Il dissenso in Russia contro la guerra

Nella società civile russa esistono forme di opposizione esplicita e morale contro la guerra. Un fenomeno pressoché sconosciuto in Italia. Come si può sostenere in maniera pacifica? Ne abbiamo parlato con Marta Dall’Asta, direttrice del portale web La Nuova Europa promosso dalla Fondazione Russia Cristiana
Russia, parata militare del 9 msggio 2023 ANSA. EPA/YURI KOCHETKOV

Fondata nel 1957 da padre Romano Scalfi, Russia Cristiana è una realtà autorevole per chiunque ha voluto in questi anni conoscere con attenzione e rispetto l’universo culturale e spirituale della Russia. Dal 1992 ha assunto la struttura e la forma di una Fondazione. Risale al 1960 la promozione di una storica rivista che ora trova la sua espressione nel portale web La Nuova Europa con l’attenzione rivolta a tutto il mondo dell’Europa orientale, attraversata da cambiamenti strutturali di tipo epocale.

Ci rivolgiamo pertanto a Marta Dell’Asta, direttrice de La Nuova Europa, per cercare di capire la presenza e l’attività del dissenso in Russia dopo il precipitare degli eventi che si è realizzato il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina.

I russi sono tutti con Putin come qualcuno afferma in Occidente?
Si può dire che da una parte è vero, come si legge sui media russi, che buona parte della popolazione russa sostiene ancor oggi il presidente e la sua politica, irretita forse dal sogno imperiale, intimorita dalla narrazione sull’odio contro la Russia e il pericolo di attacchi esterni, ma soprattutto assuefatta per tradizione allo Stato padre-padrone. Eppure, è altrettanto vero che tanti cittadini non sono caduti nella trappola.

Quanti sono ?
Difficile dirlo. Se c’è una caratteristica del “dissenso” oggi nella Federazione Russa è proprio quella di essere inafferrabile, non quantificabile; nessuno – neanche tra gli osservatori più accreditati – può fare delle cifre precise. Innanzitutto, perché gli istituti di sondaggio ufficiali (gli unici rimasti) sono fortemente condizionati dalle pressioni del governo, e poi perché grazie alle nuove leggi repressive, come quella sulla “diffamazione delle forze armate”, regna un tale clima di paura che nessuno si azzarderebbe mai a dichiarare – tantopiù a un estraneo – la propria opposizione.

Ma ci saranno degli elementi per fare almeno una stima del dissenso esplicito?
I dati di cui disponiamo sono perlopiù indiretti, ma non per questo meno indicativi: un primo dato è rappresentato dal grande numero di procedimenti amministrativi e penali attualmente aperti per azioni o dichiarazioni antimilitariste (si parla di 20.000 procedimenti); un altro elemento è il numero dei “prigionieri di coscienza” (circa 2.000) attualmente già condannati e reclusi per questi motivi.

Sappiamo che esiste un  flusso migratorio in uscita dalla Russia. Come va letto?
È un altro dato indiretto sullo scollamento tra popolazione e governo, considerando l’alto numero di emigrati degli ultimi anni. Questa cifra, tuttavia, è ancor più difficile da analizzare, perché comprende anche molti putiniani che escono per vari motivi, oppure gente che è uscita e poi rientrata; ad ogni buon conto, le cifre relative sono abbastanza significative, ancorché oscillino nelle varie fonti dal milione e mezzo ai 5 milioni e mezzo. Ma c’è  un altro elemento importante, che non riguarda l’esplicita opposizione al regime ma di certo indica una forte “autodifesa sociale” dei cittadini.

In cosa consiste questo segnale sociale importante?
Nell’ampia rete di solidarietà messa a punto dalla società civile in maniera totalmente autonoma. Ad esempio, c’è la rete che procura ai “dissidenti” tutela legale (con alto rischio per gli stessi avvocati che vi si prestano) e sostegno economico; oppure la rete che aiuta i profughi dall’Ucraina a riparare in Europa; o ancora la rete che sostiene i prigionieri di coscienza con lettere, pacchi e visite nei luoghi di detenzione. Esistono anche reti di informazione libera. Tutto questo tratteggia un quadro variegato della società russa, ma purtroppo queste attività si svolgono ai limiti della legalità, per cui talvolta è persino meglio che non se ne parli troppo in Occidente, per non attirare l’attenzione.

Quali altri gesti di opposizione morale sono rintracciabili in Russia?
Li possiamo trovare nella sfera dei servizi sociali, disertata dall’assistenza pubblica. Una situazione che ha risvegliato la responsabilità dei cittadini. Tanto per fare un esempio, nel campo delle cure palliative e in quello degli hospice, dove lo Stato è assente, sono nate realtà straordinarie (come l’hospice pediatrico di Mosca “La casa del faro”) che non arrivano certo a coprire le necessità nazionali, ma indicano un grado di coscienza civile e di capacità d’iniziativa davvero sorprendenti. Queste realtà mostrano non un’opposizione di tipo politico, ma una “resistenza” civile molto matura, e molto promettente.

