Tratta e caporalato, il “noi” che sconfigge il “mostro”

Intervista a Giuseppe Gatti, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Bari. Dalla drammatica situazione esistente nel territorio foggiano agli strumenti necessari per liberare le vittime dal lavoro schiavistico

Giuseppe Gatti

Giuseppe Gatti è un magistrato in forza alla Direzione distrettuale antimafia di Bari da oltre 10 anni. Autore di testi significativi pubblicati da Città Nuova, dove assieme al giornalista della Rai Gianni Bianco, dimostra che l’uscita dal sistema mafiosa può avvenire laddove si costruisce un “Noi”, un legame cioè più forte di quello pervasivo delle mafie. Sa bene di cosa parla. I suoi racconti rappresentano un vero e proprio inferno in terra. Si occupa, infatti, della temibile criminalità organizzata foggiana, una realtà che, da anni, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo definisce in termini di emergenza nazionale. Lo abbiamo intervistato con riferimento al fenomeno della tratta e del caporalato che è al centro di un laboratorio sulla lotta al lavoro servile promosso durante Loppiano Lab 2018.

I numeri delle mafie nel foggiano sono inquietanti…
È così, purtroppo dal 2007, in questa area, non ci sono più soggetti disposti a collaborare con la giustizia. Mentre dalla fine degli anni ’80 ad oggi, su circa 300 fatti di sangue di matrice mafiosa, l’80% sono ancora irrisolti.

Lo sfruttamento dei braccianti nel foggiano è un fenomeno fin troppo noto. Ma di cosa parliamo in particolare?
Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo degli immigrati nelle campagne foggiane assume una caratteristica peculiare per il fatto che una significativa parte della forza lavoro oggetto di sfruttamento viene reclutata dai numerosi “ghetti” che, nel tempo, sono abusivamente sorti in vari luoghi della Capitanata e che hanno assunto oggi la connotazione di vere e proprie “baraccopoli”.

Cosa sono questi ghetti presenti sul territorio?
Si tratta molto spesso di luoghi in cui anche le stesse forze dell’ordine hanno difficoltà ad accedere e dove si starebbe consolidando un sistema alternativo di governo del territorio, notoriamente imposto dalla presenza di agguerrite organizzazioni criminali, anche di tipo transnazionale.

Possiamo parlare di vera e propria schiavitù?
Proprio in merito ad una vicenda di sfruttamento lavorativo di cittadini polacchi avvenuta nel foggiano, la Cassazione nel 2010 ha riconosciuto il più grave reato di riduzione in schiavitù. Nel caso specifico avveniva che gli autotrasportatori, che facevano parte dell’organizzazione, giungevano a destinazione a tarda notte, portando i lavoratori direttamente in casolari malsani e fatiscenti, adibiti a dimore coatte, posti solitamente a molti chilometri dai centri abitati e vicini ai campi di pomodoro: dalla mattina successiva quei poveracci sarebbero stati costretti a lavorare lì per 12 ore al giorno. Chi osava ribellarsi veniva pestato violentemente davanti a tutti.

Cosa accade con le donne braccianti?
In alcune indagini è emerso che l’organizzazione criminale, che svolgeva nel foggiano la tratta di essere umani, portava avanti contemporaneamente due attività di sfruttamento: prostituzione e raccolta del pomodoro.

Le ragazze ridotte in schiavitù, appena giungevano in Capitanata, venivano sottoposte ad una selezione preventiva: le più giovani e avvenenti erano costrette a prostituirsi, mentre a tutte le altre donne e agli uomini erano imposti i lavori forzati nei campi di pomodoro. I dati sono particolarmente drammatici. I trafficanti riscuotono la quasi totalità dei proventi del meretricio, impongono alle ragazze gli orari di lavoro, l’abbigliamento da usare, le tariffe da richiedere ai clienti e gli incassi giornalieri da conseguire per poter tornare a casa senza essere picchiate.

