Ucciso il capo indigeno Waiapi

Il piccolissimo popolo amazzonico dà fastidio ai cercatori illegali di diamanti. “L’Amazzonia è nostra”, ripete il presidente Bolsonaro rispondendo alle critiche del mondo intero
Una donna Waiapi

Avevamo appena gioito per una sentenza a favore del popolo amazzonico Waorani, quando è arrivato un nuovo e feroce attacco contro un altro piccolissimo popolo indigeno (circa un migliaio di persone) da parte dei “garimpeiros”, i cercatori illegali di oro e diamanti. Ma andiamo con ordine: lo scorso 11 luglio la Corte di giustizia della provincia ecuadoriana di Pastaza, nel nord-est dell’Ecuador, ha confermato una precedente sentenza di un tribunale inferiore, che aveva accolto la denuncia fatta a febbraio da sedici comunità Waorani. Come avevamo già sottolineato su queste pagine, la richiesta da parte degli indigeni era quella di impedire alle compagnie petrolifere di impossessarsi di 180 mila ettari della loro regione amazzonica, parte del loro habitat ancestrale. E finora ci sono riusciti, anche se il Ministero dell’energia e delle risorse naturali non rinnovabili non si è dato per vinto e sembra deciso ad appellarsi ancora contro la sentenza.

Ora, da un altro fronte, nello stato di Amapà, nella parte brasiliana dell’Amazzonia, arriva la notizia dell’omicidio, lo scorso 24 luglio, del capo indigeno dell’etnia Waiapi, Emyra Waiapi (68 anni), per mano di presunti cercatori illegali d’oro. Secondo la denuncia fatta dagli stessi indigeni, i “garimpeiros”, ma anche altri cercatori illegali di minerali preziosi, sono muniti di armi da fuoco pesanti. Gli indigeni sono costretti a fuggire in barca o con veicoli improvvisati per non essere sterminati da uomini accecati da interessi di guadagno.

La politica dell’attuale governo brasiliano certamente non aiuta, anzi. Il presidente del Brasile ha più volte espresso (già in campagna elettorale) la sua contrarietà all’esistenza di territori protetti, da lui ritenuti un intralcio allo sfruttamento delle risorse, a scapito non solo di chi da secoli abita queste terre, ma anche del principale “polmone” del pianeta. Il presidente brasiliano si è difeso dai forti richiami degli organismi internazionali, come l’ONU e Michelle Bachelet, Alto commissario per i diritti umani della stessa istituzione, sostenendo che “l’Amazzonia è nostra” e che “sono false le statistiche” circa lo sfruttamento di quel prezioso territorio.

Secondo l’Agenzia nazionale che si occupa di deforestazione, nei sette mesi dell’attuale governo la Foresta amazzonica ha perso 3.444 chilometri quadrati di alberi. Tpi news, dal canto suo, denuncia la perdita di 739 chilometri quadrati nel solo mese di maggio, “il dato peggiore negli ultimi 10 anni, equivalenti a due campi di calcio al minuto”.

Come si sa, la popolazione indigena è stata in gran parte uccisa ai tempi della colonizzazione delle Americhe, passando da una popolazione pre-colombiana stimata in milioni di abitanti a sole 100 mila persone negli anni Ottanta: uno dei maggiori genocidi della storia, che sembra ancora non finire.

Bisognerà scommettere e sperare in governi illuminati che, anziché puntare sul progresso economico mediante lo sfruttamento irresponsabile delle risorse (in questo caso minerali), considerino prima i devastanti e irreversibili effetti ambientali e, di conseguenza, abbiano il coraggio e la lungimiranza di cambiare rotta. Non solo per evitare lo sterminio in corso dei popoli amazzoni, ma per evitare il suicidio stesso dell’umanità.

 

 

 

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