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Tutti a Cannes 2019

L’invasione degli autori alla Croisette per la 72a edizione (14 – 25 maggio) del Festival è un dato di fatto. Sarà certo contento il presidente della giuria, il regista premio Oscar messicano Alejandro Inarritu.
Alain Delon

Ha iniziato Jim Jarmusch con un horror che ha divertito il pubblico anziché annoiarlo o terrorizzarlo con la sua storia di zombi, prova che ormai siamo abituati a tutto. Del resto il film è una favola surreale che ironizza sull’America di oggi, illusa del suo fascino un po’ invecchiato, perché ne I morti non muoiono –questo il titolo – talenti come Adam Driver, Tilda Swinton e Steve Buscemi (per far qualche nome) irridono gli States e le manie americane di gloria con una lucidità chiaramente anti-Trump.

È poi arrivato il momento delle (auto) biografie. Un pimpante Almòdovar ha presentato il suo attore-feticcio Antonio Banderas come alter ego in Dolor y gloria, autentica biografia personale del regista, 69 anni. Un film malinconico (anche Banderas è reduce da un infarto), dolorosamente dolce, dove l’attore, 58 anni, impersona un regista malato, depresso, inattivo, che arriva all’eroina per non soffrire, incontra un vecchio amore – ma ormai non  è più  il momento –, rivive il rapporto agrodolce con la madre (la parte forse più bella del film).Soprattutto rivive l’infanzia, povera ma aperta alla meraviglia: la scena dei fuochi artificiali, del cielo, dello studio, della ribellione e anche dell’incantamento sensuale. È un Almodòvar senza i soliti vezzi, più pacato e lento, che riflette sula vita, il dolore, la gloria che stordisce e poi passa, la durezza dell’inattività. Il ricordo come nostalgia di affetti, di creatività.

È la trama di un racconto dove i colori pastello sono meno forti, la luce meno chiassosa, i dialoghi sobri e incisivi. Recitato da un cast in stato di grazia: Banderas e poi Penèlope Cruz, che ricorda Sophia Loren. Il film celebra il passato come momento di riflessione e di ripartenza a fare cinema – il motivo di vita del regista, già più volte malato riandando alla madre e al primo amore come illuminazione. Film purificato dai lustrini, di poesia, tra i migliori del regista.

Anche Elton John si concede all’ autobiografia in Rocketman cui racconta l’incredibile viaggio che ha portato il timido e grassottello pianista prodigio a diventare una icona popstar tra le più amate di sempre. Un viaggio allucinato, è stato definito. In realtà nulla della star è dimenticato o negato, così che Elton John si presenta attraverso l’attore che lo impersona (Taron Egerton) così come è stato e come è oggi, un omino diventato un grande, felice ma non troppo.

Dalle biografie ai problemi reali. Ritorna per la terza volta Ken Loach, 82 anni, con Ci dispiace non averla trovata (Sorry We Missed You), vicenda di un autista-fattorino per le multinazionali. Tutto viene visto dall’ottica familiare: il padre che si ammazza di lavoro come la madre, i figli che non li capiscono. Il lavoro rovina i sentimenti ed i poveri lottano fra loro.

Meno coriaceo dei precedenti è uno di quei film autoriali che comunque “sporcano” la vetrina della Croisette. Come l’ultimo del genio solitario e visionario Terrence Malick A hidden life (una vita nascosta), storia di un obiettore contro i nazisti tra le montagne austriache. Film di religiosità implicita, come spesso in Malick e forse non adattabile all’attuale gusto della velocità, ma che sempre sorprende per lo sguardo incantato. Come un altro ritorno, quello dell’irregolare Bruno Dumont (qualcuno ricorda lo splendido L’età inquieta?) che presenta Jeanne,cioè  Giovanna d’Arco. Una eroina per il regista “intramontabile”, in un lavoro che è un inno alla battaglia umana, di cui la ragazza è metafora contro tutti i dogmatismi.

Dopo i grandi “vecchi”(c’è anche Lelouch che rievoca Un uomo una donna del 1966), ecco il trentenne canadese Xavier Dolan ancora a Cannes con una storia sulla libertà dei sentimenti ,cioè Matthieu et Maxine,dove recita anche lui: il più giovane tra i 21 registi in gara.

Ed infine una polemica, che non poteva mancare. Stavolta c’entra Alain Delon, icona del cinema di sempre, premiato con la Palma alla carriera, ma contestato per il suo “sessismo”. Il divo seduttore e duro si commuove: «È come la fine della mia vita», piange e ritira il premio. Pensa ai registi che hanno creduto in lui, da Losey a Visconti. È stato un uomo fortunato. Ora aspettiamo i fratelli Dardenne e il nostro – unico in gara – Marco Belloccchio con Il testimone.

 

 

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