Santità di popolo

Per il significato che i pensieri del Collegamento hanno avuto e continuano ad avere nel comune viaggio verso la santità, ne riportiamo di seguito due del 1998. In essi ritroviamo, quasi in pillola, tante delle intuizioni di Chiara che sono state ricordate durante il convegno: la santità di popolo, l’esser santi subito, nell’attimo presente, la comunione con i santi, il farsi santi per fare un dono a Maria, il farsi santi con il Santo tra noi... Non manca l’accenno ai frutti di santità (come quello implicito a Chiara Luce, una delle tre gen che la Lubich menziona). Non mancano neanche proposte impegnative e ardue (come l’invito a mettere in luce la santità di popolo per donarla alla Chiesa…). Il fatto, poi, che siano due Collegamenti successivi l’uno all’altro, fa intravedere la continuità di questo cammino. La proposta che Chiara fa nel secondo - di come impegnarsi nei successivi 40 giorni - è indicativa anche dell’intensità dell’impegno da lei desiderato nel progredire insieme verso la santità, senza indugio, fino alla mèta.
Chiara Lubich

Santità di popolo
 
Carissime,
vorrei fare oggi con tutti voi una comunione d’anima, e dirvi un mio pensiero che ho già comunicato a qualcuno.
Si tratta del nostro rapporto con la santità.
Madre Teresa di Calcutta, più volte, scrivendomi, ha ripetuto la frase: “Fatti santa, perché Dio è santo”.
Non è stata certamente questa grande santa a determinare una mia preghiera, che facevo da tempo. Ma senz’altro ella, con questa sua frase, ha gettato fuoco su fuoco.
Da anni, infatti, da molti anni, Qualcuno nel cuore mi ha spinto a rivolgere a Gesù queste parole: “Fammi santa per fare un dono a Maria”.
Mi sembrava, infatti, che se io non avessi raggiunto la mèta della santità, sarebbe mancato qualcosa al mio servizio all’Opera: la possibilità di offrirle non solo le cure che, con la grazia di Dio, posso aver avuto per essa, ma un modello, una testimone compiuta della sua spiritualità.
Ora, sin dall’inizio del Movimento, come sappiamo, non si è mai capita la ricerca della santità per se stessa. Poteva esprimere ancora un ripiegamento su di sé.
Ma cercarla per amore era un’altra cosa. Ecco perché: “Per farne un dono a Maria”.
E perché “a Maria”?
Perché è la nostra madre, la nostra forma, la nostra regina, Colei che ci guida.
E “a Maria”, anche, semplicemente, perché le vogliamo bene.
Più recentemente però, conscia che la nostra via è collettiva e richiede l’attuazione perfetta dell’amare gli altri come sé, ho avuto chiaro che per potermi far santa avrei dovuto desiderare quella mèta per i miei prossimi come per me. Così, la mia preghiera veniva subendo un cambiamento: “Gesù, facci santi per fare un dono a Maria ed essere modello per molti”.
Questa nuova preghiera, comunicata, qui, al Centro della nostra Opera, ha reso felici tanti, e insieme, per fare la nostra parte, ci siamo promessi di vivere la formula delle 6 “s” già nota a noi: “sarò santa se sono santa subito”.
Ma a che punto è il nostro Movimento a proposito della santità?
Ci sembra di poter dire che, con la grazia di Dio per aver vissuto il carisma dell’unità, ci devono essere molti piccoli e meno piccoli santi in Paradiso fra i nostri. Non esiteremmo a pensarne decine e decine e forse più. Abbiamo constatato, infatti, in quale maniera molti e molti partono da questa terra e si sa che, in genere, la morte è specchio della vita.

Tuttavia, nel nostro Movimento di rado abbiamo pensato di presentare alla Chiesa queste creature perché, se credeva, provvedesse ad una verifica. Qualcosa si sta ora preparando per Igino Giordani, il nostro Foco[1], e per mons. Klaus Hemmerle. Ma… tutto qui.
Piuttosto è la Chiesa stessa che comincia a interessarsi di ciò attraverso i suoi Pastori, i quali stanno pensando d’introdurre attualmente un processo di canonizzazione di tre nostre giovani, una delle quali morta in giovanissima età per salvare la sua purezza.
Ma noi, abbiamo fatto bene, come Movimento, a non interessarcene?
La giustificazione a questa nostra apparente omissione forse oggi è chiara: il Signore non ci domanda una santità individuale, ma comunitaria, dove ognuno deve aiutare il suo prossimo a farsi santo. E questi, a catena, il prossimo suo, e così via.

