Marisa Gobbini, donna per l’umanità

Salutiamo con gratitudine Marisa Gobbini, che, dopo una polmonite contratta due mesi fa, non si è più ripresa. Aveva 88 anni. Su di lei avevamo pubblicato di recente un libro della collana Passaparola, “Come perle nella notte”, a firma di Caterina Ruggiu.
Marisa Gobbini e Dino Impagliazzo

Quanti di noi hanno avuto la fortuna di incontrare Marisa Gobbini sul proprio cammino, non riescono a ripetere le classiche formule che si usano quando una persona muore. Marisa non “ci ha lasciati”, perché rimarrà sempre con noi; non è “tornata alla casa del Padre”, perché è lì che ha sempre abitato; non è “scomparsa”, perché quanto da lei operato nei suoi 88 anni terreni continuerà a vivere. Una donna con una vita eccezionale nella sua “ordinarietà” che non ostentava la grandezza d’animo che l’ha sempre motivata in ogni sua azione e scelta personale.

Una vita che abbiamo potuto raccontare in un libro della collana “Passaparola”, pubblicato lo scorso febbraio:Come perle nella notte. Conversando con Marisa Gobbini. Verso le nuove povertà di Roma”, a firma di Caterina Ruggiu.

L’avevamo definita, giovanissima nel cuore e nella mente, sebbene ultraottantenne all’anagrafe, di grande vitalità e sensibilità. Una di quelle persone che possono essere definite “colonne” della comunità cittadina, tanto all’interno del Movimento dei Focolari, quanto nell’ambiente in cui viveva e operava.

Una storia davvero interessante la sua, dalla militanza politica, all’impegno nel sindacato, ad una notevole carriera lavorativa. Alla sua età avrebbe potuto a buon diritto godersi l’età della pensione: invece è stata fino alla fine punto di riferimento per la gente del quartiere Africano di Roma dove ha abitato.

Il libro ripercorre passaggi di un’infanzia e giovinezza non facili, il lungo cammino alla ricerca appassionata di Assoluto e l’impegno generoso verso le nuove povertà nella città di Roma dove è approdata dalla natia Orvieto.

Dal dialogo dell’autrice, Caterina Ruggiu, con la protagonista, dalla citazione di interventi della fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, sulla vocazione civile delle e dei volontari dell’Opera di Maria – persone chiamate a dare un’anima al mondo, con sapienza e concretezza –, emergono spaccati interessanti e stimolanti. Ne sono testimonianza i tanti episodi narrati nel libro: un capolavoro di umanità, con quello sguardo e quell’impegno che dà o ridà dignità anche a chi l’ha perduta.

Leggendo queste pagine non si può non sentirsi chiamati a “immergersi nella folla per inzupparla del divino, uomo accanto a uomo”.

Grazie Marisa, aiutaci da lassù (e siamo sicuri che lo farai) ad essere queste braccia tese verso l’umanità.

Riportiamo di seguito l’ultimo capitolo del libro “Come perle nella notte. Conversando con Marisa Gobbini. Verso le nuove povertà di Roma”, a firma di Caterina Ruggiu, pagine preziose del suo diario.

Schegge di vita – Dal diario di Marisa

Quello sguardo

Non conoscevo Dio, tanto meno la Sua logica divina. Avevo trent’anni quando già il dolore da molto tempo aveva bussato forte nella mia vita.

La perdita di mia madre quando ancora non avevo l’età per affrontare quell’incolmabile vuoto. La desolazione per aver riposto in ideali umani tutta la mia fiducia per poi vederli crol­lare per la loro limitatezza. Le separazioni dagli affetti più cari per motivi d’incomprensione. La lotta per affrancarmi nel mondo del lavoro dove ancora la donna, pur a parità di merito, era discriminata nei confronti dell’uomo. Tut­to era ormai in un folto buio. Non più il senso della vita passata, e soprattutto di quella futura. Nessuna risposta ai miei tanti perché. Solo dolore: per me, cioè, la vita era come un ingombro senza più il volto umano che ostacolava i miei passi.

