Sistema elettorale. Non serve una legge pastrocchio

L’Italia deve varare la legge di bilancio e affrontare problemi serissimi a partire dalla questione lavoro. Non si può andare al voto senza delle regole serie e condivise

Approvata alla Camera l’abolizione dei vitalizi (con i parlamentari in carica che hanno messo in cassaforte la loro pensione), e messo nel freezer del Senato lo Ius soli, governo e Parlamento navigano verso la fine della legislatura. Con due macigni ancora da rimuovere: la legge di bilancio e la riforma della legge elettorale. La prima, fondamentale, giacché su di essa i partiti giocheranno tutte le carte delle rispettive campagne elettorali; la seconda, indispensabile per stabilire le regole del gioco condivise nella misura più ampiamente possibile.

I temi caldi che interesseranno l’ultima legge di stabilità della legislatura, che sarà in discussione alla fine di ottobre, saranno ancora il lavoro e le politiche di sostegno alla famiglia. Su questi due aspetti è mobilitata la società civile.

Nei giorni 28 e 29 settembre si terrà a Roma (dopo sette anni dalla precedente) la Terza Conferenza Nazionale della Famiglia, organizzata dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri con il supporto dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. La Conferenza, dal titolo significativo «Più forte la famiglia, più forte il Paese», affronterà temi di grande rilevanza ed attualità quali quelli della crisi demografica, delle politiche fiscali a favore della famiglia e delle misure di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Sul tema del lavoro, invece, che, come sottolinea il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, «è la priorità assoluta per il Paese», c’è grande attesa per la 48^ Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, con il  titolo altrettanto significativo  «Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale».

Riguardo poi alla riforma della legge elettorale, al momento nessuno sembra preoccuparsi più di tanto, apparendo i partiti, in questa fase, maggiormente impegnati nella scelta dei rispettivi candidati premier, guardando anche alle indicazioni che verranno dagli esiti delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre. Ma la questione è più seria di quanto possa apparire. Sarebbe proprio da sconsiderati e irresponsabili, infatti, pensare di poter andare al voto con il sistema sopravvissuto alla sentenza della Consulta, composto dall’Italicum senza ballottaggio alla Camera e dal Porcellum emendato al Senato, con la prevedibile difficoltà ad assicurare governabilità anche se un partito dovesse raggiungere la soglia del 40 percento che dà diritto ad un premio di maggioranza (peraltro solo alla Camera).

Archiviato il fallimento del modello impropriamente denominato “tedesco”, su cui sembravano convergere i due terzi delle Camere (Pd, 5Stelle, Forza Italia, Lega Nord), ora il Pd ha avanzato una nuova proposta, già battezzata “Rosatellum 2.0”, una sorta di “Mattarellum rovesciato”: il 36 percento del Parlamento (231 seggi) eletto con l’uninominale maggioritario e il 64 percento (399 seggi) eletto con il proporzionale, con soglia di sbarramento al 3 percento per i partiti e al 10 percento per le coalizioni.

A prima vista sembrerebbe un pastrocchio, ripresentando molti dei difetti presenti nelle precedenti edizioni. Scarsa (pressocché nulla) discrezionalità di scelta lasciata agli elettori: due terzi del Parlamento composto da nominati dai partiti (pur in presenza di corte “liste bloccate” con l’indicazione dei nomi dei candidati); negazione di voto disgiunto; possibilità di pluricandidature con “effetto traino”. Staremo a vedere quale accoglienza riceverà questa proposta in Parlamento.

 

 

 

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