Rifiuti e comuni sciolti, le perplessità della commissione antimafia

In Sicilia la commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava ha espresso non pochi dubbi sulla legittimità dello scioglimento dei Comuni di Siculiana, Racalmuto e Scicli.
Comune di Scicli

Un «uso disinvolto e strumentale delle norme del Testo Unico sugli Enti Locali che disciplinano lo scioglimento dei consigli comunali». Le parole, pesanti come un macigno, emergono dalle 177 pagine della relazione della commissione regionale antimafia siciliana.

L’organismo presieduto da Claudio Fava ha lavorato per mesi sulla gestione dei rifiuti in Sicilia: vicenda molto complessa, da cui emergono inadempienze e stranezze amministrative, mancati controlli, autorizzazioni concesse, ma soprattutto una sorta di controllo esterno da parte di una robusta lobby che si era costituita attorno al cosiddetto “Sistema Montante” che controllava il business dei rifiuti e delle discariche in Sicilia. In mancanza, o con una forte carenza, di discariche pubbliche e una forte prevalenza di discariche private.

Ma non ci sono solo le inadempienze della regione e le “infedeltà” di qualche funzionario (oggi comprovate da sentenze). C’è di più. Tre comuni siciliani (Siculiana, Racalmuto, Scicli) sono stati sciolti, in diverso periodo, per infiltrazioni mafiose. Scrive la Commissione Fava: «È motivo di preoccupazione per questa Commissione il modo in cui si è arrivati allo scioglimento di tre consigli comunali che avevano, tutti, conflitti politici in corso con progetti autorizzativi per impianti privati di smaltimento dei rifiuti. Perplessità che aumentano se si riflette sul fatto che, in tutti e tre i casi presi in esame dalla Commissione, il provvedimento di scioglimento aveva preso le mosse da indagini penali a carico degli amministratori di quei comuni: indagini concluse, sempre, con il proscioglimento o l’assoluzione di quegli amministratori».

Una sorta di fil rouge accompagna gli scioglimenti dei tre comuni: in tutti i casi, in periodi diversi, c’è «un contenzioso in corso di alcune amministrazioni comunali con i proprietari di importanti discariche private; un’indagine penale a carico di quegli amministratori; il conseguente scioglimento per mafia dei comuni; infine, ma a comune già sciolto, il venir meno del casus belli investigativo che era stato premessa per quello scioglimento, spesso accompagnato (certamente per il comune di Scicli) da una robusta campagna stampa e politica che quell’esito auspicava».

Diamo un breve sguardo a ciascuna delle tre vicende.
Il 13 giugno del 2008 il consiglio dei ministri aveva deciso lo scioglimento, dell’amministrazione di Siculiana. Il sindaco e tre dirigenti del comune erano indagati nell’ambito dell’operazione “Marna, avviata il 29 ottobre del 2007 dopo le dichiarazioni di Giuseppe Catanzaro, presidente di Confindustria e titolare della discarica di contrada Matarana.

Il sindaco aveva disposto dei controlli: gli inquirenti avevano ritenuto che gli amministratori avevano cagionato «un danno ingiusto con riferimento alla realizzazione dei lavori di ampliamento e alla gestione della discarica». Erano imputati di abuso d’ufficio ipotizzando che le loro condotte fossero «finalizzate ad agevolare Cosa Nostra a seguito del diniego, espresso dal gestore della discarica, di sottostare alle richieste estorsive e all’imposizione della cosca». Nel febbraio 2011 arriva il proscioglimento che smonta, una ad una, le accuse. Ma nel frattempo, tre anni prima, il comune era stato sciolto per mafia.

Il magistrato Nicolò Marino che, per un certo periodo, era stato assessore della giunta regionale guidata da Rosario Crocetta, «ebbe il fiuto e il coraggio di denunciare, quando ancora era pericoloso denunciarlo, questo sistema affaristico che perseguiva il profitto ricorrendo a pericolose ritorsioni nei confronti di chi intendeva opporvisi», come disse il procuratore Zuccaro nel giugno 2019.

Da Siculiana a Racalmuto, altro comune dell’agrigentino. Racalmuto viene sciolto per mafia il 12 marzo 2012.  Lo scioglimento arriva dopo un’inchiesta condotta dalla D.D.A. di Palermo nel giugno 2011. Il sindaco, Salvatore Petrotto, viene indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e si dimette. Il procedimento non va avanti: a ottobre 2011 l’ormai ex sindaco viene prosciolto.

