Reale e virtuale si sono sovrapposti: intervista a Simone Cosimi

Il distanziamento sociale ha modificato profondamente le nostre abitudini digitali, cerchiamo di capire come e perché.    
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Come sono cambiate le nostre abitudini digitali durante il lockdown

Abbiamo fatto qualche domanda a Simone Cosimi, giornalista e autore di Per un pugno di like. Perché ai social network non piace il dissenso, per capire come sono cambiate le nostre abitudini digitali in questi mesi di isolamento forzato. Approfondiremo questi stessi temi domani, a partire dalle 16.30, sempre con Simone, ma anche con Vittoria Iacovella (giornalista e autrice televisiva) e Massimiliano Capo (comunicatore e organizzatore di Medioera), sulla pagina Facebook di Città Nuova Voci nel mondo. Vi aspettiamo.

I dati dell’indagine periodica di digital 2020 indicano che in questi ultimi mesi c’è stata un’impennata del tempo trascorso sulle piattaforme social; si tratta solo della quantità di tempo che è aumentata o è cambiato qualcos’altro, durante il lockdown, nel nostro modo di stare sui social?

Questo periodo ha segnato il trionfo delle piattaforme sociali, non tanto perché il lockdown ci ha proiettati in una dimensione social (quella dimensione già esisteva ed era subalterna alla reale), quanto perché la sostanziale carcerazione domiciliare che abbiamo vissuto ha fatto in modo che reale e virtuale si sovrapponessero, svelando la complessa stratificazione che articola la nostra quotidianità.

Non esistono una vita vera e una digitale, sono livelli sovrapposti. E negli ultimi mesi questa consapevolezza ha investito fasce sempre più ampie della popolazione: nonni che facevano le videochiamate ai nipoti, bambini che seguivano le lezioni on line, fidanzatini che si vedevano esclusivamente attraverso le chat. Tutto il residuale, tutto quello che era esclusivamente off line, è stato colonizzato dagli strumenti digitali.

Certo, finito il lockdown c’è stata un’immediata inversione di marcia, ma è un movimento comprensibile, perché quel residuale non scomparirà, e la nostra vita rimarrà concreta, ancorata alla fisicità.

Altro tema caldo: le tante fake news circolate in questi mesi (dal virus creato in laboratorio alle proprietà curative del latte contro il Covid). Come ti sembra sia stata gestita questa infodemia da parte di istituzioni come il Ministero della salute e l’OMS?

Mi pare che la partenza sia stata buona. Ci sono state iniziative che hanno provato a contrastare l’invasione di fake news delle prime settimane, ma rimane la solita vecchia questione: quanto ha senso una strategia lineare, del tipo bufala-smentita, per contrastare i fenomeni infodemici, e quanto invece questo rimpallo non va, di fatto, a polarizzare le posizioni e a irrobustire quelle di chi sostiene dietrologie e amenità?

È d’altra parte vero che una situazione come quella che stiamo vivendo è ideale per favorire le infezioni, anche nell’informazione, perché si modifica in continuazione e non fornisce punti di riferimento. Gli esperti non hanno molte certezze in questo momento, e hanno spesso espresso i loro punti di vista senza fornire un contesto. Confliggendo tra loro, in alcuni casi per motivi personali, hanno proposto opinioni rispettabilissime, ma non corroborate da fatti e studi, e questo perché, semplicemente, quei fatti e quegli studi stavano accadendo sotto i nostri occhi.

Per cui, un po’ di prudenza in più, anche da parte di tanti esperti e dalla stessa OMS, non avrebbe guastato. È anche vero, d’altra parte, che medici e istituzioni hanno visto svilupparsi intorno a loro un’infezione che meritava una serie di contromisure.

Ad alcuni mesi dall’esplosione del virus, il quadro dell’informazione sembra essersi normalizzato, ma c’è da gestire ancora tutto il follow up: chi non crede più alla scienza, chi nega quanto è successo, chi ridimensiona, che insinua dubbi sull’utilità dei vaccini.

Stiamo scivolando verso una serie di topoi, classici delle fake, dalle denunce dei no vax alle accuse contro Big pharma. Grandi schemi ingenuamente adattati a piccoli fatti.

Come giudichi le tante iniziative social (concerti on line, presentazioni in streaming, zoom, webinar e chi più ne ha più ne metta) che hanno temporaneamente sostituito una parte importante dei nostri consumi culturali?

Abbiamo fatto di necessità virtù, in alcuni casi ideando nuovi format e proposte molto interessanti, ma fondamentalmente adagiando la dimensione digitale sopra quello che rimaneva della dimensione fisica.

Devo rilevare però un problema di gerarchia: gli eventi fisici si guadagnano la visibilità nel momento stesso in cui vengono messi in campo e organizzati, e questo conferisce loro un loro peso, sia prima di accadere che dopo. Al contrario, gli eventi digitali non solo sono infinitamente più numerosi, ma sembrano apparire e scomparire nel nulla. E questo a prescindere dal fatto che vengano annunciati e rimangano disponibili nel corso del tempo. Sembrano quasi degli eventi “pop up”: saltano fuori dal nulla e scompaiono senza avere acquisito un loro peso specifico.

A mio avviso il mondo degli eventi è quello che ha più sofferto di questa situazione; sembra precipitato in una sorta di anonimato collettivo, dentro il quale l’assenza di fisicità, che ha privato gli eventi della loro unicità, ci ha condannati a una bulimia di attività alternative, ma non significative.

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