Quando un giorno un mio conoscente mi rivolse l’invito ad andare a una riunione dove i focolarini ogni domenica si ritrovavano pres­so la chiesa di Sant’Andrea della Valle in Corso Vittorio Emanuele a Roma, vi andai senza por­mi il perché, quindi senza alcuna speranza, sicu­ra dell’ennesima delusione. La loro cordialità si scontrò con la mia irritabilità di quel momento, e solo per cortesia mi trattenni un po’. In quel momento di disperazione, prima di uscire dalla chiesa, il mio sguardo andò a fissare un’icona di legno dove era scolpito il crocefisso. Non mi attrasse il suo significato religioso, ma la sua straziante espressione di dolore, tanto che in qualche modo sentii di somigliargli. Inginoc­chiarmi davanti a Lui fu istintivo e di quel volto il suo sguardo penetrò nella mia anima. Dopo un pianto sfrenato mi sentii libera. Mi sono ab­bandonata a Lui senza conoscerlo, ma quella libertà ritrovata fu il mio primo SI per condivi­dere il dolore di chi mi passava accanto.

Quale Artista poteva aver creato quell’opera così pe­netrante e condivisibile? Dio, credo si sia rive­lato per la prima volta nella mia vita con il suo volto di dolore perché in Lui potessi riconoscere quanti nella mia strada avrei incontrato e quindi amarli come Lui mi aveva amato, accogliendomi così come ero. Intraprendo quasi inconsapevol­mente l’esperienza dell’Ideale di Chiara Lubich, l’Ideale dell’Unità. Comincio a fare l’esperienza dell’amore al fratello e con la speranza ritrovata cerco di donarmi. Soprattutto mi metto all’ascolto di quanto Dio, attraverso Chiara, mi vuole dire, in particolare rispetto a Gesù abbandonato. Capisco che la sofferenza non si esaurisce unicamente nel dolore che porta, ma in essa c’è da scoprire l’a­more che Dio ha pensato per me. Comincia così il tempo in cui Gesù abbandonato prende dimora nella mia anima. Tutto riacquista un senso, soprat­tutto quello della prova.

Una giornata di impegno nel Municipio

Mercoledì 9 aprile. Ore 17, Consiglio circoscri­zionale. Affronto con l’animo in Dio la confusio­ne, le diatribe e purtroppo anche il dolore per l’aria che serpeggia. Prego, intervengo. Giovedì 10, ore 9, commissione Scuola. Bisogna esa­minare diciassette pratiche di ricorsi per l’am­missione agli asili nido. Si decide l’ammissione quasi per tutte all’unanimità; per tre pratiche in­vece ci sono pareri divergenti. Dopo quattro ore di lavoro “faticoso” si decide per l’ammissione anche di questi. Superando le formule burocra­tiche prevale l’amore al bambino. Ore 15,30, commissione Servizi Sociali. Bisogna dare pare­re su delibera comunale riguardante l’assistenza agli adulti in stato di bisogno.

Anche qui tre ore di lavoro, lettura, rilettura, considerazioni politiche, ideologiche e lo sforzo di mettere in luce i contenuti umani. Quest’ulti­mo punto prevale sugli altri.

Ore 18,30, Consiglio circoscrizionale. Si pre­senta faticoso anche per la stanchezza di tutta la giornata. C’è l’intervallo. Mi apparto e mi rac­colgo in preghiera. Rientro in aula “rinforzata”. Riprendono i discorsi ripetitivi, tecnici, prassi burocratiche di voto. Sono le 21 e sento l’esi­genza di uscire per andare a casa, ma allora uno sforzo per non lasciare il Gesù abbandonato di quella situazione.

All’improvviso si decide di votare una risoluzio­ne sul commercio. La persona che l’ha presen­tata non gode le simpatie di molti, è evidente che vogliono farla soffrire prima di approvare la risoluzione. Prevedo che il gioco durerà molto. Si passa alla votazione e per un solo voto in più il gioco non va avanti. La proposta è approvata in prima votazione.

 La sapienza del cuore

L’avventura vissuta in questi giorni, per espri­mere i più puri sentimenti di solidarietà verso i malati di AIDS e i nomadi mi hanno fatto risco­prire il valore dell’attimo presente.