Nonostante il proscioglimento si arriva lo stesso alla decisione di sciogliere il consiglio comunale e, nel decreto firmato dall’allora ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri si rimarca «la vicinanza del predetto amministratore all’associazione mafiosa locale […], che avrebbe consentito all’organizzazione criminale di potersi infiltrare all’interno del Comune di Racalmuto». Petrotto, durante l’audizione in commissione, racconta: «Nel maggio del 2011 ho inaugurato il Centro comunale di raccolta dei rifiuti… che era al servizio di tre comuni e ho dichiarato pubblicamente che non avrei più conferito un chilo di rifiuti in discarica… dopo una decina di giorni, mi arriva l’avviso per concorso esterno… come un congegno ad orologeria… l’anno successivo sono stato scagionato, perché erano accuse che lasciavano il tempo che trovavano…».

Da Agrigento a Ragusa, con un salto di qualche anno e di qualche centinaio di chilometri. Qui la piccola società A.C.I.F. ha avviato una discarica in contrada Cuturi. Il comune dà un parere negativo su un progetto di ampliamento: l’indomani si avvia l’inchiesta. Scrive la commissione Fava: «L’amministrazione comunale sciclitana viene travolta da un’inchiesta giudiziaria. La delibera di giunta è la numero 125 del 15 luglio 2014; l’indomani il prefetto di Ragusa nomina una commissione di accesso agli atti del comune; il 17 luglio, due giorni dopo, il sindaco Francesco Susino riceve un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa (si dimetterà il 23 dicembre dello stesso anno). Il 29 aprile del 2015 infine verrà disposto lo scioglimento del Comune. L’anno dopo l’ACIF otterrà l’attesa autorizzazione». Il processo si conclude con un’ampia assoluzione per Susino.

Nella sentenza si leggono parole pesanti: «È inaudito che il processo abbia potuto superare la fase delle udienze preliminari!». Parole nette e preoccupanti. Ma a quel punto il danno d’immagine per il comune – sciolto per mafia – «sarà cosa fatta e irreparabile…». Esattamente come a Siculiana e Racalmuto.

Nel caso di Scicli spicca anche un forte coinvolgimento della comunità cittadina. Nacque un comitato contro l’ipotesi di scioglimento. Ne facevano parte i magistrati Salvatore Rizza e Severino Santiapichi (presidente di Corte d’Assise a Roma nel processo Moro e nel processo contro Alì Agca), esponenti della cultura, come il pittore Piero Guccione. Ma niente fermò l’iter dello scioglimento. Vi fu anche un’interrogazione parlamentare che stigmatizzava l’esistenza, in città, di «una pericolosissima negazione della stessa presenza mafiosa, da parte di certa società e certa stampa». Dopo lo scioglimento, nonostante il precedente parere negativo, l’ampliamento della discarica venne approvato dalla regione (e successivamente revocato).

Tre vicende, apparentemente senza nessun collegamento diretto. In mezzo, il sospetto di una certa permeabilità di alcuni uffici regionali, alcuni procedimenti giudiziari ancora in corso e qualche sentenza già emessa. Sullo sfondo, un interrogativo che, da tempo, attraversa l’opinione pubblica: la legge sullo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso (legge del ’91, modificata con il decreto legislativo n. 267 del 2000), è ancora attuale? Ci sono dei vulnus che bisogna correggere, delle anomalie da eliminare? Nata per contrastare l’ingerenza della mafia nei comuni, oggi suscita più di una perplessità. E sono sorti vari movimenti di opinione che chiedono che questa legge venga rivista. Perché spesso i comuni vengono sciolti senza contraddittorio, con poche o nulle possibilità, per gli amministratori, di spiegare le loro ragioni.

Le conclusioni della commissione regionale antimafia siciliana sono solo la punta di un iceberg ma svelano scenari inquietanti. Interrogativi che, pur se sollevati, in passato, venivano spesso bollati come «tentativi di difendere la mafia», come è accaduto nel caso di Scicli. Gli interrogativi, però, permangono. Perché “la mafia dell’antimafia” – questo è ormai assodato – ha utilizzato questo strumento per i suoi fini. Ed inevitabile è anche un’altra domanda: che cosa è veramente accaduto in tanti altri comuni sciolti con procedure analoghe? Ci saranno altre inchieste a svelarlo? È ancora lunga – ed irta di ostacoli – la strada della vera legalità.

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