Un calcio alla miseria

In Ecuador, a Fundación Amiga, il riscatto sociale passa per il calcio e per la scuola.
Spert calcio
Una risata aperta e contagiosa illumina il suo volto dalla pelle nera come il carbone. Padre Silvino lo conoscono tutti ad Esmeraldas, la città dell’Ecuador, in maggioranza afro adagiata sulla costa del Pacifico. Lo conoscono, e lo amano, soprattutto i più poveri, quelli che vivono a la Isla Bonita, al Pampon, al Puerto Limon, i quartieri di fatiscenti baracche di bambù, cartone e lamiera, dove la miseria, non solo materiale, l’alcol, la droga, la criminalità affliggono la gente, primi fra tutti i bambini, tantissimi, che a frotte, dalla mattina alla sera, corrono per i vicoli, giocano, gridano, ma soprattutto cercano incessantemente qualcosa da mettere sotto i denti. Da tempo, padre Silvino spende la sua esistenza per loro.

 

Il rio dei trafficanti

 

È nato a Santa Maria de Cayapas, un minuscolo villaggio di contadini e pescatori che si incontra, non esistono strade, solo risalendo in canoa per due ore il Rio Cayapas: il fiume è una delle vie preferite dai trafficanti per portare la droga dalla Colombia al mare e da qui negli Usa anche grazie, è così, a potenti sottomarini. Nel ’98 ha raccolto i primi bambini dalla strada attirandoli, grazie al gioco del pallone, lontano dalle miserie e dalle bande criminali di ragazzi, le famigerate “pandillas”.

Da allora di strada ne è stata fatta molta: centinaia di ragazzi hanno frequentato la scuola calcio, alcuni si sono persi, alcuni hanno potuto mettere a frutto il loro talento, come Carlos Tenorio, oggi professionista negli Emirati Arabi, che è stato simbolo della Nazionale di calcio dell’Ecuador e che, appena può, passa a trovare i ragazzi di padre Silvino per i quali è un mito. Ma sono ancora di più i ragazzi che hanno trovato, passando per il calcio, un luogo di istruzione e formazione professionale.

Negli anni, infatti, è sorta Fundación Amìga, dapprima con due laboratori di avviamento al lavoro, per gli uomini un mestiere e di sartoria per ragazze madri, e poi, nel 2006, con un progetto di educazione integrale: una scuola che accoglie bambini e ragazzi dai 3 ai 19 anni (oggi 750) con un indirizzo tecnico e sportivo. «Essa offre anche a questi bambini – spiega padre Silvino – l’unico pasto sostanzioso al giorno, vaccinazioni e cure mediche, educazione alla salute e prevenzione dell’Aids, conoscenza della cultura e delle tradizioni della gente afro. Ma prima di tutto garantiamo loro un luogo di riscoperta della dignità umana e di relazioni positive, cose fondamentali per ragazzi che vivono senza una famiglia, nella miseria materiale e spirituale, costretti a rubare per sopravvivere, risucchiati in un vortice di violenza quotidiana».

 

Cultura della sconfitta

 

Per questo, mi spiega, la scuola è fra le più belle della città («la povertà sanno già cos’è…»), pulita, decorosa, con insegnanti preparati e disposti a prendere uno stipendio più basso dei colleghi pur di insegnare lì. Anche alcuni degli insegnanti hanno patito situazioni difficili, ma Silvino li ha saputi valorizzare, ha creduto in loro, senza riserve, ed ora, guidati da Alberto, giovane intraprendente rettore, sono protagonisti attivi di un progetto condiviso di riscatto sociale.

Il 90 per cento dei posti, per regolamento, è riservato a ragazzi che non possono pagare la retta e che frequentano grazie ad aiuti nazionali ed internazionali. La divisa scolastica non testimonia spirito militaresco: rende semplicemente tutti uguali per non umiliare chi è più povero. Qui si impara a leggere e scrivere, si apprende l’inglese e l’uso del computer, si fa sport (vincono tutti i tornei sportivi cittadini), si apprende un mestiere (carpenteria, falegnameria, sartoria, produzione di marmellate, lavori artigianali), si impara a suonare la marimba e a conoscere i poeti della cultura afro. E fra le materie c’è persino “cultura della sconfitta, per una nuova cultura della vittoria”, ovvero sapere perdere per saper vincere, una materia che, proposta in ordine alle finalità educative dello sport, aiuta anche a vivere e superare le difficoltà quotidiane.

