Un mosaico contro la guerra

Il restauro della “Battaglia di Alessandro”, capolavoro iconico pompeiano, ripropone al di là del suo intento celebrativo i nefasti effetti di ogni conflitto apportatore di morte e distruzione fra tutti gli esseri viventi
Mosaico Battaglia di Alessandro Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=23752160

Può un’opera d’arte, destinata a celebrare la vittoria di un grande della storia, trasformarsi in una sorta di manifesto contro la guerra, oltre forse le stesse intenzioni dell’artista che la concepì? È la domanda che mi viene spontanea davanti al più famoso mosaico pervenutoci dall’antichità classica: quella Battaglia di Alessandro che al suo apparire venne salutata da Goethe come «una meraviglia dell’arte» e oggi costituisce uno dei tesori del Museo Archeologico di Napoli (MANN), dove attualmente è oggetto di un complesso restauro che la tecnologia e le piattaforme digitali consentono ai visitatori di seguire passo dopo passo, in una sorta di “cantiere trasparente”.

Com’è noto, questo “tappeto” di un milione e mezzo di tessere disposte su una superficie di dimensioni eccezionali (metri 5,82 per 3,13) ornava una esedra della cosiddetta Casa del Fauno, la più fastosa dimora privata dell’antica Pompei, dove fu rinvenuto nel 1831. Esso riproduce un dipinto purtroppo perduto per il quale si sono fatti i nomi di Filosseno di Eretria e addirittura di Apelle, il più eccelso pittore dell’antichità classica, che fu attivo alla corte di Filippo il Macedone, del figlio Alessandro Magno (seguendolo, fra l’altro, nelle sue imprese) e dei suoi successori.

Il soggetto immortalato è la vittoria di Alessandro su Dario III, re dei persiani. Incerti, gli studiosi, sul luogo della battaglia che si è voluto rappresentare: se quella a Isso del 333. a C. o la successiva a Gaugamela del 331. A meno che l’artista non abbia voluto riunire elementi dell’una e dell’altra in un’unica scena. Nel grande mosaico assistiamo al momento più drammatico dello scontro tra i due eserciti, quando, dopo un’iniziale disfatta, Alessandro, irrompendo da sinistra di chi guarda sul cavallo Bucefalo alla testa dei suoi cavalieri scelti, travolge le schiere persiane costringendo il re Dario ad una precipitosa ritirata.

Poteva bastare raffigurare l’irresistibile riscossa del Macedone e l’umiliante fuga del suo avversario: sennonché, all’interno di una descrizione che sembra tradire l’esperienza diretta o, comunque, commentare particolare dopo particolare il resoconto della battaglia fatto da Plutarco e da altri storici dell’antichità, l’artista ha voluto inserire due episodi che rendono con estrema crudezza i nefasti effetti del demone della guerra.

Nel primo, viene colto l’attimo in cui un guerriero indiano, un fedelissimo di Dario, viene trafitto dalla sarissa (lunga asta) destinata al sovrano e scivola dal cavallo stramazzato in avanti. Dal suo carro da guerra il re persiano assiste impietrito al sacrificio dell’amico e in un gesto di angosciosa impotenza si protende verso di lui.

Intanto l’auriga, preso dal panico, alza la frusta pretendendo un varco e imprime una violenta sterzata al cocchio, che sembra balzare in diagonale fuori dal quadro, ma durante la manovra travolge anche alcuni compagni. Caduto sotto la ruota destra, un mercenario greco fa appena in tempo a vedere riflessa sul proprio scudo la sua stessa immagine: è il secondo episodio cui accennavo, forse ancora più sconvolgente dell’altro. Cosa può esserci di più atroce, infatti, del dover assistere alla propria morte?

Un accenno almeno va fatto alle mirabili figure dei cavalli, veri coprotagonisti della grandiosa scena: ripresi nei più arditi scorci, raffigurati perfino con maggiore abilità degli stessi personaggi umani, sono loro soprattutto, mostrando il bianco degli occhi dilatati dal terrore, a esprimere la concitazione del momento: gli unici a guardare “fuori” del quadro, quasi a cercare la partecipazione di chi osserva, accomunati agli uomini nella stessa tragedia – antica quanto il mondo – da cui neanche la natura è risparmiata, come la stessa ambientazione sembra suggerire.

Infatti dalla mischia di uomini e animali – una scena che avrebbe fatto l’invidia del Leonardo della Battaglia di Anghiari – emerge il tronco disseccato di un albero su uno sfondo irto di lance: innaturale sostituto di ciò che ci si aspetterebbe in una verde pianura.

Neppure nella fascia inferiore del mosaico, negli spazi liberi da caduti e gruppi di combattenti, appare qualche segno di vita vegetale (eliminata in precedenza per agevolare la manovra dei carri falcati), ma solo spade e lance contorte sono disseminate al suolo. Veramente, dovunque passa, la guerra lascia un deserto. Ed è questo, mi sembra, il messaggio sotteso alla Battaglia di Alessandro; messaggio che a noi, uomini del XXI secolo, risulta purtroppo, nell’ora presente, di stringente attualità.

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