Vescovi e magistrati contro la violenza religiosa

Cristiani e musulmani, in India, sono la minoranza e spesso sono vittime di discriminazioni a causa del diffuso nazionalismo legato alla politica del governo Modi. La Conferenza episcopale e una coraggiosa sentenza della Corte suprema invitano, invece, alla pace e al dialogo.
Il primo ministro indiano, Narendra Modi

In India, in un contesto socio-politico sempre più caratterizzato da tensioni sociali di radice nazionalista-religiosa legate alla politica del governo Modi, si è conclusa l’assemblea generale dei vescovi. La Conferenza episcopale indiana (CBCI) si riunisce in plenaria ogni due anni e ad anni alterni sono convocate, invece le tre conferenze episcopali che radunano i vescovi secondo l’appartenenza ai tre riti che caratterizzano i cattolici presenti nel Paese asiatico, quello latino e i due orientali (siro-malabarese e siro-malankarese).

Il nazionalismo religioso che negli ultimi anni ha creato non poche tensioni e che lascia le minoranze, soprattutto i cristiani ed i musulmani, in un clima di incertezza, è stato al centro della riflessione della Chiesa cattolica indiana. In un documento finale, i vescovi hanno voluto ribadire il contributo della Chiesa cattolica, e del cristianesimo in generale, alla costruzione della cultura e della nazione. La tradizione vuole, infatti, che la prima presenza cristiana nel sub-continente indiano risalga ancora all’epoca apostolica, grazie a Tommaso l’apostolo, ancor oggi venerato in modo particolare nello stato del Kerala, dove i cristiani (i cattolici sono di rito orientale siro-malabarese e siro-malankarese) prendono proprio il nome da lui. Sono noti infatti come Thomas’ Christians, i cristiani di Tommaso.

L’assemblea dei quasi duecento vescovi ha voluto ancora una volta insistere sul fatto che I cristiani contribuiscono in modo rilevante alla causa della nazione e che l’India, da parte sua, ha bisogno della presenza della Chiesa proprio per l’impegno che da sempre la comunità Cristiana ha mostrato verso il Paese, la sua cultura e la vita sociale. “Nessuno deve dubitare della fedeltà e dell’impegno dei cristiani nei confronti della nazione”, hanno affermato i vescovi.

L’assemblea episcopale non ha rifiutato il nazionalismo in quanto tale, come sano spirito legato alla cultura del proprio Paese, ma ha, piuttosto, invitato a impegnarsi per un vero spirito nazionale che permetta una pace vera, caratterizzata da armonia, progresso e prosperità. I vescovi hanno invitato tutte le persone di buona volontà (non solo i cristiani che sono poco più del 2%) ad abbandonare ‘la cultura della violenza di massa’ a favore di un impegno sociale di pace. Da parte loro, i vescovi hanno riconfermato l’impegno della comunità cristiana nel campo dell’educazione, della salute e delle attività sociali per la promozione dei gruppi e delle classi emarginate, in particolare i dalits, i fuori casta. Non è mancato un accenno all’impegno nel campo ecologico che molto ha sofferto negli ultimi decenni a causa dello sviluppo rampante, spesso indiscriminato, dell’industria indiana.

Ancora a commento della questione del nazionalismo religioso di colorazione indù, il presidente uscente della CBCI, il cardinale Baselios Cleemis Thottunkal, arcivescovo maggiore di Trivandrum dei siro-malankaresi, ha tenuto a sottolineare che «qualsiasi tentativo di promuovere il nazionalismo basato su una particolare cultura o religione è una posizione pericolosa. Può portare all’uniformità, ma mai a una vera unità. Tali sforzi mal concepiti possono solo condurre la nostra nazione sul sentiero dell’autoannientamento».

In questo contesto, non ha fatto notizia, ma resta molto significativa la decisione della Corte Suprema indiana che nei giorni scorsi ha ribaltato una decisione dell’Alta Corte di Mumbai che aveva concesso la libertà su cauzione a tre imputati colpevoli di aver ucciso un musulmano. Vijay Gambhire, Ganesh Yadav e Ajay Lalge erano stati accusati di aver ucciso il un giovane musulmano, Mohsin Shaikh. I fatti erano accaduti nella città di Pune a circa 140 chilometri da Mumbai, nel giugno del 2014 al termine di un incontro organizzato dal movimento estremista indù “Hindu Rashtra Sena”, che protestava contro la profanazione di una statua di Chhatrapati Shivaji Maharaj, considerato il fondatore dello stato del Maharashtra, che ha la capitale a Mumbai.

Sembra che gli imputati, al termine della manifestazione, si fossero allontanati armati di mazze e bastoni, e, dopo aver vagato per le strade della città, avessero ucciso senza una vera motivazione, se non quella religiosa, Shaikh, colpevole di essere musulmano. I giudici della Corte Suprema hanno sentenziato che il potere giudiziario deve essere pienamente consapevole della composizione pluralista del Paese. Quindi, qualsiasi tipo di violenza in nome della religione o di appartenenza a qualche comunità non può trovare alcuna giustificazione. «Il fatto che la vittima appartenesse a una comunità differente da quella degli assassini — hanno sostenuto i giudice della Corte suprema — non può giustificare la violenza né tanto meno l’omicidio».

La dichiarazione del rinnovato impegno dei vescovi e della Chiesa cattolica, ma anche la coraggiosa decisione della Corte Suprema, in un clima certamente non facile anche per le istituzioni, sono segni incoraggianti all’interno della complessa realtà indiana che si prepara alle elezioni politiche.

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