Robert Capa: leggermente fuori fuoco

La genesi degli 11 scatti dello sbarco in Normandia, ripresi dal mitico fotoreporter di guerra che con Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David “Chim” Seymour e William Vandivert, fondò, nel 1947, la prima agenzia fotografica indipendente, la Magnum Photos. A 70 anni dalla fondazione, una mostra al museo civico di Bassano del Grappa
Foto Robert Capa: sbarco in Normandia

«Il corrispondente di guerra mette in gioco la sua vita con le proprie mani, può puntare la posta su questo o quel cavallo o rimettersi il denaro in tasca fino all’ultimo minuto. Sono un giocatore. Decisi pertanto di andare con la compagnia “E” nella prima ondata».

Così, Robert Capa, a bordo della USS Chase, la sera precedente il D-Day, il 5 giugno del 1944, decide di accodarsi alla stessa compagnia che aveva seguito nella sua precedente missione in Sicilia, che farà parte delle truppe di assalto che raggiungeranno per prime St. Laurent-Sur-Mer, sul suolo francese.

Capa affida le sue memorie di guerra ad un libro pubblicato nel 1947, che spera di trasformare presto in una sceneggiatura per il cinema: Leggermente fuori fuoco (Slightly Out of Focus). Per questo avverte il lettore sul risguardo della sovraccoperta: «Visto che scrivere la verità è ovviamente tanto difficile, nell’interesse della verità stessa mi sono permesso ogni tanto di andare appena oltre, altre volte di fermarmi appena al di qua. Tutti gli avvenimenti e le persone descritte in questo libro sono accidentali e hanno qualcosa a che fare con la verità».

Consapevoli del suo avvertimento, torniamo a quelle pagine. Sono le 4 del mattino quando 2 mila uomini vengono radunati sul ponte della USS Chase, in attesa di essere calati in acqua a bordo di battelli. Anche Capa è con loro. Il mare è agitato, e sono tutti fradici prima ancora di allontanarsi dalla nave madre. «La costa della Normandia distava ancora molte miglia quando udimmo i primi, inconfondibili segnali acustici delle difese costiere. Ci abbassammo tutti sul fondo del battello, in mezzo all’acqua lurida, senza poter vedere avvicinarsi la linea della costa».

Intanto, arriva la luce del giorno e Capa comincia a fotografare con la sua prima Contax. Il battello su cui è a bordo tocca il suolo francese, i soldati scendono, lui attende un attimo a bordo per scattare le prime immagini dello sbarco: «I soldati immersi fino alla cintola, i moschetti pronti a sparare, le difese d’acqua antinvasione e la spiaggia avvolta nel fumo: tutto ciò per un fotografo era davvero più che sufficiente».

Ma il nostromo lo caccia con un calcio, e finisce in acqua, ad un centinaio di metri dalla spiaggia, mentre intorno piovono proiettili. Si ripara dietro una barriera d’acciaio. «Era ancora troppo presto e troppo grigio per scattare buone foto, ma il colore plumbeo dell’acqua e del cielo rendevano molto carichi d’effetto quei piccoli uomini che cercavano di evitare gli assurdi ostacoli antinvasione inventati dal trust dei cervelli di Hitler».

Robert Capa continua a scattare, scarica un’altra macchina fotografica, mentre intorno a lui esplodono proiettili. Senza più un mirino dietro cui ripararsi, cerca tremante dentro la sacca un rullino nuovo, che subito rovina. Ha paura, gli gira la testa, vive sensazioni mai provate prima. E lì scappa, raggiunge uno dei battelli che rientrano verso la USS Chase. Scatta ancora, ma ad un certo punto le sue mani e le sue braccia vengono catturate dalle lettighe dei feriti e dei moribondi che aiuta a sollevare e a trasportare. Finché non crolla a terra, svenuto. Si risveglia in una cuccetta, a bordo della nave che lo riporterà verso l’Inghilterra, con la sensazione di essere un vigliacco. L’indomani, a Weymouth, Capa scopre invece di essere il secondo fotoreporter a rientrare dal fronte, ma che il primo aveva scattato le sue foto dal battello perché non era riuscito a raggiungere la spiaggia normanna.

Viene trattato da eroe, gli viene proposto un rientro immediato a Londra in cambio di una testimonianza radiofonica della sua esperienza. Lui rifiuta e, semplicemente, mette i negativi nel fuorisacco riservato alla stampa, in tutto 4 rullini da trentasei pose ciascuno, e si imbarca di nuovo, per raggiungere la testa di sbarco. «Sette giorni dopo, seppi che le foto scattate ad “Easy Red” erano le migliori di tutta l’operazione. Ma l’assistente di camera oscura, molto emozionato, nell’asciugare i negativi aveva usato una temperatura troppo elevata rovinando l’emulsione davanti agli occhi attoniti della redazione londinese di Life».

Di tutti i fotogrammi scattati da Capa se ne salvarono solo 11. Quando le foto furono pubblicate sulla rivista Life, il 19 giugno, una didascalia spiegava che: «Per la grande agitazione del momento, Capa, ha mosso la sua fotocamera e le foto sono venute sfocate».

Fu proprio questa didascalia che ispirò a Robert Capa il titolo del suo memoriale di guerra “Slightly out of focus, dove, come nelle sue fotografie, riuscì nella grande impresa di riumanizzare la guerra.

Come scrisse di lui il suo amico John Steinbeck: «Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, per esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino. […] L’opera di Capa è in se stessa la fotografia di un grande cuore e di un’empatia irresistibile».

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