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Uscire dall’emergenza rom

Intervista a Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio

Anche l’Italia ha le sue baraccopoli. Il grande problema irrisolto riguarda la segregazione su base etnica di circa 25 mila persone della comunità rom. Un fenomeno di piccole dimensioni ma tale da generare, epicentro su Roma, periodicamente delle forti spaccature nella società. Ne abbiamo parlato con Carlo Stasolla, membro della Consulta per le migrazioni per la fondazione Migrantes, in seno alla Conferenza episcopale italiana, e presidente dell’Associazione 21 luglio, organizzazione indipendente che supporta comunità e individui in condizioni di segregazione estrema e di discriminazione.

Alla luce della sua esperienza trentennale, come valuta le politiche adottate nella gestione dei campi presenti nella Capitale?

Non vedo una forte discontinuità rispetto alle passate giunte capitoline. Attualmente esiste un piano che parte da un buon principio, ovvero il superamento dei campi e l’inclusione. Però poi nei fatti smentisce sé stesso, se pensiamo che la prima azione è stata lo sgombero di Camping River, nella zona di Prima Porta, che ha portato sì alla chiusura di un campo, ma all’allontanamento sulla strada di 300 persone. La seconda azione aveva lo scopo di creare un centro di raccolta (poi abbandonato, ndr) che dovevasorgere nel quartiere di Torre Maura. Se da una parte, dunque, si afferma di voler chiudere i campi, dall’altra assistiamo a sgomberi forzati e alla realizzazione di nuovi centri. È un ritornello che ascoltiamo da 20-30 anni nella città di Roma.

Si continua ad agire sull’ondadell’emergenza?

Sì. C’è sicuramente un approccio securitario, emergenziale. Le azioni di questa amministrazione assomigliano per molti aspetti al piano dell’allora sindaco Alemanno fondato sull’emergenza: militarizzazione dei campi e sgomberi forzati. Ad aprile abbiamo raggiunto il 21° sgombero dall’inizio del 2019. Una media altissima che non vedevamo da diversi anni. Non c’è capacità di promuovere realipercorsi di inclusione che portino le persone a inserirsi sul territorio.

Che tipo di clima si respira?

Registriamo un elevato numero di episodi di discriminazione e incitamenti all’odio nei confronti dei rom, spesso come effetto di certe politiche nazionali. Faccio un solo esempio: a seguito del decreto sicurezza, fra le 800 e le mille persone presenti in Italia da circa 20 o 30 anni, provenienti dalla ex Yugoslavia, perderanno il permesso di soggiorno umanitario a partire dalla seconda metà del 2019 e non potranno rinnovarlo. Cadranno, così, nell’invisibilità, saranno allontanate dall’inserimento, dai centri di accoglienza e perciò finiranno in strada.

Fra gli obiettivi del piano varato dalla sindaca Raggi, vi era quello di porre fine alla “mangiatoia”, l’utilizzo improprio di denaro pubblico che in passato, con connivenze politiche, aveva alimentato il sistema criminale di Mafia capitale…

Guardiamo ai fatti. Abbiamo un milione e mezzo di euro speso solamente per gli sgomberi lo scorso anno e un milione e 200 mila euro impiegati per realizzare un centro di raccolta. Quindi, se  in una prima fase si annunciava una discontinuità rispetto ai tempi passati, contrassegnati dalla criminalità, oggi c’è il rischio di ricostituire lo stesso humus che ha portato a creare Mafia capitale. Sembra di rivedere un film già visto.

La cronaca di Roma riporta, comunque, diversi episodi di delinquenza all’interno della comunità rom. È possibile bilanciare la tutela dell’ordine pubblico con il rispetto dei diritti umani?

La microcriminalità che esiste nei campi non è un fatto culturale, ma è dovuto alla marginalità. La stessa criminalità che c’è nei campi esiste nei quartieri delle grandi periferie estreme delle metropoli. Dove c’è marginalità, esclusione, povertà, c’è criminalità. L’unico modo per combatterla è prevenirla rimuovendo le cause. Non è con politiche repressive che si risolve un problema che riguarda non soltanto i rom ma ogni altra categoria umana. È inutile e dannoso tagliare i fondi per la povertà educativa o i soldi sulle periferie e contemporaneamente portare più agenti nelle periferie delle città. L’unica soluzione sta nell’avviare percorsi virtuosi, spendere risorse, programmare piani per eliminare queste sacche di povertà e marginalità che invece si vanno sempre più estendendo.

Come ci dice il gesto del giovane abitante di Torre Maura che ha invitato gli esponenti di Casa Pound a non alimentare la guerra fra poveri?

È un segnale importante. Oggi abbiamo una nuova generazione di quindicenni e sedicenni che in Italia e all’estero sembrano dire qualcosa di nuovo. È un messaggio allo stesso tempo estremamente negativo perché ci fa capire che solo dalla loro bocca resta ancora qualche flebile speranza e non da altri. Chiaramente queste espressioni fuori dal coro vanno sostenute e ascoltate perché sono voci di profezia che ci dicono qualcosa di diverso.

 

INCLUSIONE MANCATA

La Strategia Nazionale per l’Inclusione dei rom, varata nel 2012, è in gran parte inapplicata, ma si registrano tentativi di superamento del sistema dei campi in Sardegna e nei comuni di Moncalieri, Sesto Fiorentino, Lamezia Terme e Palermo. In Italia esistono 127 campi formali, presenti in 74 comuni, dove vivono 15 mila persone, più della metà sono minori, con una percentuale di cittadini italiani vicina al 45%. Negli insediamenti informali – solo a Roma quasi 300 – vivono circa 10 mila cittadini rumeni e, in minima parte, bulgari.

INVECE IN SARDEGNA

Già dagli anni ’80 del secolo scorso la situazione dei campi rom è all’attenzione delle amministrazioni comunali e della Chiesa. In particolare a Cagliari sono stati avviati diversi interventi per la scolarizzazione dei minori e l’emancipazione delle donne che hanno dato buoni frutti. Dal 2012 sono stati avviati progetti di inclusione con “Un abitare possibile”, permettendo alle famiglie rom di trovare degli appartamenti in città dove vivere. Roberto Comparetti

 

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