Un sistema di integrazione

L’ondata migratoria verso l’Europa non cessa. E pone con urgenza la ricerca di una soluzione comune da parte dell’Unione in merito ai richiedenti asilo. A riguardo, nel libro "Immigrazione" di Raffaella Cosentino, Michele Zanzucchi intervista Daniela Pompei, docente di Scienze sociali all’Università di Roma Tre, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati. Riportiamo qui tre domande.
Immigrazione di Raffaella Cosentino - Città Nuova

Che idea si è fatta dell’attuale ondata migratoria? È frenabile o si può solo regolarla?

Daniela Pompei: Ci sono dei fattori che stanno portando la sua crescita a livelli esponenziali. Su questi l’Unione europea e gli altri Stati coinvolti dovrebbero inter­venire. Parliamo principalmente della guerra, della Siria, di cui tanto si parla, ma anche dell’Eritrea, un popolo che da oltre trent’anni scappa dal proprio Paese, pur non essendo formalmente in guerra. Sicuramente il fenomeno della migrazione è una sfida epocale che richiederebbe ai Paesi europei un approccio diverso da quello avuto fino ad ora.

 

L’emergenza dell’agosto 2015 ha creato un enorme problema all’Europa che non riesce ad avere una politica comune. Sembra che anche l’accordo con la Turchia vada a tamponare falle senza risolvere in realtà nessun problema…

Daniela Pompei: Sì, è così. Per tanti anni l’Europa faticosa­mente si è messa d’accordo giuridicamente su co­loro che arrivano in qualsiasi modo in Europa. Ma non ha mai avuto il coraggio di affrontare insieme il nodo principale, cioè quello di creare delle vie di ingresso regolari nei Paesi dell’Unione di persone richiedenti asilo, strutturando così un sistema eu­ropeo di ingressi. Non si può affrontare più questa sfida in ordine sparso. C’è di fondo una mancanza di fiducia reciproca tra Paesi, ma per quello che sta avvenendo non si può non stare insieme.

 

Il sistema di schedatura all’arrivo in un Paese della UE le sembra adeguato all’attuale emergenza?

Daniela Pompei: No, bisogna cominciare a lavorare al di là dei confini europei, bisogna andare nei Paesi di tran­sito. Gli USA, il Canada o altri Paesi che sono stati “fondati” sull’immigrazione hanno creato un sistema che partiva dai Paesi di origine dell’on­data o quelli limitrofi. Dublino non è più suffi­ciente: lo sanno in particolare l’Italia e la Grecia che sono più vicini al Nord Africa. La Grecia l’anno scorso ha avuto 800.000 sbarchi: un Paese così piccolo può ospitare tutte queste persone e rispettare allo stesso modo l’accordo di Dublino allo stesso modo di Paesi molto più lontani dal Mediterraneo? In alcuni Paesi sono sì stati in­viati ufficiali di polizia di frontiera di altri Paesi dell’UE, ma in misura non sufficiente. È molto complicato evitare i cosiddetti movimenti secon­dari, il fatto cioè che da un Paese l’immigrato si sposti in un altro Paese, anche perché i profughi hanno l’idea che, entrati in Europa, vige la libe­ra circolazione. Per regolare questi spostamenti c’è bisogno di un sistema che parta anche dalle ambasciate dei Paesi di transito: l’UE potrebbe creare un’agenzia dell’immigrazione che si rechi in anticipo in alcuni Paesi, ragionando anche su un sistema di quote.

               Dal dossier Immigrazione di Raffaella Cosentino (Città Nuova, 2016), pp. 90, € 8,00

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