In questa corsa sfrenata del vivere quotidiano, problemi, richieste, urgenze anche se solo al servizio degli altri, rischiano di farmi perdere la speranza. Vivere ogni attimo, capire, non ca­pire, parlare, non riuscire a farsi comprendere, successi, insuccessi, dolori di non poter risolve­re, trovano il vero valore se li vivo in quell’attimo con l’amore puro. È quell’amore di quell’attimo che mi fa nascere la speranza perché confido solo in Dio ed in Maria che intercede per l’umanità. Gesù. Ti chiedo la sapienza del cuore.

I 90 anni di Giulia

Roma, 3-2-2002

Si celebra la Giornata per la Vita, e mi sembra di poter collegare a questa ricorrenza l’esperienza vissuta con Giulia Polverisi e alcune volontarie di Roma per festeggiare il suo novantesimo comple­anno, permettendo così, anche, una giornata di libertà per la sua famiglia. La meraviglia di Giulia quando le ho spiegato il programma della giornata è stata indescrivibile. Alle 11,30 Rosa Maria Belle­si e Maria Battisti ci attendevano presso la parroc­chia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Prima era stato avvertito il parroco per consentire a Giulia la Confessione in sagrestia, anziché al confessionale, per lei ormai scomodo. Poi la S. Messa segui­ta da Giulia con grande raccoglimento. È per lei un grande dolore non poter andare a Messa, erano mesi che non usciva di casa. Poi il pranzo, curato con grande amore da Clara Pelliccioni (86 anni). Ogni particolare, dai fiori alla tavola ben curata, dal cibo ottimo, frutto dell’amore reciproco che si esprimeva nella gioia dello stare insieme, mentre le altre riordinavano la cucina e preparavano per accogliere quanti sarebbero venuti nel pomeriggio, io ho pregato con Giu­lia il rosario. Aveva, infatti, espresso il desiderio di recitarlo insieme.

Durante il pranzo Giulia e Clara ci hanno comunicato le loro esperienze. Entrambe romane (de Roma) ed entrambe, ab­biamo scoperto, di origini nobili, una contessa, l’altra marchesa. Ciò che risaltava di più erano le comuni caratteristiche di una grande fede in cui sono cresciute, dell’amore che pur nei do­lori hanno ricevuto fin da bambine e della gioia per aver condiviso questi doni sempre con tutti, con quanti nella loro lunga vita hanno incontra­to soprattutto quando la loro fede si è arricchita dell’ideale di Chiara. Alle 16,30 sono cominciate le visite di tante persone amiche, che da tempo conoscevano Giulia. Tutte hanno voluto donare ciò che lei è stata per la propria vita: Giulia vo­lontaria dell’Opera di Maria, che ha accolto nella sua casa quanti avevano bisogno, anche per lungo tempo, orfani, soli, malati, emarginati. Presente a ogni necessità, è stata tra i primi a iniziare con altri Umanità Nuova a Roma, e dopo l’età del pensionamento ha portato avanti il Volontariato ospedaliero (ARVAS), di cui è stata presidente per vent’anni. Di fronte a tanti apprezzamenti, risal­tava ancora di più la sua grande umiltà e la rico­noscenza per tutti. Non faceva che ripetere che questo giorno sarebbe rimasto per sempre nel suo cuore, non solo su questa terra ma anche nell’altra vita.

Ramona, che da qualche tempo si era allontanata dal Movimento, avendo seguito Giulia nel volon­tariato ospedaliero, ora sentiva che questa festa le aveva fatto rinascere in cuore la spinta e la gioia di ricominciare a donarsi agli altri come non aveva più sentito da anni. Antonella ricordava a Giulia un’esperienza che alcuni anni fa ha vissuto una sua amica atea, che avendo conosciuto Giulia per il volontariato ospedaliero, si è impegnata a fondo in quest’azione, tanto da iscriversi al corso d’in­fermiera professionale. Ora lavora con grande dedizione e professionalità al San Camillo.

Aldina, disabile, ci ricordava quanto fosse im­portante per lei e Giulia l’incontro giornaliero al telefono, che costantemente a mezzogiorno facevano per pregare per la pace e per tutte le necessità dell’Opera di Maria, della Chiesa e di quanti si raccomandavano alle loro preghiere.

