San Leucio, gioiello campano

Il Belvedere di San Leucio, sulle colline di Caserta, racchiude una storia straordinaria poco conosciuta e che purtroppo ha finito di esistere in tempo contemporaneo

Vorremmo raccontare un’esperienza straordinaria e poco conosciuta.

Caserta è famosa nel mondo per la sua speciale Versailles, la famosa Reggia, con oltre 800 mila visitatori l’anno. Ma oltre a questo scrigno artistico del Vanvitelli, Caserta nasconde un’altra preziosità non solo artistica ma soprattutto storico-sociale: la colonia reale di San Leucio, situata sull’omonima collina, attualmente frazione del comune di Caserta.

Re Ferdinando agognò una comunità autonoma (chiamata appunto Ferdinandopoli) e in parte realizzata nel Belvedere di San Leucio. Ai tempi, i giovani del luogo appresero in Francia l’arte della tessitura, all’introduzione della trattura della seta e della manifattura dei veli per poi lavorare negli stabilimenti reali. Nel 1778 si costituisce la comunità nota come Real Colonia di San Leucio, con uno statuto apposito del 1789 stabiliva leggi e regole valide solo per questa comunità, particolarmente avanzate, ispirate all’insegnamento di Gaetano Filangieri e trasformate in leggi da Bernardo Tanucci. Maestranze di altri luoghi si stabilirono a San Leucio richiamati dai benefici destinati ai lavoratori delle seterie, cui era assegnata una casa all’interno della colonia, prevista la formazione gratuita per i familiari. Qui fu istituita la prima scuola dell’obbligo d’Italia femminile e maschile.

Setificio San Leucio, lucido sogno di un re illuminato

Le abitazioni rispondevano alle regole urbanistiche dell’epoca, fatte per durare, dotate di acqua corrente e servizi igienici. Le donne ricevevano una dote dal re per sposare un appartenente della colonia, senza “interferenze delle famiglie”. A disposizione di tutti vi era una cassa comune “di carità”, dove ognuno versava parte dei propri guadagni. Non c’era differenza tra gli individui qualunque fosse il lavoro svolto, l’uomo e la donna godevano di una totale parità, il sistema faceva perno esclusivamente sulla meritocrazia. Abolita la proprietà privata, garantita l’assistenza agli anziani e agli infermi, era esaltato il valore della fratellanza.

Esperimento sociale, nell’età dei lumi, di avanguardia, un modello di giustizia e di equità sociale raro nelle nazioni del XVIII secolo e non più ripetuto, così autenticamente, nemmeno nelle successive rivoluzioni francese e marxista.

Lo stesso Ferdinando IV firmò nel 1789 un’opera esemplare che conteneva i principi fondanti della nuova comunità di San Leucio. Tale codice fu voluto dalla consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, donna raffinata e colta. Il testo rispecchia le aspirazioni del dispotismo illuminato dell’epoca teso ad interpretare gli ideali di uguaglianza sociale ed economica e pone grande attenzione al ruolo della donna.

Il Codice Leuciano, composto di 5 capitoli e 24 brevi paragrafi, descrive una società fondata sul lavoro, in particolare sulla pari dignità tra i lavoratori, e sul merito, nella quale sono riconosciuti il diritto all’abitazione (fornita dal sovrano al momento del matrimonio, insieme a ciò che è “necessario pe’ comodi della vita”), il diritto all’istruzione gratuita per uomini e donne, la libera scelta del coniuge garantita dal sovrano – contro ogni interferenza della famiglia di origine (per poter contrarre liberamente matrimonio oltre ad aver compiuto 20 anni per gli uomini e 16 anni per le donne, occorreva essere in grado di mantenersi con il proprio lavoro), vi fu l’abolizione della dote femminile e la parità di genere nell’asse ereditario.

Inoltre, il Codice definisce un sistema di assistenza sociale straordinariamente avanzato per l’epoca: si prevede una “casa degli infermi” per i malati (e per l’annuale vaccinazione dei giovani contro il vaiolo) e una cassa comune “di carità” per i lavoratori “non istato di potersi lucrare il pane” (per vecchiaia, per infermità o invalidità). Da ultimo, il Codice prevede la garanzia di impiego per tutta la popolazione e l’integrazione dei lavoratori stranieri, che potevano acquisire gli stessi diritti dei cittadini leuciani se i loro costumi erano adeguati e se si applicavano assiduamente al lavoro, e stabilisce le pene per i trasgressori delle leggi.

Molti storici hanno trattato superficialmente questa esperienza, come una stravaganza, ma invece dovrebbe essere studiata a fondo, sia sotto l’aspetto economico che sociale.

L’esperimento innovativo e pioneristico di San Leucio non fu mai pienamente realizzato, a causa, prima, della rivoluzione del 1799, la discesa di Napoleone Bonaparte in Italia interruppero la costruzione dei nuovi edifici con la nascita della Repubblica Partenopea. Anche con il governo francese di Gioacchino Murat, dal 1808 al 1815, ebbe comunque un ulteriore sviluppo industriale.

Setificio San Leucio, lucido sogno di un re illuminato

In seguito alla Restaurazione il progetto della città utopica venne accantonato, anche se industrie ed edifici si continuarono ad ampliare, tra cui il Palazzo del Belvedere. Il progetto del re Ferdinando morì con l’unità d’Italia, e non di “morte naturale”, quando tutto venne inglobato nel demanio statale, ma la tradizione e qualità nelle produzioni di tessuti serici ha visto la fine nel 2015, con un’ordinanza di sfratto esecutivo, emessa dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, l’ufficiale giudiziario ha eseguito il provvedimento di sfratto dell’immobile in liquidazione, acquistato da un imprenditore del ramo edile. In questo modo, oltre a 15 famiglie senza più lavoro, il territorio ha perso l’ultimo baluardo di una grande tradizione che fino a quel momento ha tenuto fede all’enunciato del re Ferdinando IV: «La virtù e l’eccellenza nell’arte… l’onore e la singolarità nel lavoro».

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