Una manovra azzardata

La nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza varato dal governo contiene delle serie incognite, mentre la flat tax annunciata provocherà solo ulteriori danni. Occorre puntare invece su un ministero delle Finanze europeo che possa investire in infrastrutture senza gravare sui debiti pubblici nazionali. Un commento.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Volendo semplificare, i principali obiettivi della manovra economica per il 2019 sono un aiuto immediato per i molti poveri del Paese e la ricerca di vie per procurare un lavoro stabile ai tanti giovani disoccupati, in modo che essi possano programmare un futuro sereno per le loro famiglie ed in particolare per quei figli di cui l’Italia ha una drammatica necessità.

Per creare nuovo lavoro la manovra adotta la strada sbrigativa del mettere a disposizione dei giovani i posti di lavoro lasciati liberi da 400mila lavoratori messi in pensione anticipata. Una soluzione antistorica e molto costosa, perché non solo servono risorse per le nuove pensioni in più, ma nel bilancio Inps verranno a  mancare anche quelle dei rispettivi contribuiti pensionistici, di importo equivalente alla pensione netta, visto che quelli dell’eventuale nuovo lavoratore – se non annullati da preesistenti  incentivi – sarebbero comunque nettamente inferiori, anche perché non tutti i posti di lavoro si manterranno.

Un posto ottenuto prepensionando un lavoratore costerà alla comunità molto di più del costo diretto del nuovo assunto sarebbe meglio per lo Stato spendere per far lavorare entrambi.

Il reddito di cittadinanza è esteso ad una platea più vasta dei giovani disoccupati: per le famiglie in difficoltà era già previsto il reddito di inclusione, la nuova soluzione sarebbe  orientata al lavoro, col potenziamento dei Centri per l’Impiego e condizionata al non rifiuto di tre lavori proposti: potenziare quei Centri è un modo per creare dei posti di lavoro per servizi di prossimità, ed il “reddito” potrebbe trasformarsi in una vera occupazione se comportasse l’obbligo di frequenza giornaliero a corsi professionali per acquisire nuove competenze, o a servizi sociali presso istituzioni o associazioni della società civile.

La via per incoraggiare l’aumento dei posti di lavoro seguita dai governi precedenti, obbligati dalla concretezza del governare ad evitare soluzioni fantasiose, era stata quella di ridurre gli oneri fiscali sul costo del lavoro ed applicare ai nuovi lavoratori delle aziende medio grandi il minor livello di tutela del posto di lavoro utilizzato nelle aziende di piccola dimensione, molto diffuse in Italia, proprio per i minori vincoli nella gestione del personale.

Si era così stabilizzato il debito pubblico, ci si era avviati ad una riduzione della disoccupazione e si era tornati ad un pur modesto sviluppo, ma i risultati delle ultime elezioni hanno dimostrato che troppi italiani erano stati abbandonati nelle loro difficoltà: in democrazia il voto degli elettori non può essere ignorato, anche quando può sembrare motivato da pulsioni irrazionali.

La manovra inoltre rispolvera la “Flat Tax”, una imposta con percentuale uguale per tutti, il mito in auge quaranta anni fa ai tempi di Ronald Reagan, (la teoria del lato dell’offerta, la Curva di Laffer), secondo cui si può creare nuovo lavoro eliminando la progressività delle imposte sui redditi: la sua applicazione di allora ha creato grandi debiti, da cui gli Stati Uniti sono usciti emettendo, loro lo possono fare, più buoni del tesoro; essa aveva avuto grandi riflessi negativi sulla economia mondiale, ingigantendo i debiti del terzo mondo: questa strada è a vantaggio di chi ha alti redditi, accresce il divario tra ricchi e poveri e produrrebbe inevitabilmente un aumento del debito che l’Italia non si può permettere.

Il nuovo governo italiano si deve adesso confrontare con la concretezza del governare, ed il deficit proposto nella manovra caricherebbe sul Paese il costo aggiuntivo del maggior rischio avvertito da chi ci finanzia dall’estero, che finora si fidava dell’impegno dell’Italia ad un sostanziale pareggio di bilancio. Per dare un maggiore slancio alla lotta alla disoccupazione giovanile senza fare ulteriori debiti, l’Italia ha bisogno di altre soluzioni, che facciano tornare nelle famiglie italiane  la speranza di un futuro migliore del passato, motore fondamentale per lo sviluppo economico.

A me sembrerebbe molto saggio, delle varie misure del governo, abbandonare quella dei prepensionamenti, magari utilizzando parte delle risorse risparmiate per ridurre le tasse sul lavoro e incentivare le assunzioni a tempo indeterminato di giovani.

Una soluzione più radicale per l’Italia potrebbe venire da quella Comunità europea oggi da alcuni considerata la prima colpevole della situazione: in tempi brevi, resi più urgenti dalle incertezze alla sua stabilità dovute al governo dell’Italia, uno dei suoi tre grandi Paesi fondatori, essa dovrebbe decidere di nominare un Ministro delle Finanze Europeo, a cui la Banca Centrale Europea potrebbe affidare risorse monetarie da spendere per finanziare investimenti in infrastrutture delle nazioni che hanno come moneta l’euro, senza che esse debbano aumentare il loro debito. Per rendere tutto ciò possibile, la Comunità europea dovrebbe assegnare alla sua banca centrale i poteri che hanno le altre banche federali (americana, cinese, giapponese, inglese ecc.), e cioè quelli di poter creare dal nulla le proprie risorse iniziali, poi da incrementare con la tassazione delle multinazionali che oggi eludono le imposte trasferendo i guadagni nei paradisi fiscali.

Così, senza accrescere i debiti dei singoli Paesi, verrebbero trovate le risorse per nuovi investimenti per la manutenzione di vie di comunicazione di vario tipo, trascurata in tutti i Paesi europei, anche i più ricchi. Il crollo del ponte Morandi a Genova ha drammaticamente ricordato agli ingegneri che tutte le costruzioni in cemento armato hanno un tempo di vita limitato; non va poi dimenticato che l’aumento del livello dei mari a seguito dello scioglimento dei ghiacci polari per il cambiamento climatico impone grandi investimenti anche nel Nord Europa, come l’innalzamento delle dighe di contenimento marine in Olanda.

Permettere alla banca centrale di autofinanziarsi significherebbe, all’inizio, una maggiore disponibilità di moneta, con riflessi positivi sui prezzi all’estero delle esportazioni europee per il minor tasso di cambio dell’euro, poi riequilibrata dall’aumento degli scambi economici e dalla conseguente riduzione nel tempo dei debiti degli Stati europei.

Questo grande programma di investimenti per le infrastrutture europee certamente creerebbe in Europa nuovi posti di lavoro, ed ancor di più ne creerebbe un programma di investimenti che l’Europa potrebbe varare per la industrializzazione dei Paesi africani, iniziando con il potenziamento di scuole, università, ospedali, centri di ricerca ed autostrade informatiche per i loro giovani. Tutti investimenti che verrebbero effettuati con attrezzature e competenze dei paesi della Comunità. Un piano simile verso l’Africa è già fortemente in attuazione da parte della Cina.

 

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