Le intimidazioni sono rivolte anche verso altri soggetti?
Le minacce hanno spesso come destinatari i familiari delle vittime che vivono nei Paesi di origine come accade con la tratta delle nigeriane. La capacità di queste organizzazioni di colpire anche in questo modo, rende molto più forte il condizionamento della vittima. La relazione che si sviluppa tra il padrone e la vittima di tratta è spesso simile a quelle che un essere umano instaura con il proprio animale domestico. La vittima sviluppa la consapevolezza di avere davanti a sé un’unica prospettiva di sopravvivenza: quella di annullare ogni minima capacità di autodeterminazione e assecondare ciecamente e passivamente i voleri del suo padrone.

Come si può agire efficacemente in questi casi?
In molte di queste inchieste sono coinvolte vittime originarie di altre nazioni e quindi l’indagine deve necessariamente essere concepita come una indagine transnazionale. Necessaria inoltre la cooperazione tra le diverse forze di polizia. Dopo che dai reiterati servizi di osservazione è emersa la plausibile fondatezza dell’ipotesi di reato di tratta o di sfruttamento lavorativo di cui all’art. 603 bis del codice penale, occorre sviluppare il percorso investigativo con l’obiettivo di giungere alla ricostruzione dell’intera filiera dello sfruttamento illecito; all’accertamento dei profitti del reato e dei patrimoni illeciti acquisiti dagli indagati; all’accertamento di eventuali patologie penalmente rilevanti nel sistema dei controlli; all’accertamento degli effettivi livelli di responsabilità all’interno della compagine societaria interessata, laddove l’utilizzo finale dello  sfruttamento della vittima di tratta o caporalato veda anche il coinvolgimento di una persona giuridica. È evidente che non si potrà fare a meno del ricorso alle intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche.

Ma come fanno le vittime a fidarsi e a vincere la paura?
Ritengo fondamentale arrivare all’audizione informativa delle vittime disponendo, preventivamente, di un quadro investigativo che consenta di ridurre in maniera apprezzabile il livello di esposizione della persona offesa da tali odiosi reati. È importante che le assunzioni a sommarie informazioni delle vittime avvengano nello stesso momento, utilizzando, ovviamente, ambienti separati per ciascuna audizione. La percezione da parte del singolo lavoratore di non essere il “solo” a parlare è un dato che, generalmente, infonde nella vittima un maggiore coraggio.

Che tipo di tutela è prevista in questi casi?
Per le vittime di tratta è previsto il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale al fine di “consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”.

E contro il caporalato come è intervenuta la nuova legge del 2016?
La nuova legge sul caporalato n.199/2016 a mio giudizio ha introdotto una modifica generale nell’approccio investigativo al fenomeno dello sfruttamento criminale di un essere umano per finalità di profitto che vale sia per il caporalato che per la tratta di esseri umani. È punito non solo chi fa reclutamento e intermediazione illecita ma anche chi utilizza la prestazione del lavoratore che versa in condizioni di sfruttamento lavorativo, approfittando del suo stato di bisogno. Sono state introdotte misure di contrasto patrimoniale. Come ogni riforma la legge è perfettibile ma possiamo dire che, con questa norma, il “mostro” viene colpito al cuore perché si è compreso che la questione centrale è quella dello sfruttamento criminale di un essere umano vittima di tratta e di caporalato.

E tutto ciò può bastare?
È chiaro che l’efficacia dell’azione investigativa, soprattutto difronte a contesti territoriali in cui questa patologia delittuosa si presenta come un fenomeno profondamente strutturato e radicato nel contesto socio-ambientale, debba poggiare su un approccio necessariamente “globale” e di “sistema” e sulla capacità di “fare squadra”, non solo all’interno degli apparati investigativi ma anche con gli ulteriori attori coinvolti, nella convinzione che il successo giudiziario è soprattutto collegato agli esiti di  una battaglia socio-culturale, che metta in crisi quelle logiche fondate sulla convenienza e sul profitto assoluto e ponga il rispetto della libertà e della dignità di ogni uomo e il conseguente dovere comunitario di solidarietà -istituzionale, economica e sociale- al vertice dei valori fondanti il nostro stare insieme, esattamente come sognato dai nostri padri costituenti.

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