Dal vostro portale abbiamo visto la notizia della sospensione a divinis nei confronti di padre Aleksej Uminskij, un prete ortodosso contrario alla guerra e molto attivo nel campo della solidarietà ai malati senza cura….
Una figura notevole, ma per quanto riguarda l’ambiente ortodosso, lo spazio di libertà e il livello di iniziativa personale di sacerdoti e laici sono, paradossalmente, più bassi. La “protesta” da parte dei laici si manifesta nell’abbandono della pratica religiosa (quest’anno la frequenza alla celebrazione del Natale in tutta la Federazione ha avuto un brusco calo: 1 milione e 300 mila contro i 2 milioni e 600 mila del 2019).

E il clero? Abbiamo parlato su Città Nuova, all’inizio del conflitto, dell’appello per la pace firmato da 300 sacerdoti…
Per quanto riguarda il clero, molti contrasti con l’autorità ecclesiastica sono nati attorno all’obbligo di recitare durante la liturgia una speciale preghiera composta dal patriarca che invoca la vittoria della “santa Rus” sui propri nemici: numerosi sacerdoti si rifiutano di recitarla, o sostituiscono la parola “pace” alla parola “vittoria”. L’autorità ecclesiastica interviene laddove qualche fedele denuncia il fatto; in questo senso, purtroppo, il clero è facilmente ricattabile, poiché i parroci (sposati e con famiglia numerosa) dipendono totalmente dal vescovo, e rischiano di perdere al tempo stesso l’impiego e il ministero sacerdotale.

Come abbiamo visto nel caso di padre Aleksej Uminskij e di altri sacerdoti, queste repressioni che possiamo definire “politiche” stanno diventando frequenti; finora hanno riguardato qualche decina di preti, ma la cosiddetta ”opinione pubblica ortodossa” vorrebbe colpire tutti i 300 sacerdoti che all’inizio della guerra avevano firmato l’appello per la riconciliazione. È chiaro, a questo punto, perché molti sacerdoti tacciano. Il caso di padre Uminskij ha però offerto un’altra prova indiretta dello stato d’animo dei fedeli ortodossi: dopo la sua riduzione allo stato laicale (il 13 gennaio 2023), in una settimana l’appello in sua difesa ha raccolto 12.815 firme. Come sempre, siamo ben lungi dalla maggioranza, ma si tratta di un numero cospicuo dietro al quale, probabilmente, si nascondono tanti altri che non osano esporsi.

Come e in che modo è possibile sostenere la libertà di coscienza degli obiettori russi alla guerra? . Una volta si mandavano cartoline ai dissidenti anche per proteggerli, facendo sapere al regime che il loro nome non era dimenticato e ignoto. Sarebbe una modalità ancora efficace o sono in uso altri strumenti più efficaci?
Sostenere la libertà di coscienza tra la popolazione della Federazione Russa è possibile fornendo quanto più possibile informazioni reali sull’andamento della guerra e sulle sue ragioni; di questo si stanno occupando attivamente molti giornalisti russi fuoriusciti, che hanno ricostituito all’estero i media chiusi in patria e cercano di superare la censura della rete russa.
Quanto a noi europei, torna ad essere utile e importante la corrispondenza con i prigionieri di coscienza. Rispetto agli anni ’70 e ’80 l’organizzazione della resistenza civile anche in questo campo è molto più avanzata: esistono alcuni siti russi che offrono l’elenco completo (verificato e sempre aggiornato) dei prigionieri, con foto, una breve biografia, l’indirizzo della prigione o del campo in cui si trovano.

Come funziona questa modalità di sostegno?
Si possono scrivere lettere cartacee da spedire dall’estero per posta ordinaria, oppure delle mail da inviare ad alcuni centri dell’opposizione russa, che provvedono a stamparle, imbustarle e spedirle.
I siti offrono anche una serie di suggerimenti sulle modalità, gli argomenti, la lingua, le tempistiche. Esistono già gruppi di persone in Italia, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Germania che lo fanno regolarmente. C’è da dire, rispetto ai tempi del dissenso, che oggi i filtri sono più rigidi e le risposte più rare. I tempi sono duri, insomma, siamo in guerra…

Cosa consigliate come Fondazione per conoscere oggi il grande Paese russo, per poterne apprezzare i pregi e far crescere rapporti di amicizia e solidarietà tra i popoli e le culture al di là dello stato delle relazioni internazionali tra le autorità statali?
I media abbondano di notizie sulla Russia, in cui si parla di Putin, di geopolitica, di armamenti, qualche volta di Naval’nyj e dell’opposizione. Sfugge, per lo più, il vasto mondo sotterraneo della resistenza civile. Pochi ne parlano, ma è un tema altamente positivo, forse l’unico davvero incoraggiante oggi. È utile per questo rivolgersi a siti (occidentali, o russi dell’emigrazione), che testimoniano queste realtà. Ad esempio il sito di Memorial International che dall’esilio di Berlino continua a informare sulle iniziative in Russia per tenere desta la memoria del totalitarismo, o come il portale italiano www.lanuovaeuropa.org che ha come interesse primario proprio quello di testimoniare la vita che non viene meno neanche nei tempi duri. Penso che un’informazione veritiera sia il punto di partenza per qualsiasi azione.

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