10 giugno 1940, l’Italia e la follia della guerra

Domande sul nostro tempo a 80 anni dall’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania nazista
Archivio La Presse

Il 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, l’Italia entrava nel secondo conflitto mondiale.  Seguiranno ulteriori dichiarazioni: Il 28 ottobre 1940 contro la Grecia, il 6 aprile 1941 contro la Jugoslavia, il 22 giugno 1941 contro l’Unione Sovietica e l’11 dicembre 1941 contro gli Stati Uniti.

Ci troviamo a ricordare una guerra che non sarebbe mai dovuta iniziare, figlia di scelte e decisioni che avevano accompagnato per un ventennio l’Italia fino a quel punto di non ritorno.
È stata la partecipazione ad un terribile conflitto, conseguenza diretta nel mondo della morte di 40 milioni di civili e 20 milioni di militari.

L’arma della propaganda

Le voci dissenzienti di fronte alle scelte tragiche del regime fascista, erano state silenziate dalla repressione dalle intimidazioni e dal controllo dei principali strumenti di comunicazione da parte del fascismo, così come accadrà nella Germania del Terzo Reich.
A sostegno c’era la propaganda di regime attraverso i giornali (utilizzati “come una clava… fino a condizionare l’opinione pubblica” diceva Mussolini), la radio (considerata dal ministro della propaganda nazista Goebbels “l’arma spirituale degli stati totalitari”) e il cinema (valutato da Mussolini come “l’arma più forte”, mezzo indispensabile per l’esaltazione delle “imprese fasciste” e in seguito delle conquiste belliche).

Veniva alimentato il mito della “nazione guerriera” fondato sul nazionalismo, sulla supremazia della razza, sul militarismo, sull’impero e i suoi condottieri (il Duce e Führer a cui si giurava fedeltà). Nella Gioventù Italiana del Littorio si giurava con la seguente formula: «giuro di eseguire gli ordini del duce e di servire con tutte le mie forze, e se necessario con il mio sangue la causa della rivoluzione fascista». Nel Reich si giurava per una triplice fedeltà: «Ein Gott! Ein Führer! Ein Volk!». (“Un Dio! Un Führer! Un popolo!”).
Sia la scuola che le attività educative erano state impostate per ‘forgiare’ un nuovo popolo: i programmi e i contenuti dell’insegnamento erano orientati alla propaganda del regime e a costituire un futuro bacino di reclutamento. Le formazioni giovanili suddivise per sesso e per età adottavano organizzazioni para-militari costruite attorno all’esaltazione della forza e della violenza.

Le attività sportive improntate al principio del “credere, obbedire, combattere”, attraverso la disciplina sportiva, dovevano assolvere il compito di preparare soldati obbedienti e disposti a seguire gli ordini. In un’Italia in cui era alimentata la gerarchia del ‘più forte’, anche lo sport divenne strumento di propaganda.

Ma nulla di questo era servito a silenziare il grido di dolore per le atrocità viste e subite o a nascondere il carico di distruzione e di morte che stava segnando l’Europa e il mondo.
La propaganda era un’arma spuntata rispetto a uomini e donne che pur in un mondo intriso di proclami e adunanze si erano confrontati con la loro coscienza e con lo spirito di libertà per compiere scelte anticonformiste e radicali.
I giovani della Rosa Bianca di Monaco scelsero di opporsi alle barbarie di Hitler e del nazionalsocialismo, pagando con la vita la loro decisione di non tacere di fronte ad un regime che aveva condotto al baratro della guerra, al genocidio degli ebrei, alle scelte disumane nei confronti di coloro che a vario titolo erano considerati subumani, alle violenze sulle popolazioni dei territori occupati.

Guerra, sconfitta per tutti

Nel XX secolo erano rimasti inascoltati nel tempo l’appello rivolto da Benedetto XV contro l’”inutile strage” nel corso del primo conflitto mondiale e il grido “mai più la guerra” che aveva indirizzato Paolo VI.

La guerra ha rappresentato e rappresenta una sconfitta per tutti, vincitori e vinti. «Con la guerra sempre si perde. L’unico modo di vincere una guerra è non farla» continua a sottolineare papa Francesco.

Come non ricordare le vittime (perlopiù civili) delle guerre recenti?  I conflitti armati sono stati spesso accompagnati da atrocità. Si pensi ai genocidi quale quello subito dal popolo armeno, o della Shoah, alla pulizia etnica praticata sotto lo sguardo della comunità internazionale in Ruanda o a Srebrenica o alle violenze subite dal popolo curdo e dalla comunità yazida.
Avere cura della memoria. Rileggere la storia dal punto di vista delle vittime, dei fragili, dei più poveri ci chiede di promuovere una responsabilità sociale e politica che si lascia interrogare dalla umanità ferita.  Dalle guerre, ma non solo.

I drammi della storia e le catastrofi umanitarie che ancora oggi vedono milioni di persone costrette ad abbandonare il proprio Paese (oltre 70 milioni secondo i dati dell’UNHCR) ci interrogano e raccontano conseguenze derivanti da azioni umane: conflitti, sconvolgimenti sociali e ambientali.
Nelle scorse settimane sono proseguite da parte delle fabbriche di armi italiane la produzione e il commercio di strumenti di morte. Attività che non si sono fermate neanche dinanzi al periodo di lock down.
Non sono cessate neppure le guerre, forse ancora più dimenticate perché i riflettori si sono allontanati.

La cura della pace 

Per ricostruire dopo le “macerie” bisogna darsi i tempi della cura e della responsabilità, attraverso percorsi di pace e di nonviolenza; recuperare le testimonianze di donne e uomini che si sono impegnate a rischio della propria vita, a proteggere il valore e la dignità della persona in periodi oscuri della nostra storia.

Perché allora non destinare le migliori energie, non per alimentare ciò che rischia di ferire in modo irreparabile l’umanità o per costruire nuovi fili spinati, ma per promuovere in Italia come in Europa azioni coraggiose e urgenti per il nostro tempo?

Un tempo prolungato di semina e per riportare nel mondo uno sguardo di empatia e cura, ampio e profondo, senza lasciare che prevalgano la logica mercantilistica o dello scarto, ma trovi posto uno sguardo per un unico futuro solidale, sostenibile, per tutte e tutti e non per pochi.

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