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Francesco e il dialogo con i musulmani, visti dall’Indonesia

Il Paese con più musulmani al mondo alla vigilia delle elezioni e la naturale tolleranza religiosa opposta al radicalismo islamico. Un commento
AP Photo/Gregorio Borgia

Mi ha fatto impressione seguire la visita di papa Francesco in Marocco da una finestra unica: l’Indonesia, il Paese con il maggior numero di musulmani al mondo.

Ovviamente i media qui non ne hanno parlato, perché il palcoscenico mediatico è occupato dallo scontro pre-elettorale: il prossimo 17 aprile gli indonesiani eleggeranno presidente, vicepresidente, membri del parlamento e rappresentanti regionali.

Due i candidati: esattamente quelli che si erano affrontati nelle controverse elezioni del 2014, il presidente in carica Joko “Jokowi” Widodo e il suo rivale Prabowo Subianto. Ma la tornata elettorale in questo Paese che, sebbene a stragrande maggioranza musulmana, non è mai stato governato dalla shari’a se non nella provincia di Aceh, va molto al di là di un confronto fra partiti politici.

Le elezioni, infatti, non si identificano con un semplice duello politico, sebbene serrato, bensì rappresentano una battaglia tra la pancasila [teoria filosofica a fondamento dello Stato che prevede il rispetto di tutte le religioni] e l’islam fondamentalista, che continua a crescere ma che non è mai riuscito a scalzare in queste 17 mila isole dell’arcipelago indonesiano un modo di co-esistere che rappresenta l’unico esempio di Paese musulmano dove la Costituzione difende i diritti di tutti coloro che hanno una fede in Dio.

In questi giorni ho avuto modo di avere diversi incontri sia a Yojakarta, nell’isola di Giava, che a Medan, in quella di Sumatra. Fra questi molti erano cattolici, ma ho avuto modo di vedere amici di diverse Chiese – qui vengono definiti “cristiani” per distinguersi dai cattolici – e, ovviamente, anche musulmani.

Fra loro degli accademici, impegnati a formare le generazioni attuali e future al dialogo interreligioso per assicurare la capacità di convivenza di diversi gruppi religiosi. Ho visitato anche un pesantren, una sorta di collegio islamico dove migliaia di studenti indonesiani si formano sia da un punto di vista di educazione formale sia dal punto di vista di quella religiosa. In molti di questi si forma la gioventù a una interpretazione equilibrata della religione, in altri le posizioni e la formazione offerta sono più radicali. Ho incontrato anche due gruppi di cattolici impegnati nel dialogo, uno di adulti e l’altro di giovani entusiasti a fare questa esperienza di apertura verso il religiosamente “altro”.

Soprattutto, però, non è mancato un interessantissimo momento di confronto con Alissa Wahid, figlia dell’ex presidente dell’Indonesia, da tutti conosciuto come Gus Dur, per anni a capo di un grande movimento musulmano fondato dal padre, il Nahdlatul Ulama (Nu).

Già cinque anni fa l’avevo incontrata ed avevo assistito all’annuncio dei risultati elettorali in sua compagnia. Alissa è preoccupata, come musulmana e donna di pace e di dialogo, dal crescere del fondamentalismo nel suo Paese. Lo ha avvertito anche a Medan, proprio nei giorni precedenti al nostro incontro, durante una conferenza presso l’Università dove alcuni studenti «hanno lasciato trapelare un atteggiamento chiuso e xenofobo», come mi ha spiegato.

Ed è proprio in questo contesto che abbiamo parlato della Dichiarazione sulla fraternità, firmata ad Abu Dhabi fra papa Francesco e il grande imam di al-Azhar, al-Tayeeb. L’influenza del documento, me ne sono reso conto, è praticamente quasi nulla, mi hanno detto vari dei miei interlocutori. È necessario collaborare fra tutti onde trovare i canali giusti per poterla diffondere e ottimizzarne la prospettiva, fra i giovani in particolare.

È in questo clima che ho assistito alla visita del papa in Marocco. L’impressione generale, ascoltando i suoi interventi e osservando i suoi incontri e la sua gestualità all’interno dei diversi avvenimenti, è che Francesco continui sulla linea del suo pontificato che si potrebbe riassumere nella vicinanza e nell’ascolto del “popolo”, e, beninteso, non solo quello che forma la Chiesa cattolica.

Gli ottocento anni dell’incontro di Francesco d’Assisi con il sultano al-Malik hanno offerto al papa attuale l’occasione per mettere in chiaro che tutta l’umanità costituisce “quel popolo” all’interno del quale egli desidera cogliere il respiro di Dio.

Ovviamente, Bergoglio parla, interviene, spiega, approfondisce ma anche, e spesso, ascolta. Mi ha impressionato che la sua visita all’Istituto Mohammed VI degli imam, predicatori e predicatrici sia consistita nell’ascoltare alcuni interventi, fra i quali quello di una predicatrice nigeriana e di un futuro imam francese di origine nord-africane.

Entrambi hanno esposto la loro esperienza all’interno dell’Istituto, provocata dal desiderio di proporre una immagine della loro fede come religione di pace, nel contesto delle violenze perpetrare dai fondamentalisti.

L’ascolto del papa è stata una testimonianza di come cogliere anche fra fedeli di altre tradizioni la spinta di Dio alla fratellanza. Nemmeno un commento. Il suo silenzio e la sua attenzione erano sufficienti per apprezzare e mostrare l’atteggiamento da avere verso il “religiosamente altro” che crede nella stessa fratellanza universale a cui Bergoglio e al-Tayeeb hanno invitato uomini e donne di fede e di buona volontà, con il loro recente documento di Abu Dhabi.

Tuttavia, all’ascolto Bergoglio aggiunge una forte capacità di scrutare i “segni dei tempi”. E i fatti migratori costituiscono in questo senso un elemento essenziale del nostro quotidiano. A questo proposito Francesco ha spostato l’osservatorio europeo che si concentra in modo spesso paranoico sul Mediterraneo per portare all’attenzione del mondo i processi migratori in una zona, il Marocco in particolare, e l’Africa, in generale, dove si parla di milioni di migranti. Le migrazioni, infatti, non sono un fenomeno solo mediterraneo ed europeo ma globale e l’area africana ne è uno dei punti cardine, sia per i passaggi che per le destinazioni. La visita al centro Caritas di Rabat è stata per questo molto significativa.

Un ultimo aspetto, come lo era stato anche negli Emirati, la cura del papa attuale per le comunità cattoliche di forte minoranza, soprattutto in terra musulmana. Gli incontri con i cristiani – sia cattolici che di altre denominazioni – sono stati significativi per incoraggiare le piccole diaspore ma anche dare senso al loro essere in terra musulmana. Ed esserlo insieme, cattolici e cristiani di diverse Chiese.

Una mappa importante quella di papa Francesco come suggerimento alla Chiesa e all’umanità. Ma anche una mappa scomoda, come ho avuto occasione di commentare al termine del suo viaggio negli Emirati.

I media occidentali hanno limitato al massimo le note su questo viaggio: la Brexit, il convegno della famiglia a Verona e, soprattutto, le infinite polemiche ad esso legate, nonché fatti di cronaca abbastanza triviali, sembravano essere ben più importanti e senza dubbio meno scomodi del viaggio marocchino di Francesco.

In tal senso non ho osservato una differenza sostanziale nell’attenzione data a tale visita in Indonesia e in Europa. Da entrambe le parti sembra necessario che chi crede nella fratellanza possa davvero lavorare e iniziative comuni che seguano il solco tracciato da Bergoglio ed i suoi partner musulmani.

 

 

 

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