Stelio, Silvia, Dimitri e gli altri

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Sera del 31 dicembre. Da Alatri, con alcuni amici sono andato a Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, per partecipare ad una cena alternativa con i senzatetto organizzata dal comune. Non mi importava se l’iniziativa fosse dovuta ad effettiva solidarietà o si risolvesse in una vetrina elettorale. Importava invece come l’avrei vissuta, il significato che io le avrei dato. È stata una vera festa, punteggiata di storie poco comuni, momenti di commozione, canzoni rumene, brindisi, tombolate e chiacchierate con splendidi bambini dai tratti orientali ma dall’accento palesemente romanaccio. Al tavolo eravamo in dieci: Silvia, Andrea, Luca, Stelio, Salvatore, Bruno, Michele, Dimitri, Francesco ed io: dieci persone con ugual dignità, nude ciascuna del proprio ruolo sociale: così chi era andato per aiutare riceveva il piatto dal senzatetto, e chi invece per ricevere si trovava ad offrire cioccolatini e bottiglie di vino appena vinti alla lotteria. Volutamente non distinguerò i barboni dai volontari, gli ospiti dell’ostello della Caritas di via Marsala da quelli che dormono a casa propria. Non vi dirò quindi a chi di questi si riferiscono le storie che vi racconto, perché potrebbero appartenere a chiunque di noi era seduto a quel tavolo. La storia più incredibile ce la racconta un distinto signore in completo scuro e cravatta regimental celeste, giallo oro e righine di un blu notte. Rappresentante commerciale per una grossa casa editrice, viene messo alla porta durante uno dei venerdì neri della carta stampata, in crisi per il boom dei supporti multimediali. Ha già cresciuto un figlio da solo, mai stato sposato, appartamento in affitto a Roma, un giorno gira l’angolo e si trova senza lavoro, senza possibilità economiche, ancora a qualche anno dalla pensione, con un affitto da pagare e tante porte sbattute perché a sessant’anni non t’assume più nessuno. La cosa più devastante per lui è la terra bruciata che comincia ad allargarglisi intorno: amici, parenti, il figlio stesso non sanno, non possono, non vogliono… Da quattordici giorni vive nell’ostello di via Marsala. Cos’è la dignità?, gli domando. Continuare a farmi la barba tutti i giorni, continuare a cambiarmi la camicia, ad annodarmi la cravatta, ad avere rispetto per me stesso. Non chiedere l’elemosina, ma non smettere mai di cercare un lavoro, perché nel lavoro sta la dignità. Rispettare tutti i duecentocinquanta ospiti del dormitorio, anche gli alcolizzati, anche quelli che puzzano… perché non sai mai cos’hanno alle spalle, qual è la loro storia. Questa per me è la dignità…. La sua è una storia che sembra scritta a tavolino da uno sceneggiatore, una di quelle che credi esistano solo nel mondo parallelo e finto della televisione. Accanto a lui c’è un giovane laureato, con un primo lavoro che non lo soddisfa più di tanto, che alimenta le sue insicurezze riguardo al futuro. La paura più grande: vivere la propria vita sprecandola, senza realizzarsi. Ha il terrore di guardarsi un giorno indietro e scoprire che non ha capito nulla. Il rischio è quello che, per paura di vivere una vita sbagliata, alla fine non la viva affatto, come quel fotografo che passa tutta la vita inquadrando un singolo punto davanti a casa sua, convinto che se un meteorite cascasse in quel momento sulla collina distante qualche chilometro, quello scatto farebbe di lui il più grande fotografo di tutti i tempi. Ma la vita si coniuga all’indicativo, non al condizionale. C’è poi un piccolo rumeno, barba non fatta, che ha già bevuto qualche bicchiere: sta allo scherzo, ogni tanto si alza dal tavolo e segue la musica della sala accennando a qualche improbabile passo di danza, che però finisce per coinvolgerci tutti. Ci sono momenti in cui piange. Al tavolo si cerca di non farlo bere più di tanto, poi arriva il momento della lotteria e che ti va a vincere?