Trump dà i voti agli alleati

Mike Pompeo annuncia che sei Paesi, tra cui l’Italia e la Grecia, hanno sei mesi di tempo in più degli altri per arrivare a sostituire le importazioni di petrolio dall’Iran. Segno di potenza o di debolezza?

Alla lettura delle dichiarazioni di Mike Pompeo, segretario di Stato Usa, sulle decisioni degli Stati Uniti a proposito delle sanzioni contro l’Iran, c’è da non credere ai propri occhi, o alle proprie orecchie: alle prese con il voto di midterm a casa propria, il presidente Usa si diverte a dare i voti all’esterno del Paese, selezionando i Paesi che avranno la possibilità di differire l’applicazione delle sanzioni contro Teheran. In soldoni, questi sei Paesi potranno continuare a acquistare petrolio dall’Iran per altri sei mesi. Poi stop. Ma ci sono pure altre sanzioni: vengono colpite oltre 50 banche iraniane, più di 200 personalità, varie società di trasporto marittimo, oltre alla Iran Air. Il nuovo round di sanzioni è la conseguenza delle decisione di Trump, criticatissima dall’Unione europea, di rinnegare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, firmato assieme a Teheran dal gruppo 5+1, cioè Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania.

I sei Paesi “graziati” sono: Cina, Turchia, Corea del Sud, India, Grecia e Italia. Quale il criterio usato per stilare questa lista? Pompeo afferma che verranno esentati «alcuni Paesi, ma solo perché stanno riducendo le importazioni di petrolio dall’Iran». In verità sono stati esentati i Paesi che, nel loro insieme, assicurano l’acquisto di più dell’80% del greggio iraniano. Duri e soft nel contempo? La Grecia è un pesce piccolo, e Trump vuole attirarla di nuovo nell’orbita statunitense, dopo gli sguardi rivolti a Mosca e Pechino. L’Italia è da tempo il maggiore acquirente europeo di greggio iraniano, cioè 5,2 milioni di tonnellate di greggio, in calo del 10%. La Cina è invece il primo acquirente di Teheran, e la Turchia, sin dall’inizio avevano dichiarato di non condividere le sanzioni e di non volervi aderire: nei fatti Pechino ha già ridotto l’import di greggio iraniano e la Turchia, che confina con l’Iran, vuole mantenere buoni rapporti con l’alleato sul fronte siriano. L’India, il secondo importatore di greggio iraniano, non vuole e non può rinunciare al greggio iraniano e in più si sta avvicinando a Mosca. Infine, Giappone e Corea del Sud sono i maggiori alleati Usa nello scacchiere asiatico… La lista, appare evidente, è stata redatta per semplice pragmatismo.

Solo il tempo potrà dire se la tolleranza zero donaldiana sarà efficace e se l’Iran sarà costretto a tornare al tavolo delle trattative. Ma stupisce che la comunità internazionale accetti nei fatti la pretesa trumpiana di ergersi al di sopra di ogni istanza internazionale e di decidere in solitudine chi va nella parte della lavagna destinata ai buoni e chi in quella per i cattivi, scegliendo per di più chi è amico e merita un contentino, e chi invece deve subire le punizioni nella loro integralità. La strafottenza, scusate il termine, di Trump e Pompeo, il più ostile all’Iran nell’amministrazione statunitense, fa rabbrividire.

Perché è uno stile che sta facendo proseliti: ognuno alza la voce per delegittimare l’operato delle istituzioni internazionali, seguendo quell’istinto sovranista che tanto furore ottiene un po’ in tutto il mondo. Babele è dietro l’angolo, anzi ci siamo già. Ma lo stesso racconto biblico ci insegna che quando la cacofonia e la disputa giungono a livelli insopportabili e si capisce che il beneficio momentaneo ottenuto gridando più forte si trasforma in danno complessivo per tutti, il progetto muore. In questo caso la convergenza decisionale internazionale rappresentata dalle istituzioni come l’Onu e l’Unesco.

Giunti al tutti contro tutti, saremo costretti a tornare a una sana diplomazia e alla cessione di sovranità nazionali per risolvere problemi complessi che non possono trovare soluzione che in una governance supernazionale. Ma su quali macerie? Una piccola speranza si fa strada: le sei “esenzioni” annunciate da Pompeo, ad un’attenta lettura, sono segno di grande debolezza, paiono una fessura nel granitico sovranismo a stelle e strisce: per motivi diversi la complessità delle relazioni internazionali obbliga infatti anche gli Stati Uniti a fare eccezioni nel rigore autonomamente deciso.

 

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