Vincono M5s e Salvini, cosa farà Mattarella?

Netta perdita del Pd, irrilevanza della sinistra e cedimento di Forza Italia verso la Lega. Il voto allontana le ipotesi di una grande intesa al centro. Scenari imprevedibili da affrontare per il presidente della Repubblica

Se Steve Bannon, il rude ex ideologo di Trump, ha deciso di passare qualche giorno in Italia durante le elezioni politiche del 4 marzo vuol dire che ci si attendeva qualcosa di clamoroso. Le percentuali da citare non sono ancora definitive ma dicono già tutto. Una legge elettorale scritta all’ultimo momento con l’evidente intenzione di ostacolare il M5S lo ha invece compattato fino a farlo diventare il primo partito a livello proporzionale (32%), trascinandolo alla vittoria anche in molti collegi uninominali ritenuti sicuri dal centrodestra come dal centrosinistra.

Per una strategia ancora da comprendere il Pd aveva messo in conto la consegna dei collegi uninominali del Nord alla coalizione di Berlusconi, Salvini, Meloni e vari centristi (che raggiunge oltre il 35 %), ma contava sull’effetto del voto utile a livello proporzionale facendo accordi con una coalizione che si è rivelata debole, anche nella componente europeista della Bonino (2.4%), sovrarappresentata nei media grazie al sostegno di vari ministri, a cominciare dal dinamico Carlo Calenda.

Per non parlare della lista “Insieme”, sponsorizzata  da Prodi e Letta, che così hanno probabilmente compromesso la loro possibilità di ripresentarsi come una riserva morale per un centrosinistra nettamente battuto sul campo. A questo punto neanche le dimissioni di Renzi da segretario del Pd, sceso sotto il 20 %, sembrano rappresentare un punto di svolta per un partito in crisi di identità e di presenza reale sul territorio. Non tiene più la struttura portante ereditata dalla sinistra storica del Pci anche in feudi rossi dell’asse tosco-emiliano, mentre la lista Liberi e Uguali (3.3%) non ha intercettato i voti in uscita dal Pd, perché percepita come operazione di vertice e di apparato. La misconosciuta lista di “Potere al Popolo”, con nessun mezzo e molto attivismo di base, raggiunge l’1,2 per cento. Formazioni fortemente identitarie come “Casa Pound” e “Popolo della famiglia”, così come “Insieme” o “Civica popolare” della ministro Lorenzin, che pure potevano contare su alleanze più ampie, invece vedono il loro voto sotto la soglia di quell’1 per cento necessario, secondo il Rosatellum, per poter essere riversati sulla lista principale del Pd.

Se anche Bill Emmot, il pretenzioso ex direttore dell’Economist, prima delle elezioni ha visto in Berlusconi una possibile garanzia per l’Italia, vuol dire che si avvertiva il timore per la crescita tumultuosa della Lega di Matteo Salvini che passa dal 4% del 2013 al 17,7% del 2018 vincendo la competizione interna alla coalizione con Forza Italia. “Basta un voto per cacciare gli immigrati” titolava il Giornale del 4 marzo. Il messaggio semplice e brutale è arrivato con un consenso che ormai Salvini raccoglie fuori dalla retorica “lumbard” di Bossi, anche perché bisogna saper interpretare cosa significa il motto “prima gli italiani”, con la sottolineatura “a cominciare dai più poveri”, che ultimamente il leader post leghista utilizza per rafforzare la rappresentanza di chi si sente escluso e incompreso dai circoli intellettuali dei liberal.  Ora che è diventato l’azionista di una maggioranza che è difficile chiamare di centrodestra per la decrescita di Forza Italia e il magro l’1,2 % degli ex Udc, tutto può succedere. Molti temono l’alleanza di fatto su temi cosiddetti populisti (ad esempio l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni) con i pentastellati, che Berlusconi ha squalificato come una “setta” di incompetenti e invece hanno saputo gestire al meglio la comunicazione. A cominciare dalla presentazione preventiva della lista dei ministri, certamente irrituale ma percepita come l’intenzione di non fare accordi di nascosto dopo il voto, come si temeva per la riedizione di un nuovo patto del Nazareno (accordo Pd e Forza Italia).

La sfida è aperta sui contenuti. Vedremo se le missioni già effettuate all’estero dal giovane Di Maio serviranno in questi giorni ad evitare attacchi speculativi delle borse sul nostro Paese. Punto di equilibrio resta il presidente Sergio Mattarella. Anche chi non è credente è possibile che stia pregando per lui.

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