… dodici bottiglie di vino dei Castelli! Prima di andarsene saluta tutti abbracciandoci, ci lascia il suo numero di cellulare, vuole che usciamo di nuovo, stavolta insieme al figlio. E si avvia a piedi a casa dopo averci regalato cinque o sei delle sue bottiglie. Il più grosso di tutti viene da Pozzuoli, e quando sorride mostra due denti, gli unici. Parla, forse inventa, ma cosa cambia? Dice di passare sei mesi a Roma e gli altri in giro per l’Europa, facendo l’autostop ed arrangiandosi per mangiare e dormire, perché ha avuto un trauma e in questo modo non ci pensa. A tratti parla dei parenti, di una casa che non vuole vendere, dei suoi quattro figli e dei molti nipoti. Con qualcuno accenna ad un periodo passato in carcere per omicidio. Nel tavolo è quello che si sbilancia di meno nei rapporti; si vede che una vita di strada l’ha abituato alla legge della sopravvivenza, a rapporti umani epidermici, in cui passare la cena del 31 dicembre in famiglia, alla mensa o ad una festa per senzatetto è la stessa cosa: l’occasione per assicurarsi qualcosa nello stomaco. E magari rimediare anche un pacco regalo, una sciarpa, un premio. Si vede che la vita gli ha anestetizzato le altre esigenze. Eppure ride, scherza, stasera sembra contento. Ci dice che a via Marsala ognuno ha in dotazione degli armadietti, che però i topi aprono in continuazione. Per lui non è un problema: ha due jeans (uno lo indossa), tre slip, due maglioni (uno lo indossa) ed un paio di scarpe. Il resto lo deposita nella sua cassaforte, una piccola sacca appesa al collo che contiene un fazzoletto, la corona del rosario, una medaglietta di padre Pio. Il più giovane invece viene da Brescia, è sceso col suo oratorio fino a Roma per fare qualcosa per gli altri. Tutti i ragazzi che servono ai tavoli sono del suo gruppo: siccome erano in tanti lui siede al tavolo con noi. È un tipo un po’ chiuso, che spicca fra la gioviale cagnara romana, castellana, ciociara… Partire da Brescia per fare Capodanno a Roma e poi scoprirsi inutile perché invece di servire gli altri usando le mani ci si ritrova seduti ad un tavolo, depura dall’attivismo spicciolo, dalla buona azione che tacita la coscienza. Costa magari di più che portare un piatto a tavola ma dà la possibilità di mettere in comunione le anime. Sorvolo sugli altri, finendo con l’istriano di Pola, che dopo aver passato undici anni e mezzo in Francia, dove aveva una moglie ed ha un figlio ormai grande, ora da ventotto anni risiede in Italia. È stato invitato da quelli di Sant’Egidio, viene da Monteverde, ed è lì che lo riaccompagniamo dopo la cena ed i festeggiamenti, verso le due di notte. È una persona interessante, che analizza lucidamente la sua vita, la situazione sociale italiana. E tra una chiacchiera e l’altra ci guida fino a dove alloggia, mostrandoci lungo la strada la casa di Albertone, Porta Maggiore, Trastevere, poi il Ministero della Pubblica Istruzione, il tutto con una naturalezza unica, come se l’avesse costruiti lui stesso procurandosi quelli calli sulle mani che mostra soddisfatto. Prima di lasciarci vorrei chiedergli il numero di cellulare. Ma lui taglia corto e abbracciandomi mi fa: Dalle mie parti si dice che solo le montagne non si incontrano mai… Ci rivediamo, Ruggé…. Belle esperienze che durano una notte? Parole ancora più belle che addolciscono una realtà ben diversa? Certo l’indomani mi sono risvegliato ospite in un appartamento romano, dove ho dormito al caldo. Gli altri invece nel dormitorio di via Marsala, o nel garage riadattato a monolocale a Monteverde. Tutto questo potrebbe far pensare alla contraddizione di una notte servita solo ad appagare l’ego di alcuni in vena di buonismo. Se non fosse per gli occhi di Bruno, Michele, Andrea, Silvia e degli altri, che nel servire sul tavolo la propria vita hanno riempito quella degli altri commensali. Povero, infatti, è solamente chi non ha niente da dare, mentre ciascuno quella sera ha regalato qualcosa di sé agli altri: piccoli frammenti di luce fissati per sempre, qualsiasi cosa accada, sia che i ruoli si invertano sia che rimangano gli stessi. E adesso? Non riuscirò a risolvere con un colpo di bacchetta la povertà nel mondo, ma già riuscire a restituire la dignità di un lavoretto anche umile a qualcuno di questi amici varrebbe una vita. E poi andiamo a cercarcele queste persone: scopriremo il tesoro che recano con sé. È la normalità che manca ai senzatetto, la prima ricchezza che gli viene strappata, quella dei rapporti sociali ed umani. Ruggero Maria Capperucci

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