Così l’esperienza raccontata da Wilma, nel ri­cordo di Simona. Wilma con un’amica del suo quartiere ha continuato dopo la morte di Simo­na ad andare tutte le settimane all’ospizio delle non vedenti, suscitando la meraviglia delle al­tre ricoverate e della superiora. Maria Paola e Susi esprimevano la gratitudine per il dono che è stata Giulia per la loro famiglia, quando i loro bambini le erano affidati o per la malattia delle loro mamme o per altre necessità.

Per me posso dire che è stato rivivere la fre­schezza dei “fioretti di san Francesco” vissuti nell’oggi, nell’autenticità dei gesti, delle azioni, dell’amore. Era la “Giornata per la Vita”.

 Nella sala d’aspetto del Regina Elena

Settembre 2003

Un giorno mi trovo in una sala d’aspetto dell’o­spedale Regina Elena di Roma. Già ci sono di­verse persone in attesa della visita oncologica e altre in continuazione arrivano alternandosi a quelle che già hanno fatto la loro visita. I volti sono tesi, non si tenta minimamente di aprire un dialogo, ci si guarda in silenzio e nelle menti di ognuno il pensiero va alla ricerca di indovinare dove l’altro avrà il suo stesso male. In quest’atmo­sfera tuttavia noto una persona (presumo un me­dico poiché indossa un camice bianco), che con un sorriso aperto e accogliente va all’ingresso dello studio medico, attraversando un lungo corrido­io verso la sala d’attesa, incontro a quanti arrivano. Chiede con grande gentilezza la richiesta medica per la visita, fa accomodare con estrema cortesia mettendo ogni persona a suo completo agio. Poi, nel chiamare il turno di visita, non si limita a fare il nome da lontano, ma attraversa il lungo corridoio e mettendosi sottobraccio il paziente lo introduce con sguardo rassicurante dal medico. Lo accoglie all’uscita con lo stesso sorriso e condivide con lui gli intuibili, evidenti risultati della visita medica. In questo suo muoversi in continuazione avverto un atteggiamento che non può prescindere dalla sola professione, ma c’è qualcosa che trasmette se­renità, pace, amore.

Pur nell’inevitabile tensione dei malati e dei parenti in attesa, a ogni sua appa­rizione si avverte un fenomeno di contaminazio­ne che riesce a trasformare gli sguardi sospettosi, intimoriti e ansiosi in atteggiamenti di cortesia e attenzione reciproca. Arriva il mio turno. Stesso atteggiamento nei miei confronti. È forte in me la meraviglia dell’insolita accoglienza e sono portata a guardare con attenzione il cartellino che porta sul camice almeno per conoscere il suo nome e la qualifica. La meraviglia è accompagnata ora con un tuffo al cuore. Non è un medico ma il suo nome “Loredana” è sottoscritto da una sigla: “ARVAS”. In quell’istante mi affiora il ricordo di quanto già ho conosciuto dell’amore di Giulia Polverisi per questo servizio al malato. Vedo il proseguimento dell’impronta lasciata. Giulia da tempo non è più alla guida dell’ARVAS, non è più la semplice vo­lontaria dell’associazione, è ora in Paradiso. Lore­dana non l’ha mai conosciuta, ma si è commossa fino alle lacrime quando le ho raccontato le origini della storia che ha dato vita all’azione di cui ora lei fa parte degnamente con fedele rispondenza ai fini che l’hanno mossa.

«Date e vi sarà dato»

10-12-2008

Donatella T. di Comunione e Liberazione mi dice che il parroco della nostra parrocchia ha espresso l’urgenza di trovare qualche persona che sia di­sponibile per due ore alla settimana per la segrete­ria parrocchiale. La Parola di vita di questo mese: «Date e vi sarà dato» mi fa rispondere che posso dedicare questo tempo. Sento che la mia vocazio­ne di volontaria dell’Opera di Maria è anche met­tersi al servizio della Chiesa. Comincio così questa nuova esperienza, e mi accorgo subito che devo ascoltare chi è già esperto in quel servizio. Perciò con molta umiltà mi prodigo e non mi serve pen­sare che il mio quarantennio di lavoro di ufficio possa darmi la sicurezza di quel nuovo impegno. Perciò ascolto. È quanto mi serve con le persone che vogliono insegnarmi a trascrivere le intenzioni per la Santa Messa, come rispondere al telefono, come accogliere chi si rivolge alla segreteria par­rocchiale.

