Un anno tra tasse ed equità

Varata la manovra, il governo Monti è atteso alla prova delle liberalizzazioni e dell’evasione fiscale.
Napolitano e Monti
Il nuovo anno si apre con insolite certezze, quelle della crisi che lo accompagnerà per tutto il tempo. I conti nelle tasche delle famiglie italiane dicono che le spese destinate a risollevare il bilancio dello Stato aumenteranno, mentre i salari non cresceranno e l’economia in recessione preannuncia ulteriori impoverimenti. Insomma, ci sarà pure lo scollamento tra politica e cittadini, ma il portafoglio che si alleggerisce ci fa invece riscoprire il nesso tra le due realtà.

 

E la scoperta agita sentimenti che si tingono persino di rabbia nei confronti della classe politica e del governo. Dare corso alla protesta, del resto, è quanto hanno subito fatto le organizzazioni sindacali all’indomani della manovra e delle sue amare medicine. Ma la protesta, purtroppo, non può bastare. Pur senza scivolare nel catastrofismo, oramai abbiamo aperto gli occhi sulla reale situazione del Paese, bersaglio di attacchi dall’esterno e vittima negli anni di immobilismi, di varia natura, dall’interno.

 

Quando arriva il momento della prova, però, può arrivare anche quello della grandezza. Le risorse di un popolo non sono solo quelle materiali, sono anzitutto quelle morali.

E se pagare le tasse non sarà bellissimo, è però un’espressione dell’essere comunità; cerchiamo anche di sentirlo. Le subiremo meno. È vero, è ancora acceso il dibattito attorno alla poca equità della manovra di fine 2011, elemento che ha reso ancora più amaro il boccone. Ma, anche qui, bisognerebbe ascoltarsi e capirsi: probabilmente infatti la parola “equità” si riempie di significati diversi a seconda di chi la pronuncia. Mentre, ad esempio, per i sindacati e per qualche forza politica assicurare l’equità vuol dire soprattutto distribuire il carico dei tributi e dei sacrifici in maniera diseguale a seconda della capacità fiscale di ognuno (quindi: chi ha di più paghi di più!), per il presidente Monti e per il suo governo, sinora, ha voluto dire soprattutto il ripristino di un minimo di parità tra generazioni.

 

Un significato afferrabile solo se disteso nel tempo e con occhio attento ai destini di figli e nipoti (ecco la durezza della riforma delle pensioni). Pertanto Monti ha continuato a difendere le proprie scelte e a definirle “eque”, scontrandosi con chi, pensando ai tartassati contemporanei, di equità ne ha trovata troppo poca.

 

Potevano essere perseguiti entrambi questi obiettivi? Facile rispondere di sì. Sappiamo di trovarci con un governo “di competenti” non eletti, in una situazione eccezionale, sì, ma non antidemocratica, come ha ribadito il presidente Napolitano nei discorsi di fine anno. In questa situazione il Parlamento assume una posizione centrale per consentire alla politica di mantenersi al timone e ispirare i valori di fondo dei provvedimenti. Da questo punto di vista l’approvazione della manovra, benché con voto di fiducia, ha costituito un primo banco di prova.

 

Com’è andata, lo sappiamo. Il giudizio può essere positivo sotto la specie della responsabilità dimostrata: Pdl, Pd e Terzo polo hanno confermato l’appoggio al governo, pur con qualche defezione di troppo. Per quanto riguarda i contenuti, invece, sono emerse luci e ombre. Luci perché si è riusciti almeno a correggere quegli aspetti eccessivamente duri che avevano messo in crisi persino il ministro Fornero che li aveva varati, in particolare la soglia per la rivalutazione Istat delle pensioni più basse, portata a 1.400 euro. Ombre, e tante, sulle liberalizzazioni, sulle quali il governo ha dovuto fare marcia indietro: dai taxi alle farmacie, alle professioni. Come sempre. Rimangono un punto dolente della nostra politica, incline ad amministrare il consenso più che a governare situazioni.

 

Eppure, anche per questo tipo di regole è in gioco la parola equità. “Liberalizzare”, infatti, in certi casi vuol dire eliminare privilegi, rompere caste chiuse, aumentare la concorrenza e dare così a più persone la chance di un lavoro. Le resistenze sono fisiologiche, ma il Parlamento dovrebbe agire per superarle, invece di esserne l’espressione più tenace.

Il governo, comunque, ha affermato di non voler mollare. Ce lo auguriamo. Perché è una delle prove a cui è chiamato. Così come ci auguriamo che non molli sul fronte della lotta all’evasione fiscale, prima condizione per sperare nell’equità. Senza magari una caccia all’uomo; piuttosto, come risultato di nuove regole, giuste, che portino tutti a contribuire al bene comune.

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