Utero in affitto, fare chiarezza

In Spagna il nuovo governo di sinistra è contro la pratica di mercificazione del corpo delle donne. Molta confusione in Italia con prove di accordo tra Cgil e radicali. Un’emergenza antropologica da affrontare
Fabian Strauch/picture-alliance/dpa/AP Images

Il no esplicito all’utero in affitto è uno dei punti del nuovo governo di sinistra in Spagna, assieme all’apertura decisiva verso l’eutanasia. Se il secondo aspetto non è una sorpresa in un certo orizzonte culturale diffuso, sorprende la scelta di schierarsi contro la maternità surrogata a partire da un approccio “femminista”. Una posizione condivisa dalla sinistra francese di Melenchon e da buona parte di quella del Nord Europa.

Il comma 7 del capitolo 7 del programma della coalizione Psoe Podemos afferma che «lo sfruttamento riproduttivo è vietato nella nostra legislazione, in linea con le raccomandazioni del Parlamento europeo. Gli uteri in affitto minano i diritti delle donne, in particolare delle più vulnerabili, mercificano i loro corpi e le loro funzioni riproduttive».

Può essere una lezione per l’Italia dove si preferisce non affrontare certi argomenti scomodi, considerati “divisivi”, salvo poi trovarsi impreparati a balbettare loghi comuni quando arriva una proposta di legge da discutere in fretta, magari sotto la pressione orchestrata sui media.

Ancor meno indicato sembra il tempo delle elezioni, che è, poi, senza limite perché siamo sempre sotto scadenza del voto, come quello decisivo delle competizioni regionali in Emilia Romagna e Calabria.

Ma la questione dell’utero in affitto, che alcuni vogliono chiamare in maniera più tranquillizzante “gestazione per altri”, non è un tema di morale individuale perché ha a che fare con la mercificazione del corpo altrui. Ha sorpreso, perciò, in Italia la recente presa di posizione dell’Ufficio nuovi diritti della Cgil nazionale a favore della pratica dell’utero in affitto, in accordo con le associazione dei radicali “Certi diritti” e “Luca Coscioni”.

Dal sindacato di Landini, dopo certe riflessioni condivise a partire dal lavoro di Lucia Zanardo sul “corpo delle donne”, non si sarebbe aspettato un approccio “liberista” sul tema. Si spera che tale opzione non sia di natura dogmatica e “non negoziabile”, ma aperta a un dialogo autentico a partire dalle lavoratrici e lavoratori iscritti alla storica  confederazione sindacale di sinistra.

Le prime ad esprimere sconcerto davanti a tale asse Cgil radicali sono stata alcune femministe che in una lettera aperta con 150 firme, a partire Alessandra Bocchetti e Daniela Dioguardi, hanno chiesto: «L’immagine di una donna che affitta l’utero rientra nella missione di tutela del lavoro?».

Ovviamente la presentazione della proposta di legge sostenuta dall’ufficio “nuovi diritti” della Cgil usa concetti più familiari per certe orecchie come “maternità solidale”  ammettendo cioè solo il contratto gratuito di affitto dell’utero della donna per portare avanti la gravidanza di altri soggetti, coppie o single che siano. Ovviamente i costi della gestazione e del parto sarebbero a carico di chi fornisce l’embrione che è considerato, senza alcuna possibilità di contenzioso, genitore del frutto del concepimento. Di fatto è ciò che consentito da altre parti, prevalentemente a pagamento, così da promuovere una forma di turismo medico.

È probabile, e non da sottovalutare, che tale formulazione potrebbe attrarre anche certe sensibilità “buoniste” del cosiddetto mondo cattolico. Segno della debolezza di certe evidenze culturali e umane date per scontate.

Mentre alcuni intellettuali marxisti nel 2012 avevano già posto il problema promuovendo con un manifesto pubblico per invitare a riconoscere che «la manipolazione della vita, originata dagli sviluppi della tecnica e dalla violenza insita nei processi di globalizzazione in assenza di un nuovo ordinamento internazionale, ci pone di fronte a un’inedita emergenza antropologica. Essa ci appare la manifestazione più grave e al tempo stesso la radice più profonda della crisi della democrazia».

Si vede che certe riflessioni sono inattuali nel tempo della comunicazione breve ed emozionale, che non ha tempo di soffermarsi e di ragionare. Per di più in una sinistra in crisi di identità.

Ma il caso spagnolo, finché dura quel governo di coalizione, può aiutare a fare chiarezza, a livello nazionale e non solo, su una questione che chiama in causa la nostra umanità e la radice stessa della democrazia.

Bisogna avere il coraggio di attraversare quella “sottile linea rossa”, senza paura di perdere consensi e certezze di una presunta laicità che è, invece, indice di un cieco bigottismo.

Alcuni link per approfondire

Giudici e utero in affitto

La disponibilità del corpo

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