Una riforma contro la Costituzione

La Carta Fondamentale nasce dalla consapevolezza che, in una democrazia solida, le regole fondamentali non possono essere create o modificate a colpi di maggioranza. La scelta del governo Renzi modifica il volto della Repubblica. L'intervento dell'avvocato Pietro Adami dei Giuristi democratici
italicum

L'attuale governo, con l’appoggio di una maggioranza parlamentare ottenuta con una legge dichiarata incostituzionale, dopo avere fatto approvare la nuova legge elettorale (c.d. Italicum) a tappe forzate, con lo stesso sistema pretende di cambiare la Costituzione modificando profondamente il volto della Repubblica.

Con l’approvazione del DDL costituzionale, l’unica Camera dotata di rilevanti funzioni sarà la Camera dei Deputati.

Il Senato viene trasformato in una “assemblea delle autonomie” privata del potere di dare o togliere la fiducia al governo.

Il “nuovo” Senato sarà composto da consiglieri regionali e da sindaci, non eletti dal popolo ma designati dai rispettivi organi regionali, che manterranno il doppio incarico istituzionale.

La composizione del senato sarà soggetta a continue variazioni perché i senatori decadranno con i rispettivi consigli regionali o comunali.

Con questa composizione il Senato non voterà più le leggi ordinarie ma potrà votare le leggi di riforma costituzionale e altre poche leggi; sulle leggi ordinarie potrà proporre modifiche ai testi approvati dalla Camera, che tuttavia non saranno per questa vincolanti.

Il DDL costituzionale ridurrà anche l'autonomia legislativa delle Regioni, attribuendo allo Stato centrale il potere di decidere su temi fondamentali di rilevanza territoriale come la tutela dell’ambiente.

Inoltre con la riforma in discussione viene attribuito al Governo il potere di imporre al Parlamento tempi certi per l’approvazione di leggi che insindacabilmente ritiene importanti; potrà anche imporre la votazione senza un dibattito e senza la possibilità di apportare emendamenti.

 

Combinate con la nuova legge elettorale le modifiche costituzionali comportano lo stravolgimento della democrazia rappresentativa.

 

Nel nuovo sistema elettorale sono abolite le coalizioni.L’obiettivo del nuovo sistema – qualunque sia la partecipazione al voto e la dimensione reale del consenso ottenuto – è attribuire ad un unico partito la vittoria elettorale e il governo del Paese.

Si svolge un primo turno elettorale nel corso del quale alla lista che supera la soglia del 40% dei voti viene assegnato un premio di maggioranza (che consentirà di avere 340 deputati su 630, ovvero il 54%).

Se nessuna lista raggiunge il 40% al primo turno, si svolge un ballottaggio tra le due liste più votate, valido qualunque sia il numero dei votanti.

Chi vince il ballottaggio si aggiudica il premio di maggioranza (i 340 deputati di cui sopra), indipendentemente dalla percentuale di voti raggiunta.

Tutte le altre liste si ripartiscono 278 seggi sulla base delle rispettive percentuali di voti.

Gli effetti sono evidentemente discorsivi.

Si pensi a due partiti che raggiungono circa il 25% al primo turno, mentre tutti gli altri conseguono percentuali inferiori.

Al secondo turno l’elettore è costretto a votare uno di quei due partiti (a meno che non decida di stare a casa, ma il risultato non cambia): in ogni caso uno di essi vincerà le elezioni, si aggiudicherà il premio di maggioranza e potrà governare da solo.

Quindi il Paese sarà governato da un partito scelto, di base, dal 25% dei votanti ma – visto l'alto tasso di astensionismo – anche da una percentuale ancora più bassa degli aventi diritto al voto. 

Per capire quanto la regola democratica del governo della maggioranza possa venire profondamente lesa, si aggiunga che i partiti, che decidono le candidature, sono spesso in mano a gruppi ristretti.

 

Si vìola così la prima regola democratica, quella per cui: “il voto è personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48 Cost.), diretta espressione del fondamentale principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione.

E' ciò che si è tradotto con l'espressione ‘una testa, un voto’.

Ne discende che tutti i voti hanno uguale peso (voto eguale) e che vince le elezioni e governa chi ha più voti (visto che tutti i voti sono uguali).

Viceversa, con il sistema elettorale Italicum può governare chi ha ottenuto solo il 25% (o anche meno), senza curarsi del 75% dei cittadini che hanno scelto diversamente.

Un'altra regola democratica è quella per cui si dovrebbe poter votare per un partito di cui si ha fiducia: con il ballottaggio si istituzionalizza la regola del votare ‘il meno peggio’.