Nella seconda settimana di questo servizio sono sola. Mi dispongo ad accogliere con amore quanti vengono. Alcuni vogliono segnare i nomi dei loro defunti per una Messa, altri segnalano le loro esi­genze per un lavoro come badante o colf o baby­sitter. È bello vedere in ognuno Gesù, ascoltare con pazienza anche chi non conosce la nostra lin­gua, partecipare con tutta la mente e l’anima per capire le loro necessità. Viene una persona che si occupa dei bambini, è un volontario di Sant’Egi­dio e cerca un pacco che qualcuno gli avrebbe la­sciato presso la segreteria.

Il pacco non si trova, sono tentata di chiudere con un “non so”, ma poi… «Date e vi sarà dato», la pa­rola che mi sforzo di vivere in quel mese, significa in quel momento cercare di risolvere fino in fondo la richiesta. Questa persona è venuta da lontano, è tutta bagnata dalla pioggia e proprio quella sera deve fare il bagno ai bambini assistiti e fornire loro i vestiti puliti. Nonostante sia tardi e non sia anco­ra pratica dei ripostigli dove potrebbe ritrovarsi il pacco promesso, non mi scoraggio, telefono alle persone che possono sapere qualcosa in merito e dopo un’impegnata ricerca, siamo riusciti a trova­re il famoso “pacco”.

 L’udienza da papa Francesco

Roma, 15-6-2015

Come rappresentante del Consiglio pastorale della mia parrocchia, il parroco mi ha invitato a parte­cipare all’incontro con papa Francesco in San Pie­tro. Accetto l’invito con gioia, prenoto il posto e mi preparo spiritualmente per quest’avvenimento.

Vado il giorno prima dalla parrucchiera e, mentre mi cura i capelli, noto in lei qualcosa di strano, non è come sempre, gioiosa e attenta. Chiedo con delicatezza cosa può turbarla in quel giorno e su­bito sente di liberarsi di una preoccupazione per uno strano sogno che l’ha sconvolta per tutta la notte. Non riusciva a capire il senso di quel so­gno, c’era in particolare una domanda dentro di lei che le era rimasta per tutta la mattina. Ha avuto un rapporto impegnativo con la fede, matrimonio fallito, figli con problemi relazionali, famiglia da anni in crisi. Ha visto nel sogno una porta socchiu­sa e al di là con sorpresa e meraviglia la figura di papa Francesco che con sguardo paterno la invita a oltrepassare quella porta perseguirlo. Sento che alla sua perplessità, al suo non capire il senso di quell’invito, io posso rispondere che ho in quel mo­mento la possibilità di aiutarla per quello che per lei è uno strano invito.

Le offro il mio posto per l’incontro del giorno dopo in San Pietro. Sorpresa di quell’opportuni­tà, capisce in ciò un segno che viene da uno spe­ciale aiuto che “qualcuno” le sta offrendo in quel particolare momento della sua vita. Avverto il responsabile del gruppo di questa mia scelta, lo sento un po’ titubante poiché conosce la situazione della nostra parrucchiera. Accetta, fidandosi della mia scelta. Il giorno dopo chiede notizie alla capo gruppo di come è andato l’incontro. La sua rispo­sta immediata è stata: «Un vero grande miracolo, frutto dell’amore».

Parlo con Isabella (la parrucchiera). Il suo grazie che continua a dirmi è solo un grazie all’amore di Dio forse sentito per la prima volta così concreto. Sento che è nato con lei un rapporto fraterno di riconoscenza reciproca.

 GRAZIE

26 febbraio 2013

Grazie, Gesù, per il dono dell’unità.

Ogni nuovo compleanno

è un dono dell’amore di Dio,

è una tappa per correre

verso l’eternità.

Marisa (anniversario del suo 75° compleanno)

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