Trump e la sfida di Gerusalemme

L’annuncio del presidente Usa ha spiazzato le diplomazie e gli organismi internazionali, ma interroga sulla possibilità di sperimentare vie nuove nella soluzione della questione israelo-palestinese
AP Photo/Oded Balilty

 

 

Nei circa 11 minuti di discorso con cui Donald Trump ha annunciato che Gerusalemme «è  la capitale di Israele e non solo il cuore delle tre grandi religioni del mondo» non ha mai pronunciato la parola Palestina, mentre a più riprese ha incoraggiato il processo di pace con i palestinesi, facendosene anche garante. L’omissione non è causale: il riconoscimento dello Stato palestinese da parte degli Usa potrà avvenire solo con l’accordo israeliano, ma i palestinesi restano primi interlocutori del processo di pace.

Allo stesso tempo il presidente è chiaro: dovranno essere i due contendenti a decidere confini e status giuridico della città santa e gli Usa non sceglieranno una parte ma vigileranno perché gli accordi di pace siano favorevoli ad entrambi. Ed è su questa scia che va letto anche il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme,  anche se Trump non precisa i tempi, né il luogo prescelto, dichiara che l’edificio sarà «un tributo alla pace»  e che architetti e tecnici ci stanno lavorando.

Anche questo annuncio è in linea con quelle che gli analisti spesso definiscono “scelte bizzarre”, ma che Trump predilige per aprire brecce e mostrarsi fuori da qualsiasi protocollo e se questo da un lato spiazza gli avversari e monta polemiche, dall’altro costringe a ripensare processi ingessati che non trovano soluzioni ma avallano solo lo status quo. La mossa di ieri l’ha chiaramente spiegata lui stesso: «Serve un nuovo approccio per risolvere il conflitto tra Israele e i palestinesi», e poiché i predecessori per mancanza di coraggio hanno fatto poco, lui invece «riconosce l’ovvio e attua ciò che il Congresso aveva varato nel 1995, e cioè che Gerusalemme è di fatto la capitale» sia perché ospita tutti gli edifici del governo israeliano, sia perché luogo dove vengono ricevuti i capi di Stato e di governo di tutto il mondo.

Apparentemente incurante delle reazioni del mondo arabo, del richiamo delle Nazioni Unite e anche delle preoccupazioni del Vaticano e del mondo musulmano, Trump in realtà è mosso da «una logica di politica interna molto forte – ci spiega Andrea Bartoli, preside della Scuola di diplomazia e di relazioni internazionali della Seton Hall university del New Jersey –. Lui si presenta come il presidente indipendente, come colui che decide e che agisce in piena autonomia e questa decisione, in fondo, esprime bene la sua presidenza, esprime l’alleanza con settori della politica israeliana e con settori del suo elettorato a cui lui è stato fedele sin dal giorno in cui è stato eletto. E’ un presidente radicale, che risponde ad un elettorato specifico e si preoccupa sempre meno del “tutto”».

Dietro la mossa presidenziale in tanti leggono non solo l’intervento del genero Jared Kushner, che in questi mesi ha tessuto relazioni riservate con Israele e i Paesi arabi per giungere alla dichiarazione, ma anche un’opera di distrazione dalla vicende di casa, dove l’inchiesta sulle interferenze russe nella campagna elettorale diventa sempre più stringente. «E’ una possibilità – continua Bartoli – ma in realtà Trump ha rinunciato, sotto certi aspetti ad essere il presidente del mondo. Lui ha bisogno di ricominciare solo dall’America, e anzi da una parte dell’America, e quindi è un presidente partigiano, è presidente di qualcuno e non lo è di tutti. Trump, in fondo, dice solo una cosa: ‘Ognuno deve fare la sua parte. Io faccio quello che ho detto di fare e gli altri facciano cosa devono fare’». Ma le scelte statunitensi non si esauriscono dentro i confini del Paese e hanno risvolti globalizzati non di poco conto.

Bartoli nella sua analisi insiste proprio sulla qualità delle risposte degli interlocutori di questo processo. «Noi stiamo leggendo le reazioni dei Paesi arabi, dei palestinesi ma non sappiamo come risponderanno.  E’ certo che Gerusalemme richiede una risposta di tutti e quindi inviterei gli Stati e i singoli ad interrogarsi su quale risposta si stia dando e si vuole dare. Valuto in maniera molto positiva il fatto che Gerusalemme sia una città importante per tanti e che la preoccupazione sul suo futuro sia collettiva e condivisa». Il preside della scuola di diplomazia vanta dalla sua anche vent’anni di esperienza diretta sul campo e proprio per questo invita a leggere dietro le polemiche i segnali di «un mondo più vicino, più attento e più partecipe. La tentazione forte è quella di usare Trump per fomentare venti di guerre, animosità, divisioni. Invece noi, anche come cristiani, non possiamo contribuire a questo status quo e accontentarci, ma con grande attenzione dobbiamo cercare le strade della coesistenza possibile, di una politica alta e di una rappresentatività che si fa davvero creativa. Toccare Gerusalemme, significa toccare la pace ed è per questo che il papa è preoccupato, perché le scelte politiche hanno conseguenze politiche, ma in questo processo si deve tener conto delle richieste dello Stato di Israele ma anche delle aspettative di pace, tolleranza, accoglienza di miliardi di altre persone nel mondo. Va messa in atto una politica spirituale, che non ignori l’apporto della fede ai cambiamenti della storia, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II».

 

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