Straniero io?

Un docufilm prodotto dall’associazione Liberi Svincoli. Una parola comoda, associata ai volti delle persone senza lo sforzo di entrare nella loro storia. A Milano la proiezione accompagnata dal dialogo con la regista Cristina Maurelli e con la produttrice Giorgia Mosca

Si spengono le luci e sullo schermo appare un bel tipo. Si chiama Jayesh. È un ragazzo sorridente, occhi vivi, pelle scura, lunghi capelli incolti. Probabilmente indiano. Gira per un prato, in equilibrio su un monociclo, indossando larghi abiti che si gonfiano ai suoi movimenti. Dev’essere un artista, un ragazzo di strada. Straniero. Venuto da lontano. Cosa avranno visto quegli occhi? E dove si rifugia per dormire la sera?

Poi Jayesh inizia a raccontare la sua storia. È italiano, di Monza. Adottato da piccolo dai suoi genitori italiani. La Brianza è la terra dove è cresciuto ed è diventato uomo. L’intero flusso di mie deduzioni, congetture e pregiudizi, nati nel solo osservarlo, crolla improvvisamente. Intanto, sullo schermo lui ride e racconta: «Pensare che mi dicono che parlo bene l’italiano!».

Una sola occhiata mi era bastata per classificare Jayesh, immaginandone storia, cultura e appartenenza sociale. E a giudicare dalle facce stupite nella penombra della sala, non ero stata l’unica ad essere cascata nel tranello! Mi sforzo di non ripetere l’errore fatto e provo a guardare il resto del film con sguardo incontaminato. Mi attendono un susseguirsi di esperienze, racconti e volti, carichi di una ricchezza inattesa.

straniero io?Dopo la proiezione, dal dialogo con la regista Cristina Maurelli e con la produttrice Giorgia Mosca emerge l’impressione diffusa che non esista uno straniero “tipo”, una storia rappresentativa. Esistono invece individui, ciascuno con la propria vita e cultura. Tutti in cammino, questo sì, coltivando la speranza che il Belpaese dia loro dignità, opportunità, e un futuro di luce.

Quanta gratitudine verso l’Italia nelle loro parole! Questo mi stupisce più di tutto: dicono di sentirsi accolti da noi italiani, nonostante la fatica e sguardi a volte sospettosi. Queste persone mi mostrano un volto del mio paese che non sospettavo e che, anzi, temevo fosse perduto. Mi chiedo comunque se siamo ancora capaci di accogliere, se io ne sono capace.

Di sicuro, una scoperta l’ho fatta: l’opportunità di conoscere persone così lontane, straniere, dissolve la paura e il sospetto. La conoscenza reciproca accorcia le distanze e cede il posto alla curiosità. Lo straniero diventa persona, la diffidenza diventa accoglienza.

Torno a casa desiderosa di conoscere altre storie, di essere, nella mia quotidianità, sempre meno diffidente. Con la spinta a scoprire, dietro lo straniero, l’uomo e la donna che ho accanto.

 

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