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Persona e famiglia > Generazione social

«Senza social impazzirei»: ascoltare i ragazzi per capire

di Gaia Bonafiglia

- Fonte: Città Nuova

La legge australiana sui social accende il confronto tra studenti di terza media. Le loro parole restituiscono il ritratto di una generazione cresciuta online e in cerca di guida, non di divieti

Giovane ragazza con lo smartphone. Foto illustrata da Freepik.

La recente legge australiana che vieta l’accesso ai social network ai minori di 16 anni è diventata il punto di partenza di un ampio dibattito all’interno di alcune classi di terza media. Un confronto che, più che fornire risposte definitive, ha permesso di ascoltare da vicino il punto di vista di chi i social non li ha “adottati”, ma ci è nato dentro.

Tutti gli studenti coinvolti hanno tra i 13 e i 14 anni e tutti, senza eccezioni, utilizzano i social network. Lo fanno quotidianamente: tra le 3 e le 4 ore durante la settimana, che diventano 6, 8 e in alcuni casi anche 10 nel weekend. Numeri spaventosi ma che non stupiscono, se messi in relazione ai dati nazionali: secondo ISTAT, oltre il 90% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni utilizza internet ogni giorno e i social rappresentano una parte centrale del tempo online.

La posizione degli studenti sulla legge australiana è pressoché unanime: la considerano ingiusta. Non perché ignorino i rischi, ma perché i social, spiegano, fanno ormai parte della loro vita quotidiana e della loro socialità. «È difficile capirlo per le generazioni precedenti», osservano, «che non sono cresciute immerse in questo mondo». Per loro, YouTube, Instagram e TikTok non sono solo intrattenimento: sono spazi di scoperta, apprendimento e relazione.

Molti raccontano di seguire canali YouTube legati ai propri interessi – dal make-up ai contenuti artistici, dai commenti ai videogiochi alla divulgazione – e qualcuno sottolinea di aver imparato l’inglese proprio grazie ai video online. C’è poi chi evidenzia il valore relazionale dei social: una studentessa racconta di aver conosciuto su TikTok quella che oggi è diventata la sua migliore amica, con cui condivide passioni definite “singolari”, motivo per cui non riusciva ad esprimersi nel gruppo di amici tradizionale. I social, in questo senso, diventano uno spazio di riconoscimento e appartenenza.

La legge viene giudicata ingiusta anche per un altro motivo: secondo i ragazzi, il controllo non dovrebbe passare dal divieto, ma dalla responsabilità degli adulti. «Sono i genitori che dovrebbero controllare», dicono. Vietare, dal loro punto di vista, non migliora la situazione, aumenta anzi il desiderio di trasgredire. La proposta alternativa emersa più volte è chiara: educare a un uso consapevole, attraverso percorsi specifici a scuola e in famiglia. Qualcuno suggerisce anche un limite di tempo, ad esempio per un massimo di due ore al giorno.

Quando poi gli viene posta una domanda provocatoria: «Cosa succederebbe se da domani i social venissero vietati?», la risposta è disarmante nella sua sincerità: «Impazzirei, non saprei cosa fare tutto il giorno». Accanto ai social, molti ammettono di trascorrere molto tempo anche sulle piattaforme di streaming; emerge inoltre una differenza di genere: i ragazzi tendono a passare più tempo sui videogiochi, le ragazze su Netflix e i social network.

Come insegnante, ascoltare questo dibattito cambia profondamente la prospettiva. Per chi ha iniziato a usare i social da adulto, questi restano spesso un arricchimento esterno, uno strumento in più. Per i ragazzi di oggi, invece, sono parte integrante della socialità, del modo di comunicare, di costruire relazioni e identità. Motivo per cui risulta difficile capire come intervenire per aiutarli ad un uso consapevole, considerando anche che, all’uscita da scuola, la prima cosa che molti fanno non è parlare tra loro, ma accendere il telefono, ancora prima di varcare il portone.

Eppure, se 10 ore in una giornata vengono assorbite dallo schermo, diventa evidente che il problema esiste e non può essere ignorato. Intervenire è opportuno, anzi doveroso.

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