione dei parlamentari europei con l’Africa), l’Ue e l’ Onu, nei processi di pace e democratizzazione in Mozambico, Sudafrica e Angola, e con l’Ocse nelle elezioni in Russia e in Ucraina.

Nei suoi interventi pubblici la giornalista afferma che contrariamente all’idea di un’opposizione polverizzata, la rete dei dissidenti all’estero e in patria dimostra una capacità organizzativa spesso superiore a quella dei circoli pro-Putin. Il cuore morale di questa resistenza resta l‘associazione Memorial, premio Nobel per la Pace 2022, custode della memoria dei crimini staliniani e osservatrice attenta dei gulag odierni.

La repressione interna, fa notare Chiodo Karpinski, non è stata un effetto collaterale della guerra, ma il suo preludio necessario. La chiusura di Memorial, avvenuta appena un mese prima dell’invasione, è stata il segnale che il terreno era pronto.

Ma se l’opposizione è costretta al silenzio, è anche vero che la fedeltà dei vertici russi, secondo Raffaella Chiodo Karpinski, non è sempre frutto di convinzione ideologica, ma di un calcolo geopolitico disperato. Molti funzionari, ambasciatori e consoli russi sanno che la caduta del regime significherebbe, per loro, la fine della protezione legale.

Se è evidente la presenza, anche in Italia, di tracce della  propaganda del regime russo,  è anche vero che il clima generale si è fatto così pesante che ogni tentativo di dialogo o di lettura diversa da quella prevalente in Occidente corre il rischio di essere accusata di filo-putinismo.

Il punto più oscuro di questo tremendo conflitto nel cuore dell’Europa, secondo Chiodo Karpinski, consiste nella criminalizzazione legale del dialogo vigente sia in Russia che in Ucraina, dove si etichetta con l’ingiuria di “nemico del popolo” o “traditore” chiunque cerchi di stabilire relazioni di scambio o di semplice conversazione con la controparte. Il dialogo, nel pieno di un conflitto armato, non è più uno strumento diplomatico, ma viene definito come una “pugnalata alla schiena” del proprio Paese in guerra. Per tale motivo la giornalista esperta dell’Europa orientale è molto attenta e riservata nelle sue uscite per non mettere in pericolo nessuna delle sue fonti.

Un frutto del suo lavoro è il libro pubblicato in proprio nel 2024: Voci dell’altra Russia. Quelli che resistono alla guerra. In quel testo di 2 anni fa si parlava di 700 prigionieri politici e di ben 15 mila pacifisti in attesa di essere giudicati, nonché di un milione di giovani fuggiti dalla Russia perché refrattari alla guerra e all’ordine di uccidere i “nemici della patria”.

Abbiamo saputo da questi racconti il significato di alcuni segnali presenti nelle strade di Mosca e San Pietroburgo come i piccoli nastri verdi legati ai rami degli alberi, alle panchine, nelle metropolitane. È il colore della pace, un segnale di luce nell’oscurità per dire a chi passa: “Non sei solo”.

Da lei abbiamo conosciuto tante storie preziose ed emblematiche come quella di Roman Tjurin, un dissidente di 55 anni che viveva a Omsk in Siberia, dove semplicemente scriveva nel 2023 dei post sui social per chiedere la fine della guerra. E per questo è stato prima multato e poi condannato alla reclusione di un anno e mezzo da scontare in una prigione da cui non è più tornato perché è morto in carcere nel febbraio del 2025.

Di particolare importanza e attualità si rivela l’intervista, pubblicata su Avvenire di domenica 22 febbraio 2026, che Chiodo Karpinski ha fatto a Grigorij Javlinskij, fondatore di Yabloko, uno dei partiti tuttora in vita che esprime l’opposizione in Russia anche se numerosi dei suoi esponenti sono ristretti nelle galere del regime.

Grigorij Javlinskij vive a Mosca in condizioni così difficili che non riusciamo ad immaginare, eppure si dice convinto della necessità di sostenere una via di uscita dalla guerra che passa dal « progetto di unione tra Europa e Russia, da Lisbona a Vladivostok», nella convinzione che «Europa e Russia dovranno dialogare».

Il fondatore del partito Yabloko pone nell’intervista una questione finora elusa nella rappresentazione della storia recente: « È necessario rispondere onestamente alla domanda: perché in Russia sono fallite le riforme degli anni ’90, quale ruolo hanno avuto in questo gli Stati Uniti e l’Europa, chi in Russia ha portato alla situazione attuale? Le riforme sono fallite e, di conseguenza, abbiamo costruito uno Stato autoritario, semitotalitario, corporativo, semicriminale. Credo che entro il 2050 si possa realizzare un progetto – da Lisbona a Vladivostok – in cui l’essere umano sia al centro di tutte le decisioni. Naturalmente, si tratta di un percorso lungo e difficile. I concorrenti, come gli Stati Uniti o la Cina, saranno nervosi. Ma è proprio nel dialogo che si elaboreranno nuovi approcci e si può formare una visione del futuro».

È bene ricordare che Grigorij Javlinskij è l’autore del Programma 500 giorni, un piano, poi non realizzato negli anni ‘90, per la transizione del regime sovietico verso un’economia di libero mercato diverso dal liberismo selvaggio che si è, invece, scatenato nella vecchia Urss.

L’esponente politico dell’opposizione russa, nato in Ucraina nel 1954 da genitori ebrei, dimostra di avere una visione di lungo termine anche se è consapevole dell’incapacità della classe politica attuale, anche occidentale, di incamminarsi verso il progetto di unità sperato. Anzi, Javlinskij prevede nel breve termine una torsione regressiva verso il populismo di destra, ma cita  il concetto sociologico della “finestra di Overton” per affermare come «un’idea che all’inizio sembra a tutti impensabile, radicale, folle, gradualmente, attraverso un dibattito ampio e approfondito, passa nella categoria delle idee accettabili, per poi diventare la norma e la legge».

Nell’attesa che tale intuizione prenda corpo, appare sempre più urgente, invece di cedere a campagne di russofobia, dare voce, far conoscere e sostenere quelle persone che si ribellano alla cultura della violenza e della sopraffazione in quel grande Paese complesso, multietnico, che completa la giusta percezione di un’Europa che deve avere due polmoni, per non restare soffocata ed esprimere compiutamente la sua radicale vocazione di pace, maturata dopo secoli di giustificazione ed esaltazione della guerra.

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