Il volto costituzionale della pena

Importanti e significative indicazioni di lettura del nostro tempo dai lavori del convegno di Regina Coeli promosso dal coordinamento delle associazioni di volontariato in carcere
ANSA/GIORGIO ONORATI

IL 52° Convegno del Coordinamento enti e associazioni Volontariato penitenziario – Seac si è svolto il 24 e 25 maggio sul tema “Dei diritti e delle pene. Le norme e le prassi”.

“Che cosa ci sta succedendo”?

Questa è la domanda cruciale che i volontari si sono posti nelle due giornate di lavoro che hanno avuto inizio nel Carcere di Regina Coeli con una importante riflessione stimolata dalla relazione della vice presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia.

L’intervento ha tratteggiato il volto costituzionale della pena” attraverso i pronunciamenti della Suprema Corte che, nell’esame delle norme sottopostele non le può riscrivere, si adopera per rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’attuazione del dettato dell’art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

L’esame della giurisprudenza della Corte ha affermato alcuni punti fermi del volto costituzionale della pena:

  • I detenuti sono parte della città e sono titolari di diritti, che spettano a tutti in quanto persone.
  • La privazione o la limitazione della libertà – unico oggetto costitutivo della pena – non comprime né annulla la tutela dei diritti fondamentali.
  • La malattia psichica produce sofferenza alla persona al pari di altre malattie. Pertanto il legislatore deve trovare delle misure alternative al carcere per far si che il diritto alla salute valga anche nel caso della malattia psichica non curabile certamente in una struttura penitenziaria.
  • Una pena non proporzionata alla gravità del reato è di ostacolo al dispiegarsi della funzione rieducativa.

Nell’esposizione della vice presidente Cartabia, il tempo del carcere, lungi dall’essere uno scorrere vuoto di senso, si configura come il tempo di un cammino che, con alterne vicende e non sempre in forma lineare, deve portare a scrivere un’altra storia della persona detenuta.

Una storia che non può essere riscritta in solitaria ma che deve essere accompagnata da istituzioni, operatori, volontari ed espressioni vive della comunità sociale. Tutti questi accompagnatori collocano la loro azione come dispensatori di speranza per le persone detenute, nel solco del motto della Polizia penitenziaria: “Despondere spem munus nostrum(Garantire la speranza è il nostro compito).

Ma la domanda cruciale si ripropone perché l’impegno del volontariato confligge con un contesto dissonante. In questo nostro tempo serie minacce si addensano sul fondamentale principio che la dignità della persona è un valore coessenziale all’essere umano. Assistiamo, infatti, alla creazione di forme di “diritto penale del nemico”; alla diffusione di un linguaggio che fa a pugni con la dignità della persona (chiudeteli in carcere e buttate la chiave, devono marcire in carcere, non si sognino neanche di chiedere una riduzione di pena …).

Se da un lato si enfatizza il dato che diminuiscono i reati, dall’altro si constata che il numero dei detenuti aumenta: sono diminuiti gli ingressi ma diminuiscono le uscite. Su 60.523 detenuti, 2.000 devono scontare una pena inferiore a un anno, 3000 hanno una pena tra uno e due anni; quelli che hanno un residuo pena sotto i due anni sono circa 18.000.

Questo significa che in carcere restano tutte le persone caratterizzate da debolezza sociale perché privi di supporti economici o di riferimenti familiari, sociali e culturali. Senza contare che agli stranieri è sostanzialmente precluso l’accesso ai benefici penitenziari propriamente per le carenze appena ricordate.

Ci sono poi le “prassi” che svuotano il senso del trattamento penitenziario:

  • Il cosiddetto lavoro esterno svolto fuori dalla cella ma dentro l’intercinta del carcere: diventa una finta modalità di lavoro “fuori” perché in realtà si svolge dentro la struttura penitenziaria negando nei fatti la sperimentazione assistita di spazi crescenti di libertà.
  • Il lavoro, fondamentale elemento del trattamento e riconosciuto fattore di contrasto alla recidiva, utilizzato come forma aggiuntiva di penalità sotto forma di “risarcimento sociale” nei lavori socialmente utili, per definizione non retribuiti.
  • Il lavoro esterno svolto sotto scorta armata in luoghi pubblici e con abbigliamento tipizzante, dove prevale l’aspetto di pubblico risarcimento e non certo, come lo aveva previsto il legislatore, occasione di qualificazione professionale e di riscatto sociale.
  • Un linguaggio interno alla struttura che non sempre rispetta la dignità della persona ma che nei suoi diminuitivi (domandina, scopino, rattoppino) stigmatizza la dequalificazione della dignità della persona.

