Sì all’ergastolo, sì alla rieducazione

La Corte Costituzionale ha invitato il Parlamento a legiferare entro un anno per eliminare l'ergastolo ostativo, che toglie qualsiasi speranza di libertà ai detenuti per reati mafiosi che rifiutano di collaborare. Il parere di Elvio Fassone, già magistrato e senatore della Repubblica.

Elvio Fassone è stato magistrato e senatore della Repubblica. Nel corso della sua carriera di giudice, un giorno ha incontrato Salvatore, mafioso, autore di 15 omicidi. Dopo averlo condannato all’ergastolo, ha iniziato con lui uno scambio epistolare durato oltre 30 anni, grazie al quale Salvatore ha iniziato in carcere un lento ma progressivo cammino per cambiare vita. Nel momento in cui finalmente aveva la possibilità di essere ammesso alla semi-libertà, però, una banale infrazione lo ha ricacciato nella pena senza fine, nell’eternità senza sbocco. Per cui a un certo punto ha tentato il suicidio. Un agente è intervenuto in tempo e lo ha salvato, ma la porta del carcere potrebbe non riaprirsi più per lui.

La corrispondenza tra il magistrato e l’ergastolano è descritta nel libro Fine pena: ora (Sellerio).

Come è iniziato questo rapporto con Salvatore?
Nel 1985 a Torino si celebrava un maxi-processo alla mafia catanese. Un processo particolare, perché per il numero degli imputati è durato quasi due anni. Di solito, in un processo normale il giudice vede e parla con gli imputati per un’ora, due ore, un giorno, non di più, per cui non c’è tempo per instaurare un rapporto. Invece in quel caso siamo stati di fronte per 20 mesi. In più, essendo io responsabile della gestione di ben 242 persone e relativi familiari, mi sentivo responsabile anche sul piano delle relazioni umane: ero una specie di sindaco di un piccolo paese. Per esempio se un detenuto doveva farsi estrarre un dente e non sapeva come fare perché il carcere non gli procurava l’intervento, o se una convivente, arrivata da lontano proprio nel giorno in cui non c’erano colloqui, chiedeva di non tornare a casa a mani vuote, ero io che dovevo cercare di rimediare. Piccole cose che però costituivano lo sfondo umano della piccola comunità che si era venuta a costituire.

Il momento storico non era dei più sereni…
Esatto. C’era un fortissimo clima di antagonismo. Il processo riguardava la più sanguinaria delinquenza della Sicilia orientale, quindi Catania e dintorni. C’era il gota della criminalità e si giudicava qualcosa come 60 omicidi. Il clima era di guerra dichiarata, soprattutto agli “infami” che collaboravano con la giustizia e alle loro famiglie: infatti nel corso del processo si verificarono 7 episodi di sangue. Sia per svelenire questa atmosfera, sia per una qualche empatia con queste persone che mi erano affidate, introdussi una prassi anomala: dichiarai in pubblica udienza che dopo la fine dell’udienza mi sarei trattenuto 15 o 20 minuti, insieme al giudice togato, per eventuali problemi e istanze di quel genere, purché non avessero nulla a che vedere col processo.

Un gesto distensivo…
Questo svelenì moltissimo l’atmosfera e indusse in particolare Salvatore, che era il capo dei capi, a instaurare un rapporto non più antagonista con la Corte, in particolare con me. Rapporto che culminò, in una delle ultime udienze, nella sua richiesta di venirmi a parlare proprio in quei 15 minuti. Tra le altre cose mi chiese: «Presidente, lei ce l’ha un figlio?». Risposi che ne avevo tre, e che il più grande aveva più o meno la sua età. «Lo so. Volevo dirle che se suo figlio nasceva dove sono nato io, magari a quest’ora lui era nella gabbia al posto mio, e se io ero nato dove è nato suo figlio a quest’ora facevo l’avvocato». In questa frase lessi quasi una nostalgia di non essere mio figlio.

A quel punto prese l’iniziativa?
La corte lo condannò, come era inevitabile in base agli atti, all’ergastolo. Ma mi rimase dentro una domanda: come farà un giovane di 27 anni come lui a passare tutta la vita in una cella, come potrà resistere? D’impulso gli mandai una lettera facendogli coraggio. Fu un gesto un poco temerario, perché avrebbe potuto mandarmi a quel paese, invece mi rispose con affetto e di lì nacque la corrispondenza descritta nel libro.