 

Viene poi profondamente distorto e sminuito il ruolo del Parlamento. Il Parlamento, nella tradizione democratica, è il luogo della rappresentanza, là dove l’intero popolo deve avere voce.

Il Governo ha bisogno della fiducia del Parlamento per governare, non per un vuoto formalismo o per un rito, ma perché il Parlamento, per quanto possibile, è lo specchio del Paese(anche quando questo non ci piace…).

Se il Governo gode della fiducia del Parlamento significa che è sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini, e dunque, almeno in astratto, dalla maggioranza del popolo.

E’ solo in questo che trova la legittimazione per governare e, se necessario, per imporre sacrifici al Paese.

Il Governo, in tal modo, deve cercare il consenso (almeno) della maggioranza popolare e non di una semplice minoranza organizzata.

La centralità del Parlamento – posta dai padri e dalle madri costituenti a presidio delle libertà dei cittadini – con queste due riforme verrebbe oggi drasticamente ridimensionata ed il Parlamento ridotto alla sola funzione di ratifica dei provvedimenti del Governo, nel quadro di una generale compressione del ruolo delle autonomie regionali e locali.

 

Il giudizio non può che essere negativo. La Costituzione del 1948 è il punto culminante della storia civile del nostro Paese.

Essa è il frutto della Resistenza e dell’incontro delle tre culture che vi diedero vita: cattolica, liberale e social-comunista.

La Carta Fondamentale nasce dalla consapevolezza che in una democrazia solida le regole fondamentali devono essere condivise, non possono essere create o modificate a colpi di maggioranza.Un assunto fondamentale che è oggi dimenticato.

Come abbiamo visto – a colpi di maggioranza – si ridimensiona la centralità del Parlamento quale istituzione rappresentativa della sovranità popolare; si alterano le garanzie del bilanciamento dei poteri; si realizza una inusitata concentrazione di poteri nelle mani dell’Esecutivo con un contestuale soffocamento delle autonomie regionali e locali.  

Se è vero che spetta al Governo sollecitare e indirizzare il processo legislativo, ciò deve avvenire attraverso il confronto con un Parlamento autorevole, unico luogo direttamente rappresentativo del popolo italiano.

L’attività legislativa, nel nostro impianto costituzionale, deve avvenire nel luogo della rappresentanza di tutto l’elettorato.

Se le leggi si decidono fuori dal Parlamento, questo significa che si discutono dove non vi è nessuna voce delle minoranze e delle opposizioni.

Nell'attuale congiuntura politica, l’ascolto delle istanze altrui viene vissuto come fastidio e perdita di tempo: ciò forse rende più veloce il processo, ma non certo migliori le leggi.

La legge dovrebbe durare oltre lo spazio di una legislatura e dovrebbe comporre e tenere presenti gli interessi di tutti: soltanto attraverso un attento confronto tra le diverse parti sociali e politiche, nella sede naturale del Parlamento, la legge – meglio ponderata – diviene espressione della sovranità popolare.

Una democrazia non si giudica dai poteri che attribuisce al governo, ma dalla tutela del pluralismo e dalla rilevanza data ai diritti sociali ed alla voce delle minoranze. Salvaguardare la democrazia oggi, è garantire la propria libera voce domani.

Si pensi ad un’estemporanea vittoria elettorale di partiti autoritari.

Abbiamo già vissuto anni difficili sotto il berlusconismo: per questo è veramente irresponsabile attribuire al prossimo governo poteri quasi illimitati.

L'autore, avvocato Pietro Adami, è uno degli esponenti dell'associazione dei Giuristi Democratici

che è tra i promotori del Coordinamento Democrazia Costituzionale

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NOTA PER REFERENDUM

 

Questo articolo esprime l’opinione personale di chi lo ha scritto. Città Nuova ha deciso di dare spazio ad un dialogo aperto ed esigente tra i sostenitori del SI e del NO in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre secondo il criterio espresso in questi articoli.

http://www.cittanuova.it/c/458365/Divisi_verso_il_referendum_Appello_ad_un_voto_consapevole.html

http://www.cittanuova.it/c/458287/Il_referendum_alle_porte_Continuiamo_il_confronto.html

Ascoltando l’invito all’unità del Paese come espresso dal Movimento politico per l’unità in Italia

http://www.cittanuova.it/c/457053/Referendum_No_allo_scontro_tra_guelfi_e_ghibellini.html

 

Ovviamente anche le interviste rientrano fisiologicamente nella finalità di offrire un approfondimento nell’ascolto delle ragioni del SI e del NO.

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