Tra le due Coree riconciliazione di un popolo

Senza troppo rumore – come in genere avviene per i fatti positivi – una guerra volge al termine. Il vertice tra le due Coree, svoltosi a Pyongyang dal 2 al 4 ottobre, ha posto le condizioni per chiudere l’èra della pace armata che regge i rapporti tra i due Paesi dal conflitto apertosi nel 1950. Alla divisione del popolo coreano, alla necessità di dialogo negata dalle circostanze, alla crisi economica ed alimentare dell’area del nord, nell’ultimo periodo si erano aggiunti episodi di ulteriore tensione, che avevano contagiato l’intera regione asiatica e l’intera comunità internazionale. La corsa al nucleare da parte della Corea del Nord e le prime sperimentazioni per l’uso di armamenti sofisticati erano diventati un allarme per la stabilità e la sicurezza del mondo intero. Ed ora la svolta, duplice, che se troverà piena realizzazione limiterà anche l’influenza delle grandi potenze, in particolare gli Stati Uniti per il sud e la Cina per il nord. Infatti, sul vertice si sono riversati i risultati del negoziato in corso a Pechino sul nucleare nordcoreano – che coinvolge oltre alle due Coree, la Cina, il Giappone, la Russia e gli Stati Uniti – con la notizia dell’intesa raggiunta per lo smantellamento degli impianti atomici di Pyongyang entro il prossimo dicembre. Un programma graduale porterà la Corea del Nord a fermare immediatamente un importante impianto nucleare e quindi a gestire i suoi programmi atomici sulla base di un accordo garantito e controllato dai sei Paesi partecipanti al negoziato. Poi la scelta finale di inserire nella Dichiarazione finale non l’idea di un solo Stato, ma la determinazione di eliminare gli insediamenti militari al 38º parallelo (dal 1953 il confine tra le due Coree), l’istituzione di una zona speciale di pace lungo la costa occidentale della penisola sulla quale correrà il trasporto merci su rotaia. Nel profilo economico l’idea sembra quella di allargare l’esperienza della zona economica speciale di Kaesong, istituita cinque anni fa a ridosso della frontiera comune: lì lavoratori del nord (oltre 16 mila) sono impiegati presso una trentina di industrie sudcoreane. Questo potrebbe porre le basi per parlare di un riavvicinamento dei due sistemi economici, anche se il rapporto tra nord e sud è 35 a 1. Non vi è dubbio che siamo di fronte a situazioni che, al di là del profilo più strettamente militare, diplomatico o economico, evidenziano una volontà comune dei coreani di ripensare il proprio futuro, andando anche oltre l’aspetto della riunificazione politica dei due Stati. Si intravede la spinta effettiva per una riconciliazione di popolo che, recuperando le radici ed i valori propri dell’area, vuole approfondire il dialogo e la fiducia attraverso una reciprocità fatta di attenzioni, di accoglienza, di rispetto dei diritti dell’uomo e quindi di scambio dell’esperienza economica e sociale realizzata in questi anni di separazione. Un cammino al quale non è mancato il contributo dei credenti. Per i cristiani questo ha significato l’istituzione nel 1965 della Giornata di preghiera per la riconciliazione e l’unità, che si celebra all’approssimarsi del 25 giugno, giorno di inizio di una guerra che provocò oltre 2 milioni e mezzo di vittime. Non è stato un caso, allora, la presenza del presidente della Conferenza episcopale, mons. John Chang, nella delegazione sudcoreana al vertice. Si è trattato piuttosto della conferma di un’attenzione per i cristiani in Corea del Nord (formalmente parte della diocesi di Seul), fatta di sostegno umanitario nei momenti di difficoltà, di inviti ad abbattere le divisioni, di iniziative di riconciliazione. Solo un esempio o il germe di una strategia?

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