Una corrispondenza durata 30 anni. Come l’ha vissuta?
Non posso dire di essere cambiato radicalmente lungo gli anni della corrispondenza, ma mi ha cambiato la stesura e poi l’uscita del libro. Da tempo avevo una sensazione di solidarietà umana, chiamiamola pietà, verso i condannati, e soprattutto i condannati a pene molto lunghe. Intuivo che doveva essere una sofferenza terribile, soprattutto perché con l’ergastolo ti è tolta la speranza. Dieci anni di carcere sono lunghi, ma sai che ogni giorno togli un pezzettino di pena, per cui prima o poi uscirai. Ma quando sulla tua cartella c’è scritto «fine pena: mai», sei portato alla disperazione.

Si diventa pazzi?
Gli studiosi di psicologia affermano che la sofferenza senza speranza innesca una sorta di processo di autodifesa che toglie la ragione ai cervelli più vulnerabili. Diventa una vera e propria patologia. Infatti sono molti i detenuti che si tolgono la vita o tentano di togliersela. Se togli la speranza a un carcerato, gli togli la ragione di vivere.

Ritorniamo all’uscita del libro…
Il libro è uscito nel 2015 e ha avuto un’accoglienza incredibile: 13 edizioni. Ho girato l’Italia perché mi chiamavano da tutte le parti, università, associazioni, scuole. Sono passati tre anni e ancora ricevo inviti ad andare, non tanto a presentare il libro, quanto ad illustrare la situazione carceraria, soprattutto quella degli ergastolani. Questo mi ha cambiato, mi ha coinvolto enormemente nel problema. Sono diventato, in qualche modo, un punto di riferimento per questa problematica.

C’è anche gente che la accusa di non essere obiettivo perché si lascia prendere dall’empatia per il detenuto?
È accaduto molto raramente e non con atteggiamento polemico. Mi hanno detto soprattutto questo: nessuno uccida Caino, va bene, ma ricordiamoci anche di Abele, cioè delle vittime. Ho risposto che nel processo la Corte ha condannato gli imputati all’ergastolo, non si è limitata a pochi anni per pietà. Abbiamo applicato la legge senza sconti. Poi però subentra un altro campo di azione, in cui si può moderare la durezza della legge con un accompagnamento di tipo umano. Nessuno mi ha potuto rimproverare per aver fatto questo.

Nel libro lei ricorda che anni fa è stato bocciato un referendum sull’ergastolo.
È stato bocciato fragorosamente, con il 78% di “no”. Ma il referendum era più radicale di quel che sostengo io, che sono contrario al solo ergastolo “ostativo”, perché la domanda era: «Volete abolire l’ergastolo?». Io stesso ho votato “no”. Secondo me, di fronte a casi di estrema gravità, come una strage o l’omicidio di un bambino, non possiamo subito dire: «Beh, siamo buoni, anche lui è un uomo, chissà quali condizionamenti ha subìto». Oltre alla vittima e ai familiari della vittima, tutta la comunità è profondamente ferita dal crimine nei suoi sentimenti più profondi e deve avere il tempo di elaborare il lutto. Una sentenza di condanna “giusta” aiuta a elaborare il lutto, perché conferma la comunità nella fiducia in certi valori: non si ammazza, non si stupra, non si deruba, non si spaccia. Ecco perché ritengo che a caldo sia sbagliato andare dai parenti della vittima e chiedere: «Lei è disposto a perdonare?». Lasciamo che elaborino il loro lutto.

C’è un tempo per tutto…
C’è il tempo del delitto, che esige una elaborazione da parte di tutti, del reo e della comunità. E poi c’è il tempo dell’espiazione, quello che comincia dopo che le luci si sono spente. Purtroppo il processo interessa solo fino alla sentenza, poi l’attenzione dei media finisce. Invece lì comincia il vero dramma. È lì che la comunità deve, con equilibrio e prudenza, ma anche con generosità, accompagnare il detenuto. Accompagnare non vuol dire metterlo fuori dalla prigione, ma aiutarlo nel percorso di maturazione.

Quindi esattamente cosa propone?
Propongo che nessuna pena abbia il termine finale “mai”, perché altrimenti è inutile cercare di rieducare. Cosa mi rieduco a fare se tanto marcirò qui per sempre?