È questo tipo di santità che andrebbe eventualmente verificata e messa in luce per l’edificazione di tanti nella Chiesa: una santità collettiva, una santità di popolo.
Meraviglioso, vero?
Che il Cielo la faccia realtà.
Intanto, impegniamoci personalmente, con la massima decisione, sin d’ora, con le 6 “s”, e aiutiamo gli altri a fare altrettanto.
Che lo Spirito Santo, che ci ha dimostrato tanta predilezione, compia la sua opera e faccia nascere davvero un popolo di santi, anche per amore di Maria, la sua Sposa.
Se la formula “sarò santa se sono santa subito” è troppo lunga, basta dire: “santo subito”, “santa subito”, “santi subito” [2].
 
I 40 giorni
 
Carissimi,
la volta scorsa abbiamo parlato di santità, anzi di “santità di popolo”, e ci siamo lasciati decisi a perseguirla, con l’aiuto di Dio, vivendo il motto “santi subito”, come sunto di “sarò santo se sono santo subito”.
E senz’altro ognuno di noi ne ha sperimentato i frutti.
Oggi parliamo ancora di santità.
I primi giorni di questo mese, nel far meditazione sui nostri libri, ho trovato un pensiero sulla santità, attribuito a san Bonaventura, che molti di noi senz’altro conoscono, ma che, forse, non è vivo ancora nella nostra vita.
Esso ha attirato la mia attenzione, per cui ne ho parlato con i responsabili di zona qui presenti, e so che è già stato comunicato a parecchi di voi, se non a tutti. Comunque, qui è proprio il caso di affermare: le cose ripetute giovano.
Quel pensiero ha suscitato nel mio cuore il grande desiderio di metterlo in pratica con tutti voi. Non dobbiamo, forse, farci santi insieme?

È l’affermazione di un santo, che di vie per andare a Dio se ne intende.
Egli, con audacia, assicura che una persona va più avanti spiritualmente in quaranta giorni, se non si ferma nelle valli delle imperfezioni e dei peccati veniali, di chi vi sosta, in quarant’anni.
Bello, no?
Mi sono naturalmente chiesta: “In che consistono le imperfezioni e i peccati veniali”? Certo, si potrebbe farne un lungo elenco…
Senz’altro sono l’opposto della perfezione.
E in che cosa consiste la perfezione?
Nel vivere la carità: “la carità che è il vincolo della perfezione”, dice san Paolo (Col 3, 14); “Siano perfetti nella carità”, così prega Gesù nell’ultima cena, come ricorda il Vangelo di Giovanni (17, 23). Quella carità che, se si è in più, come siamo noi, diventa reciproca: “Vi do un comandamento nuovo – dice Gesù –: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34).
Bisogna perciò, per non rimanere nelle valli delle imperfezioni e dei peccati veniali, vivere così e, qualora ce lo dimenticassimo o venissimo meno, ricominciare.
Mettiamoci allora sotto tutti, iniziando da oggi, 22 ottobre ’98. Viviamo l’amore reciproco con tutti, possibilmente.
E da dove conviene cominciare?

Da casa.
Sì, da casa, iniziando dal mattino, perché così la giornata parte bene.
Da casa, perché alle volte ci si impegna a viverlo bene con gli altri, negli incontri, nei convegni e poi, tornati a casa, magari stanchi, perdiamo con i fratelli la pazienza, il controllo e… addio amore reciproco!
L’esperienza, durante questo mese, di noi qui al Centro dell’Opera, ci dice che è indovinato cominciare proprio così: da casa.
Per cui ci siamo comunicati questo detto, che ora passo a voi: “Amore reciproco nell’attimo presente, cominciando da casa”.
Ricordiamocelo. Se così faremo, fra quaranta giorni, il 30 novembre, avremo senz’altro progredito spiritualmente e avremo dato un notevole contributo alla nostra santità personale e a quella di popolo[3].
 
 




[1] Igino Giordani, noto scrittore cattolico (1894-1980), primo focolarino sposato. Chiamato all’interno del Movimento “Foco” per la sua anima ardente d’amore. Mons. Klaus Hemmerle (1927-1994), vescovo di Aachen in Germania. È stato per anni animatore degli incontri dei vescovi “amici del Movimento dei Focolari”.

[2] C. Lubich, Collegamento, 27 agosto 1998, pubblicato in Costruendo il “castello esteriore”, Città Nuova, Roma 2002, pp. 55-58.

[3] Id., Collegamento, 22 ottobre 1998, pubblicato in op. cit., pp. 59-61.


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