Sopravvissuta

Il 12 luglio del 2016 un terribile schianto tra due treni in Puglia lascia sul terreno 23 vittime. La vita di Valentina e della sua famiglia cambia per sempre

Una colazione veloce. Tè e biscotti. Un filo di fard e di eyeliner. L’ultimo sguardo fugace allo specchio. Entro le 11 e 30 Valentina deve essere a Barletta, per iniziare le lezioni del corso di costumista teatrale che lei frequenta. Le hanno affidato le chiavi e oggi, un afoso 12 luglio, deve aprire lei i cancelli. Il pullman percorre veloce i 10 km che separano il suo paese, Triggiano,  dalla  stazione  di Bari. Nei suoi sogni artistici di 22enne sa che sono i dettagli a fare la differenza nel disegnare, cucire e ricamare abiti. Mani ferme, forti, delicate, precise, attente e rifiniture perfette sono il compimento di un’opera di sartoria artigianale. Il suo è un carattere meticoloso, puntuale.

Mai sarebbe arrivata tardi a scuola e avrebbe compromesso la lezione di tutti. Sul treno per Barletta, nel secondo vagone, chiacchiera con la sua amica Concetta fino a quando comincia la tratta sul binario unico tra Andria e Corato. Per una serie di sfortunate coincidenze, negligenze, sistemi antiquati – è quanto l’inchiesta della magistratura deve ancora appurare –, due treni regionali, a oltre 100 km orari, si trovano, dopo una curva, l’uno di fronte all’altro. Non c’è tempo per frenare. L’impatto è devastante. Lo stridore delle lamiere, l’urlo dei feriti, il silenzio degli alberi secolari, il frinire delle cicale, il caldo soffocante sono lo scenario che lascia sul terreno 23 vittime e decine di feriti. Interi vagoni non ci sono più, accartocciati come una lattina di metallo, spalmati sui binari, dispersi tra gli ulivi.

In un battito d’ali Valentina si ritrova in uno scenario surreale. «Ricordo un fortissimo schianto». Non si può più muovere, ma resta lucida.

Macerie, pezzi di vetro, di metallo dappertutto. Gli arti e i capelli sono incastrati. «Riconosco – racconta Valentina – una mia  gamba dalla scarpa che indosso, solo che è completamente girata. Il verso è nella direzione opposta al normale». Valentina è viva: è quello che conta. Arrivano i soccorsi. Il primo intervento d’urgenza è ad Andria. Ne seguiranno altri. Quattro operazioni in quattro giorni. «La vedevamo – ricorda la mamma Gelsomina – solo attraverso una vetrata». Poi a Cassano delle Murge per la riabilitazione e ad Acquaviva delle Fonti per delle complicazioni, prima del trasferimento a Montecatone, Imola, per la riabilitazione.

Valentina, tracheotomizzata, non può parlare. I primi progressi si compiono per la respirazione, il tronco, le braccia. Gelsomina segue il labiale e Valentina riesce con grande fatica a dettare alcune parole per La Repubblica: «Al momento il mio unico obiettivo è recuperare le mie funzioni al 100%. Sono focalizzata davvero intensamente in questo e ci credo molto e voglio farcela per me stessa, ma soprattutto per tutti coloro che credono in me». Si conclude così la prima fase. La fiducia di farcela e la gioia della vita ritrovata. Se ne apre un’altra che durerà tutta la vita.

La consapevolezza di quello che realmente è accaduto e cambiato per sempre.

Scocca l’ora dell’accettazione della cruda realtà. I miracoli, anche quelli medici, esistono, ma a un anno dall’incidente Valentina è sulla sedia a rotelle a causa della lesione midollare riportata. Come sarà la sua vita? Il recupero delle mani procede molto gradualmente, con differenti ausili riesce a mangiare e dipingere e può bere da sola con i  movimenti dei polsi. Intanto le giornate scorrono lunghe, a volte monotone, cadenzate tra farmaci, riabilitazione, fisioterapia, piscina. Non mancano le sorprese: molte visite di chi “per caso” si trovava a passare dal centro e molto affetto di tanti che continuano a scriverle, telefonarle e a starle vicino.

Dal 14 aprile si è trasferita in un altro centro di riabilitazione in Puglia. Ma non può più tornare a casa. È inadatta alle sue nuove esigenze. Troppe barriere e spazi troppo piccoli. Tra poco dovranno lasciare l’ospedale e non sono ancora riusciti a trovare una nuova casa per Valentina e non sanno come fare. Sospensione su sospensione, un doppio salto mortale sulla corda tesa di un equilibrista.

Vita sconvolta di tutta una famiglia. In un attimo tutto è cambiato. La mamma dal giorno dell’incidente è con Valentina, 24 ore su 24. Non ha più fatto ritorno a casa e «non mi è mai passato per la mente di andare via». Il resto della famiglia (il padre e la sorella) la raggiunge una volta a settimana. La sorella Federica aveva già iniziato i preparativi per un trasferimento all’estero, ma ha dovuto metterli in secondo piano per far fronte alla gestione della casa e tutte le incombenze familiari.

Il più grande ostacolo della mamma è la fatica fisica: l’assistenza ininterrotta, il doversi adeguare e preparare improvvisamente e senza scelta a questa nuova realtà, lo stravolgimento dei propri tempi e spazi; i ritmi stressanti del percorso portato avanti fino ad ora richiedono forza ed energia.

«Non lo so come faccio ad andare avanti – chiosa Gelsomina –, ma mi hanno molto aiutato la natura, i boschi, i viali alberati a Montecatone. Osservare la natura, fare una breve camminata, mi ridava energia, mi faceva ritrovare un equilibrio tra il mio mondo interiore e l’esterno, tra il fare e l’essere. Veramente la natura è una creatura di Dio».

Non è (ancora) una storia a lieto fine, è un processo in corso che richiede tanta consapevolezza e determinazione nel presente in aggiunta a tanta pazienza e tenacia. «Sicuramente – conclude Gelsomina – è un’esperienza che mi ha dato l’opportunità di vivere il Vangelo al 100%, di sperimentare quanta forza ognuno di noi ha dentro se crede fermamente che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio». «Gesù crocifisso e abbandonato l’ho sempre preso con le pinze, Lui è il Vivente, è il Risorto. Se in questa esperienza dolorosa avessi visto solo il volto del Crocifisso, sarei andata in tilt. Voglio vivere tutte le cose in positivo, anche il dolore. Se viviamo il positivo, il positivo arriva, come l’evangelico “date e vi sarà dato”, dono chiama dono».

«Inoltre – aggiunge – mi hanno aiutato molto gli angeli e gli arcangeli. Li ho scoperti e riscoperti. Mi sono molto affidata a loro. Sono dei custodi che hanno salvato la mia vita e quella di Valentina, viva per miracolo in quell’ecatombe». Sarà un caso, ma Valentina è nata in settembre. Mese dedicato agli angeli. Le daranno una mano anche in futuro.

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