Quindi lei dice: diamo l’ergastolo, ma durante il tempo della detenzione controlliamo se la rieducazione sta funzionando. È così?
È già così, a parte l’ergastolo ostativo. Il nostro ordinamento non è sordo e non è reazionario. Ha recepito, a partire dalla legge Gozzini dell’86, l’istanza del cosiddetto “regime progressivo”: tu condannato mi dai qualcosa in termini di maturazione nel modo di guardare il mondo e rapportarti con gli altri, e io-Stato, io-ordinamento dopo un certo numero di anni ti concedo dei permessi, se li hai guadagnati. Dopo un numero ulteriore di anni, se continua la rieducazione, ti do la semilibertà: esci durante il giorno per lavorare e poi rientri. Dopo altro tempo ti do il benefici ancora più estesi: la liberazione condizionale, una sorta di libertà vigilata. Infine, ti do la libertà piena, se hai sempre camminato nella stessa direzione.

Per Salvatore questo progresso si è interrotto…
Purtroppo Salvatore ha avuto qualche deviazione di percorso: i permessi li aveva avuti, il lavoro all’esterno l’aveva avuto, era stato dichiarato idoneo per la semilibertà, poi ha fatto una sciocchezza e ha dovuto rinunciarvi.

Ma gli psicologi sono in grado di capire se effettivamente il detenuto si è rieducato?
Leggere nell’anima non è possibile. Ma la competenza, la sequenza dei rapporti periodici sulla personalità, e l’esperienza offrono una buona probabilità di capire.

Con la rieducazione migliora la sicurezza della società?
Sì, perché il detenuto che esce, poi raramente delinque. Il 97% dei detenuti rientra migliore, perché ha visto la compagna o la moglie, i figli, il mondo. La semilibertà è preziosa perché esci per lavorare, cioè esci per assumere in pieno la qualità di cittadino. Il cittadino è tale proprio perché è immerso in una serie di relazioni sociali positive, tra le quali primeggia il lavoro. Poi se ci sono degli abusi bisogna sanzionarli. L’importante è non sbarrare mai la porta in modo definitivo.

Invece l’ergastolo ostativo?
Questo è il problema che rimane da affrontare. È stato introdotto nel ’92, dopo gli assassini Falcone e Borsellino. Lo Stato non poteva non dare un giro di vite alla criminalità di tipo mafioso. Per i condannati a causa di delitti di questo tipo i benefici non sono più ammissibili, a meno che i detenuti accettino di diventare collaboratori di giustizia. Questo ha permesso formalmente alla Corte costituzionale, quando fu investita della questione sulla base dell’articolo 27 della Costituzione (che recita che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato), di dire che anche nel caso di “ergastolo ostativo” il condannato ha comunque una via di uscita, quella di diventare un collaborante con lo Stato. La Corte ritenne allora di non poter smantellare quello che lo Stato aveva fatto sotto l’onda dell’emozione di quei due episodi tragici del ’92. E quindi sentenziò: una via di uscita c’è ed è la collaborazione. Sta al detenuto guadagnarsela.

Funziona?
No. Quasi nessuno dei condannati ha accettato di farsi “pentito”, quindi gli ergastolani in larga parte sono di nuovo diventati “fine pena: mai”. Al momento gli ergastolani ostativi in Italia sono circa 1600. Queste persone vivono con il “fine pena: mai”. La mia riserva sulla legislazione attuale è solo su questo punto, ma su questo è forte e netta.

Cosa mi dice delle vittime?
Quando vado in giro a raccontare la mia esperienza, incontro molte persone che manifestano solidarietà con Salvatore, il quale ha raggiunto il livello di 35 anni in carcere, credo sia un record in Italia. Ne trovo anche qualcuna, però, che mi ricorda che pure i parenti delle vittime hanno il “fine pena: mai”, in compagnia del proprio dolore. Allora rispondo che mi è ben chiaro il problema di Abele, infatti nel mio libro una delle ultime frasi è: «Nessuno tocchi Caino e nessuno dimentichi Abele». Un’eventuale riforma sarà tanto più accettata se si farà carico anche di Abele, ad esempio con provvidenze a favore dei congiunti delle vittime, a favore di quelli che soffrono a causa del delitto in generale. Non deve trattarsi necessariamente di un omicidio, anche una coppia di anziani depredata in casa andrebbe risarcita. Ci dovrebbe essere un fondo di solidarietà per queste persone. Questo le aiuterebbe ad accettare che nessuno uccida definitivamente Caino. Se una riforma metterà insieme entrambi questi obiettivi, sarà molto più facile farla accettare.

 

Per approfondire:

Il dossier Carcerati può essere richiesto scrivendo a rete@cittanuova.it

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