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Cultura > Cinema

Blade Runner 2049

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il sequel del celebre film si pone come una inquietante domanda sul nostro tempo e il nostro prossimo futuro. Il pericolo di un mondo virtuale senza umanità – senza amore vero – è ormai reale. In sala dal 4 ottobre

Dimenticare il lavoro  di Ridley Scott nel 1982, e ambientato nel 2019, cioè fra due anni? La Los Angeles di allora, adesso, nel 2049,  nel sequel diretto da Denis Villeneuve,  è fangosa, inquinata, meticciata, umani e replicanti si confondono. Prima, gli umani avevano creato i “replicanti” – robot umanizzati per alleviare i loro compiti -, ora questi nuovi schiavi perfetti non vogliono “morire”.

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Nel primo film l’agente Rick Deckard (Harrison Ford) chiudeva, dopo la morte del replicante dal volto duro, con un interrogativo sul futuro, piuttosto ambiguo.  Ora, il nuovo agente K (Ryan Gosling) è un essere che deve far morire altri esseri, non ha vita facile in una opprimente città iperbarocca, e vorrebbe risposte. Il motivo di fondo è semplice: prova sentimenti, desidera conoscere chi sia veramente, vuole vivere ed amare, forse essere “umano” sul serio. Nel confine sottilissimo tra realtà vera e realtà virtuale – più vera di quella autentica – il racconto si snoda nella serie  di domande poste e con risposte difficili da accettare o evase, forse perchè in definitiva sono non-risposte. «Ho un’ anima?» chiede K (Ford nel primo film domandava quale fosse la sua vera anima). Madame gelida  gli risponde: «No!», cioè lui è un replicante, non un umano. Ma sarà vero, cosa sarà allora il “miracolo” che viene a conoscere di una nascita “naturale” di cui trova le tracce? Ed il creatore – la Tyrrell Corporation, il cui fondatore era stato ucciso nel film del 1982 – è un dio senza volto, senza pietà che sparge illusioni e ama confondere umani e replicanti, come è K e come forse è Deckard che il giovane cerca per “spegnerlo”?

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Villeneuve colloca le domande metafisiche ed esistenziali negli spazi surreali di piogge, nebbie, nevicate che i replicanti apprezzano, “sentono” e forse amano, per gran parte del film che si dipana come un lungo affresco dove si incastrano storie e personaggi: cercano tutti l’amore, in qualche forma? È la sola cosa che la civiltà virtuale non riesce a dare, se ha spento l’anima. Eppure, i replicanti la vorrebbero. Nell’ultima parte K ritrova Deckard e il film diventa azione, effetti speciali, meno filosofico.  Ma l’ombra lunga nella sporca Los Angeles  si fa duello tra morte e vita, tra amore e dolore, tra verità e finzione che vuole sostituirsi alla verità.

Al di là della bellezza visiva (certe scene “naturali”ricordano tele di Rothko), e della interpretazione riuscita sia di Gosling che di Ford (parla con il solo volto “segnato”), il ritmo ora lento ora dinamico che caratterizza questo epos metafisico-virtuale si pone come una inquietante domanda sul nostro tempo e il nostro prossimo futuro. Il pericolo di un mondo virtuale senza umanità – senza amore vero – è ormai reale. Villeneuve lo filma con angoscia sottesa (senza però il pessimismo cupo della prima versione), lasciandoci sospesi in una ulteriore domanda di senso. Forse questo è il merito del suo racconto, ben oltre la magia visionaria e la tecnica sbalorditiva.

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