Una vera lotta contro le morti sul lavoro

Come si può intervenire? Perché registriamo in Italia l’impennata dei decessi sui luoghi di lavoro? Non è solo per la mancanza di ispettori. È la struttura precaria della produzione che bisogna prendere di mira. Intervista a Claudio Arlati, della Cisl Emilia Romagna e direttore di SindNova. Dal numero di ottobre della rivista Città Nuova

La contabilità dei morti per infortunio sul lavoro è impietosa. Siamo già arrivati al 700 decessi, ma se non si interviene con urgenza il numero è destinato a salire. Per questo motivo bisogna parlarne sempre, e non solo nella Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro che si è celebrata domenica 13 ottobre. Riportiamo perciò il testo integrale dell’intervista a Claudio Arlati, pubblicata nel numero di ottobre di Città Nuova.

Come si spiega l’impennata dei caduti sul lavoro nel nostro Paese?
Gli infortuni sul lavoro in generale sono in diminuzione ormai da diversi anni mentre crescono quelli mortali. Secondo una certa vulgata questi tragici fatti venivano collegati con la ripresa economica. Ma come sanno bene le forze sociali e ogni osservatore attento, il vero sviluppo dell’economia si accompagna, invece, alla decrescita delle vittime sul lavoro. Il vero problema è la mancanza di una strategia nazionale di prevenzione contro gli infortuni da applicare poi sui territori e nelle aziende. Esiste quella europea, ma è poco coraggiosa e alquanto arretrata nella previsione dei nuovi rischi collegati all’innovazione tecnologica collegata con l’industria 4.0. Dobbiamo dire che non esiste una forte attenzione su questi temi da parte dei decisori politici (policy makers).

Ma le aziende fanno il loro dovere?
Se facciamo una mappatura degli infortuni mortali vediamo che sono concentrati nel settore degli appalti e dei subappalti. E poi in alcuni distretti dove sono concentrate tante piccole aziende che non hanno tra le loro priorità gli investimenti in salute e sicurezza sul lavoro.

Ma questa non è la conseguenza della segmentazione del lavoro, precarizzato ed esternalizzato?
Teoricamente è previsto dalla normativa che l’affidamento di parte della produzione fuori dal perimetro aziendale o in sito ad altre aziende debba avvenire rispettando le regole anti infortunistiche, ma spesso ci si affida alla certificazione delle carte e non agli interventi veri e propri.

Non esistono efficaci sanzioni in materia?
Esistono e sono state anche incrementate, ma difettano i controlli che avvengono a macchia di leopardo perché alcune Regioni (dato che su salute e sicurezza la competenza è delle Asl) sono più efficienti e scrupolose di altre, che non investono come dovrebbero. Esiste un piano sanitario nazionale che prevede di operare il controllo di almeno il 5% delle aziende ogni anno, ma tale minimo obiettivo non viene coperto da molte Regioni (escluse, come al solito, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Veneto). Ma è ovvio che non ci si può affidare ai controlli perché si dovrebbe mettere un ispettore per ogni azienda. Servono gli  interventi preventivi che solo le grandi società si impegnano a fare. Ormai abbiamo tutti gli strumenti, dalle nome alle procedure standard per ogni tipo di lavorazione.

È un problema prettamente italiano?
Dico e ripeto che si tratta di un problema che riguarda prevalentemente certe filiere, agricole e dell’edilizia su tutte, e il tessuto produttivo frammentato di piccole aziende tipico del nostro Paese.

Cosa proponete come sindacato?
Oltre alla necessità di un lavoro di squadra, la riproposizione e applicazione del decreto 81 del 2008 che prevede strumenti come la “patente a punti” per i soggetti che lavorano per le altre aziende, come requisito legato al rispetto delle regole su salute e sicurezza. E poi far leva sugli incentivi economici a favore delle aziende che investono in prevenzione. Non ha avuto senso il taglio dei premi Inail decisi nell’ultima legge di bilancio come misura pensata per favorire le aziende senza tuttavia selezionare tra di loro chi fa realmente prevenzione. E poi bisogna investire sulla formazione a tappeto in sicurezza come parte del curriculum obbligatorio, in particolare per le figure professionali dei servizi oltre che della manifattura. Esistono poi i dati georeferenziati dell’Inail che permettono di fare una formazione specifica sulla tipologia del rischio in base agli infortuni che accadono più di frequente in alcuni territori. È grave tuttavia dover constatare un forte scollamento delle istituzioni, che troppo spesso non dialogano e collaborano tra loro.

Cosa dovrebbe fare il nuovo governo in questo senso?
È necessario varare al più presto il nuovo piano di prevenzione e sicurezza a livello nazionale.

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