 

Sollevare pesi per guadagnarsi il pane

 

Qui le persone di colore non sono solo di rara bellezza, ma nascono dotate di un particolare talento fisico, al punto che Esmeraldas, terra sconosciuta (fino a 50 anni fa non c’era via di collegamento con la capitale), è oggi “vivaio” naturale dei talenti sportivi del Paese. Come Seledina Nieves, che incontriamo alla Fundación e che nel sollevamento pesi è campionessa panamericana e sesta nella graduatoria mondiale grazie alle sue alzate di 150 chili. «Ho 32 anni – racconta con calore – e lo sport ha rappresentato e rappresenta molto per me. Grazie allo sport ho potuto uscire dalla povertà, girare il mondo, dare una casa alle mie due figlie gemelle che oggi hanno 15 anni».

 

Lo scorso anno è stata premiata come atleta dell’anno in Ecuador, ma il posto dove si allena ancora oggi è lo squallido sottoscala dello stadio della città, una topaia umida e sporca, con panche di legno scheggiate, bilancieri arrugginiti e pesi con il rivestimento in gomma strappato da tempo. «Devo molto alla mia famiglia, che ha creduto in me e mi ha aiutato, che mi dato la possibilità di allenarmi senza nemmeno immaginare a che livello sarei potuta arrivare. Vedermi gareggiare alle Olimpiadi li ha ripagati: ora voglio prepararmi bene per Londra 2012».

 

Il fisico scultoreo invita a chiedere se sia possibile gareggiare ad alti livelli senza ricorrere al doping. Seledina si accende: «Se volete qualcuno che giri il mondo a testimoniare che si possono raggiungere grandi risultati solo con la fatica e l’allenamento, io sono pronta! Vorrei che tanti giovani potessero avere la conferma che è possibile». Le guardo le mani, screpolate e callose. Sorride: «Le mie figlie vorrebbero che smettessi perché non possono vedere la loro mamma tornare a casa con le mani insanguinate, ma io mi guadagno da vivere così. Ne sono orgogliosa e in fondo, lo so, lo sono anche loro».

 

Le fanno corona altri appassionati di sport che oggi insegnano alla Fundación, come Rosa, un passato da centometrista: «Ho sempre amato lo sport, perché grazie allo sport ho potuto fare ciò che ho sempre desiderato, fin da bambina: studiare!». O come Emilio, allenatore della scuola calcio: «Il calcio è qui uno strumento importantissimo per i ragazzi: non dà loro solo l’illusione di diventare un giorno dei campioni ed uscire dalla miseria, ma li aiuta ad essere qualcuno, a confrontarsi, a rispettarsi, a crescere insieme».

 

Con Sportmeet

 

Grazie allo sport, la Fundación è stata scelta dalla Corporaciòn Andina de Fomento, banca per lo sviluppo dei popoli andini, e dall’Onu, come progetto pilota pluriennale per l’Ecuador nel campo dello sviluppo attraverso lo sport. Autentico vulcanico motore di questo progetto, come di altri a Fundación Amìga, è Catalina Lopez, brillante studiosa ecuadoriana: «Lo sport educativo è uno degli strumenti più adatti per lo sviluppo umano e per l’incontro positivo fra le culture. Parteciperanno al progetto, accanto a dieci docenti della Fondazione, altri sessanta insegnanti da tutto l’Ecuador: bianchi, neri, meticci, indigeni delle diverse etnie delle Ande ecuadoriane.

«Sportmeet, espressione nel mondo dello sport del Movimento dei focolari, sarà la nostra agenzia culturale di riferimento e i frutti di questo progetto saranno presentati in occasione dei Mondiali di calcio in Brasile nel 2014, accanto a quelli degli altri Paesi andini».

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