Sono considerazioni come queste appena accennate che evidenziano con enfasi la necessità di parlare di diritti, che non possono essere scambiati con concessioni in quanto attributi essenziali della persona. Riconoscere un diritto non è buonismo ma un dovere e il lavoro dei volontari ne diventa testimonianza credibile.

Nel clima di spettacolarizzazione della giustizia, con anticipazioni di condanne sui media, si corre il rischio di suggestionare la collettività su una serie di problemi sui quali, accanto ad una corretta e doverosa informazione, c’è bisogno di cautela e discrezione per non sostituirsi al lavoro dei giudici.

Ecco allora chiederci ancora una volta “che cosa ci sta succedendo?” Per il volontariato penitenziario significa innanzi tutto riuscire a comprendere dove va a parare quella che è stata chiamata “riorganizzazione della cittadinanza” su base etnica che alimenta la costante espulsione dei marginali, degli estranei, degli scartati. Significa capire che viviamo in un periodo di anoressia sociale curata con bulimia penitenziaria. Scompaiono le mediazioni e le camere di compensazione per cavalcare la rabbia sociale per trarne vantaggi e per costruirsi il consenso.

Non ci sono risposte sociali dovute al disagio ma prevalgono solo risposte penali. Si usa la tecnologia dell’esilio per governare la paura e i conflitti (daspo urbano, zone rosse del decoro urbano, vessazioni burocratiche e amministrative nell’esercizio di diritti e nella fruizione di servizi).

D’altro canto confinare gli scartati nell’anomia serve a tenere sempre pieno il serbatoio della paura. E così poter giustificare costanti e continue sottrazioni di libertà per una dichiarata maggiore sicurezza. Si parla così di “diritti a somma zero”: tu hai, a condizione che un altro non abbia!

C’è quindi una seria difficoltà, per il volontariato, a collocarsi in un contesto sociale e politico dissonante. Si corre il rischio, come volontari, di trincerarsi dentro le tecniche o nella difesa identitaria. Occorre invece contrastare l’egemonia corrente con la mobilitazione del volontariato in un impegno portatore di valori e metodologie capaci di ricostruire senso di comunità solidale e attento alla sofferenza delle persone confinate in sacche di solitudine e isolamento.

In questa prospettiva, come ha ricordato nel suo articolato intervento il vescovo ausiliare di Roma Centro Gianrico Ruzza, il senso di giustizia, che ci viene dal messaggio biblico ed evangelico, ci dà indicazioni precise sulla rieducazione:

  • Distinguere l’errore, che va condannato, dall’errante che va preservato dalla vendetta.
  • C’è una responsabilità sociale verso le vittime se il reo non se ne interessa.
  • Le vittime vanno tutelate, ma il colpevole non può essere abbandonato perché la sua dignità comunque non può essere negata.
  • La rieducazione è costruzione della speranza: nonostante tutto ti do la possibilità di rinascere e recuperare. La società civile dovrebbe essere fiera di recuperare le persone.

In questa prospettiva, l’insegnamento di papa Francesco è illuminante: a Dio non può bastare la giustizia perché è di Dio la misericordia: l’amore gratuito e sovrabbondante. Giustizia non è solamente togliere il male o nasconderlo ma trasformarlo recuperando l’autore del male. Per questo occorre rifondare una cultura della prossimità e della relazione basata su legami solidi capaci di superare le paure e i recinti di isolamento.

L’impegno dei volontari nel penitenziario, pertanto, richiede conoscenza e competenza che si concretizzano in tre azioni permanenti e complementari: ascolto, accompagnamento, azioni concrete e individualizzate per far venir fuori dal carcere. Tuttavia, per contrastare l’onda d’urto corrente è necessario impegnarsi anche in una efficace opera di sensibilizzazione sui temi e problemi del mondo penitenziario con riferimento sia alla comunità carceraria che alle persone in esecuzione delle misure di comunità.

Sulla questione carceraria vedi il dossier Carcerati edito con la rivista da Città Nuova e richiedibile a segr.rivista@cittanuova.it

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